Le Corbusier, La mano aperta, 1955

Stamattina il mio oroscopo (Ariete) in metropolitana mi dava sinteticamente: tre pallette per la salute; cinque per l’amore; cinque per il lavoro.
Una bomba.

Lascio perdere la gerarchia, opinabile, di essa parliamo un’altra volta, mi interessa, ora, il buon inizio di giornata.
In due giorni di esami e di treni con 4 ore e quaranta minuti di viaggio sulla carta, ho cumulato 167 minuti di ritardo,  ovvero 2 ore e quarantasette minuti.
Con i treni, la sera, pieni, la cartella e la cena in grembo e la borsa abbracciata stretta, e una specie di sonno simile a un coma nel quale sono precipitata appena mi sono seduta al mio posto.
Poco spazio, quindi ieri ho pensato, come in un film di Hitchcock di quelli ambientati sul treno, ora ammazzo la ragazza che mi siede accanto, ne butto il cadavere dal finestrino, mi allargo e faccio finta di nulla.
Essendo i finestrini dell’Alta Velocità sigillati per bene, non se ne è fatto niente, sono stata seduta incastrata e ho lasciato perdere.
Mi sono svegliata alle 5:30, ho rispettato tutti i rituali del mattino, ieri sera, rientrando, sono anche passata al garage per vedere se Piero, che era di turno e che nasce carrozziere, mi aveva sistemato la macchina, che avevo strusciato contro un pilastro la settimana scorsa.
Me l’aveva sistemata.
Inoltre, al garage mi faccio arrivare i miei pacchi, ieri ho preso quello delle creme, oltre al mio ordine, ciò che queste ragazze francesi bravissime delle quali vi parlerò presto, vere fuoriclasse dei cosmetici, chiamano ‘goodie’, che è una specie di regalo o di caramella, stavolta uno dei loro cofanetti extra con dentro 8 (otto) ulteriori cosmetici.
Ho cenato alle 10:00 di sera e ho pensato ‘adesso li provo tutti’.

Stamattina il treno è arrivato sul binario 7, numero dispari, quindi buono, e nel mio nome ci stanno pure 7 lettere.
Voi aggiungete l’abbondanza delle pallette e capirete il mio umore.
Al ritorno è ritornato fuori il numero magico, avevo, infatti, la prenotazione per la carrozza 7 e pure al posto 23, il mio giorno di nascita.

Ma ecco la cosa più importante: come sono andati gli esami con i miei studenti.
Lascio perdere tutto il resto, ovvero gli arretrati, una quantità industriale, un po’ per colpa mia, che ho saltato per motivi di salute una sessione, un po’ per colpa loro, uno non può  dare l’esame tre anni dopo aver frequentato il corso, voi capite che si perde (pure) la freschezza dell’incontro.
I miei studenti, quelli con i quali ho finito da poco il semestre, sono stati, seppure con qualche, immancabile eccezione, bravissimi.
Simpatici e micidiali come sempre, hanno pure studiato, hanno espresso, quando ce l’hanno, il loro talento in mille modi diversi, faccio sempre fare anche un manufatto, faccio sempre leggere anche altri libri.
Mi hanno detto, a voce, per iscritto, chiedendomi di parlarmi un attimo in privato, in un orecchio, che avevano cominciato a leggere, e poi a scrivere, e poi a dipingere, mi hanno detto, cioè, cose bellissime, mi hanno regalato piccoli oggetti accompagnati da grandi parole, hanno parlato di sé, hanno raccontato il loro nuovo rapporto con l’arte.
Come sempre facciamo, abbiamo discusso, riso, applaudito, ci siamo stirati e oggi ci siamo pure grattati tutti insieme un punto preciso della nuca, la mia teoria essendo che stirarsi o grattarsi da soli in pubblico è maleducazione, farlo tutti insieme, diventa rito.
Ci siamo incantati davanti alla bellezza dei nostri artisti.
Hanno portato il loro diario, che si chiama Journal, come il diario dei maestri, che io non leggo ma guardo.
Si sono preoccupati, si sono impegnati, si sono divertiti.
Uscendo da Foqus (FOndazione QUartieri Spagnoli), sede staccata dell’Accademia dove io faccio lezione, dopo averli salutati e abbracciati tutti, ho ricacciato indietro le lacrime.
Ma mi sarei volentieri seduta su un gradino e mi sarei sciolta lì, mentre la sera scendeva e gli addii si facevano evidenti.
E le lacrime sono comunque uscite, calde, a dirotto e liberatorie, dopo la mia cena tardiva.
È stato un corso bellissimo e il merito è di tutti, così come è di tutti la colpa se il corso è brutto.
Succede.
Se uno si mette in laboratorio e dice adesso faccio un corso magnifico, non ci riesce. Il corso buono riesce perché riesce, non c’è la ricetta, ovvero, la ricetta c’è ma non è riproducibile.
Meraviglia e incanto delle relazioni umane.
Loro essere insostituibili.
Loro magia.

Con la cartella ancora da disfare, lo faccio domani, gli animali nutriti, la lavatrice avviata, la posta da evadere, la quiete della notte, mi tornano in mente le parole di Le Corbusier , diventate il suo motto per Chandigarh, ‘la città d’argento’ dell’India da lui progettata e costruita, autentica utopia in bilico fra Rinascimento e Illuminismo e concretizzazione del suo sogno di architetto:
‘A piene mani ho dato. A piene mani ho ricevuto’.
Se solo tutti i miei colleghi che insegnano, dall’asilo ai master post laurea, praticamente e a farla breve, dappertutto e in ogni momento, potessero, volessero e fossero in grado di pensare queste medesime parole, avremmo risolto la maggior parte dei problemi che percorrono e intristiscono le nostre esistenze: perché così già si salverebbe la scuola, perché così sarebbe  salvo il mondo.