James Abbott McNeil Whistler, Symphony in White, No. 2, 1864

In una cosa, quella santa donna di mia madre aveva ragione.
Quando diceva che la biancheria doveva essere abbondante e sempre in ordine, era, quella, la vera ricchezza della casa. Per questo benediceva ogni mio compleanno con un lenzuolo con l’orlo a giorno fatto per la circostanza (vi lascio immaginare la gioia nel ricevere un simile regalo a, mettiamo, 17 anni).


Mancata, lei, presto e rimasta, io, un po’ come il Valentino di Pascoli con parecchio corredo irrisolto, me la sono sbrogliata per anni con l’aiuto di aziende che ancora ci credevano e che producevano il bianco per la casa, completo di Fiera del bianco e di ristrette ma immacolate possibilità di scelta.
Poi è successo che il mondo è uscito di testa e nelle case sono entrati, come li chiamano loro, i coordinati, ovvero  è accaduto che le stanze da bagno e i letti si siano riempiti di colore: arancione, rosso, talvolta il nero.
(Anche il celeste. Una volta vado a trovare una conoscente che non stava bene. Era una donna con piglio manageriale che guidava una macchina potente, sapevo che non si era mai sposata e che viveva con la madre, signora volitiva, scomparsa di recente. La trovai allettata in una stanza completamente celeste, tutta, anche il soffitto e i tappeti in terra. Lei, abbigliata con un pigiamino da bambino di tre anni, si capisce, un maschietto, giaceva febbricitante fra lenzuola in tinta in un lettuccio. Accanto al quale ce ne era un altro, evidentemente quello lasciato vuoto dalla genitrice e trasformato in cenotafio. Interdetta, compresi di botto quale fosse nella sua vita il vero principe azzurro,  ce lo aveva avuto lì accanto e ne coltivava la memoria. Impiegai un mesetto a riprendermi dalla vista di quell’eccesso di coordinamento).
Mi viene in mente che chi usa la biancheria colorata (una contraddizione in termini linguistici, se si chiama ‘biancheria’, qualche motivo deve pur esserci) non pensa  alla fornitura di un albergo di lusso o a quella di un transatlantico che solca i mari in uno scintillio di argenti e cristalli. E di bianco totale dappertutto: tovaglie, lenzuola, accappatoi, asciugamani.

L’artista più grande nell’uso dei bianchi è Whistler, un dandy americano venuto in Europa a costruire la sua leggenda, che vi ho messo in apertura.
Colui che ha raccontato meglio di tutti come deve essere l’armadio della biancheria, bianco totale con qualche banda di colore per i canovacci della cucina, è lo svizzero naturalizzato francese Vallotton, che, non a caso,  è un grande indagatore degli ambienti domestici, che trasfigura fino alla magia.

Félix Vallotton, Donna che cerca in un armadio, 1901

Il bianco del Cif fa subito casa, cucina tirata a lucido, stanza da bagno preparata per l’uso.
Il bianco del latte detergente fa sera e invito al sonno. Quello dell’emulsione  delicata fa mattina  presto e preparazione alla battaglia. Il bianco delle creme fa giorno e poi notte ed è un rituale pieno prima di promesse, poi di bilanci.
La pagina bianca dovrebbe ingolosire per le infinite possibilità che offre, ma qualcuno, al suo cospetto, si spaventa (non io).
Con i miei studenti di Storia dell’arte contemporanea facciamo annualmente la dieta cromatica. Inventata da Paul Auster per la protagonista di uno dei suoi romanzi, Marie, sotto la quale non è difficile intuire che si cela l’artista del comportamento Sophie Calle,  si capisce facilmente in che cosa consiste. Il lunedì è il giorno del bianco: riso, pasta al burro, indivia, finocchi, mozzarella, merluzzo, latte, panna, zucchero raffinato, volendo, cioccolato, come vedete, c’è tutto. Il vino bianco, basta guardarlo, è giallino, ma nella dieta rientra lo stesso grazie al suo nome equivoco.
Come Michael Jackson, tutti abbiamo almeno un paio di calzini bianchi.

Il White Lady, inventato dopo la Prima Guerra dal grande Harry MacElhone, da cui ha preso il nome l’Harry’s Bar di Parigi, ‘occupa il suo bicchiere come un fantasma, venendo meno in un luccichio e sembra toccare a malapena i bordi, come se sfidasse la gravità’.
Voi capite che è il cocktail perfetto per una donna, misterioso e capace di ispirare una ‘lifelong fidelity’.

Il più grande storico dei colori, Michel Pastoureau, uomo, fra l’altro, simpaticissimo, che ha scritto un’operina seminale sulle righe e che ha smontato un tubo di dentifricio Signal per capire come faceva a uscire fuori decorato in quel modo, ci ricorda che il bianco è il colore dell’aristocrazia e della monarchia, che ci sono i colletti bianchi nell’industria (in opposizione ai ‘colletti blu’), che l’eternità, il paradiso, gli angeli, la pace e il divino sono tutti bianchi, che il candidato si chiama così dal colore dell’abito che indossava nell’Antica Roma (candidus), che gli indumenti bianchi sono eleganti (lui cita la camicia bianca, io aggiungo la T-shirt, autentico  passepartout che risolve, con il suo interlocutore ideale, un paio di blue jeans, qualunque dubbio sul che cosa mi metto). Aggiunge, inoltre, questa cosa molto bella e intraducibile: in francese ‘marquer d’une pierre blanche’, segnare con una pietra bianca, è un’indicazione di felicità.

So che l’Antico era colorato ma non mi dispiace affatto che la sua più bella incarnazione, il Neoclassico, sia di un lucore che affascina.

Antonio Canova, Amore e Psiche, 1800-1805, part.

Bertel Thorvaldsen, Giove e Ganimede, 1817, part.

Questa faccenda dei coordinati a un certo punto mi ha impedito di rinnovare il mio armadio della biancheria, che mostrava la corda. Ho girato dappertutto e dappertutto trovavo roba colorata e perfino alcuni miei asciugamani storici superclassici avevano cambiato modello, diventando inguardabili.
Ho impiegato più di un anno a fare il giro del ricambio, con attimi di sconforto e montate di fastidio per quella quantità abnorme di fantasie che mi precipitavano addosso, un po’ come quando non trovi la matita per gli occhi marrone perché va di moda il violetto e l’arancio.
Ho integrato la zona lenzuola con dei doni che mi sono venuti da una squisita signora che traslocava dopo una vita intera passata in una casa che ha smontato; con qualche acquisto fatto nella lavanderia del signor Michele da corredi che venivano smembrati e dispersi.
Rimasta abbondante la fornitura degli asciugamani di lino, mi rimanevano in sospeso quelli di spugna.
Ed è stato così che un giorno che stavo, sfiduciata e di umore nero, a girovagare in internet, digitando sulla barra di ricerca cose fra l’utile e il demente, sono letteralmente caduta in alcuni siti di biancheria vintage, con sezioni diverse e tutte superspecializzate: accessori, merceria, merletti, abiti, modelli per ricami, riviste, libri, tende, fazzoletti, guanti, noleggio per il cinema, pezzi eccezionali. E, finalmente, linge de toilette.
Non pensavo che ci fosse la spugna vintage.
E invece.
E invece mi sono rifornita di pezzi con datazione diversa, alcuni anche con il monogramma di una duchessa, mi sono, in qualche caso e con gusto, aperta a piccoli inserti di colore, mi sono dovuta rassegnare all’avere non più tutto uguale e appartenente alla medesima linea, e questa è stata la cosa più difficile da accettare dopo anni di rigore minimalista, ma usare spugne di provenienza diversa è un po’ come mettere in tavola bicchieri ‘mismatched’, cioè non provenienti dal medesimo servizio, cosa che, invece, faccio regolarmente.
Se aggiungete anche che, per non sovraccaricare gli armadi della cucina, ho venduto il mio servizio di piatti completo per acquistare, in soluzioni diverse, stoviglie vecchie, in certi casi, antiche, qualche volta in quattro, altre, in otto pezzi,  vedrete con me che nella mia vita sta accadendo qualcosa: c’è più movimento, più dinamismo, si sono moltiplicate le possibilità, mi verrebbe da dire che c’è più colore ed è un pensiero impreciso, oppure, no, meglio, è un pensiero esatto, perché nonostante questa necessaria dominanza del bianco, che fa pulito, rigore, casa, i colori uno ce li ha dentro, un po’ come una metafora della tela bianca davanti alla quale si trova l’artista, e allora pensa che lì sopra e partendo da lì, tutto, ma davvero tutto sia possibile.