Tutti i sentimenti (page 5 of 7)

Il luogo, appunto, dei sentimenti: il dolore e la delusione, certamente, ma anche la felicità, la virilità (cioè l’orgoglio e la forza), la femminilità (cioè la seduzione e l’inganno), gli animali, sempre così importanti, certe volte i bambini, poi la nostalgia, il rimpianto, la lontananza, il viaggio, la gelosia, il riso, il pianto, il lavoro, la relazione con gli oggetti, la povertà e la ricchezza, dunque, il denaro. L’amore. La morte. La vita, no?

INNO ALL’AMORE, prima parte

L’Eros di Piccadilly Circus, Londra

Chi l’avrebbe mai detto: «…povero, sempre; e non è affatto delicato e bello, come per lo più si crede; bensì duro, ispido, scalzo, senza tetto; giace per terra sempre, e nulla possiede per coprirsi; riposa dormendo sotto l’aperto cielo nelle vie e presso le porte».
Bel ritratto, eh, quello di Eros fatto da Diotima nel Convito di Platone. Il fanciullo è infatti figlio di Penia, la Povertà, che va a mendicare al banchetto in onore della nascita di Venere e si fa venire la brillante idea di giacere con Poros, l’Espediente.
E ci riesce, anche perché lui è ebbro di nettare («vino ancora non ce n’era»).
Da questa coppia così bene, o male, assortita nasce il dio dell’Amore, certo il primo e il più importante dei sentimenti.
Dunque, cominciamo da lui.

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AGGIORNAMENTI

Non pensavo che fosse difficile.
Semplicemente non pensavo che fosse.
Certo, più di una volta e da un pezzo mi chiedevo che cosa sarebbe stato di tutto il mio archivio di immagini, che oggi definisco sterminato e che ieri chiamavo insufficiente, nel caso mi fosse successo un guaio di salute, che so, se mi fossi trovata nell’impossibilità di usare la voce per la mia professione.
E mi rispondevo e mi dicevo che sarebbe stata una situazione molto triste e difficile ma che, trattandosi, in quel caso, di salute, avrei avuto ben altro per la testa.
Comunque, eccomi davanti al fatto.
E senza avere il problema di dover chiudere a causa di un imbroglio grave.
Semplicemente, si chiude e basta perché si passa ad altro.
Dovrei essere contenta.
Dovrei.
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SONO TUTT’ORECCHI

Al mio stadio di jeune fille en fleur, mio e delle mie amichette, l’ostacolo più impervio da superare era costituito dalla vigilanza materna. Le madri erano carceriere, torturatrici, badesse di convento, tutte pronte sempre a proibire qualunque anelito di libertà e a esercitare un controllo paranoico sull’esistenza di noi povere figlie.
Stilavano decaloghi di comportamento, e il comportamento doveva sempre essere modesto, lunghezza delle gonne, posizione da sedute, linguaggio. L’unica cosa che avrebbe dato senso al nostro stare al mondo era l’acquisizione di un marito e la messa su di una famiglia, traguardi per i quali la virtù delle fanciulle era essenziale.
(Praticamente parlavano di quello che avevano fatto loro. E con i risultati che avevamo tutti i giorni sotto gli occhi. Una prospettiva, a dodici anni, diciamocelo, insopportabile).
Accanto a tutto questo, c’erano anche divieti che ancora oggi mi sembrano deliranti. Per esempio, la madre di una mia compagna di scuola le proibiva di depilarsi le gambe, concedendole di depilarsi le ascelle. Interdette le pratiche estetiche, c’era spazio per quelle definite igieniche.
Crescendo sotto quella vigilanza, l’unico nostro desiderio era di sottrarci a essa e di andare, ovviamente di nascosto, a tutte le feste cui venivamo invitate.
E qui cascava l’asino, visto che le madri, ignare, omettevano regolarmente una proibizione chiave: quella di farsi pastrugnare l’orecchio.
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31 GENNAIO 2019: UN ANNO DI BLOG

Per anni il giovedì è stato per me una giornata campale.
Avevo lezione in Accademia a Napoli, giovedì, giorno di tutta la Storia dell’arte, un bell’affollamento, quindi erano, fra una cosa e l’altra e quando mi diceva bene, circa cinque ore di spostamenti, poi il tempo della didattica, poi quello dei discorsi, poi, però, c’era la cena tutta partenopea perché mi facevo sempre la spesa e mi portavo a casa cose buonissime.
Quest’anno è tutto cambiato, all’Accademia di Roma ho un altro orario, quindi il giovedì mi si è liberato completamente.
E certe volte è come se avessi le vertigini perché faccio fatica a dire addio alle abitudini.
Però oggi è anche il primo compleanno del mio blog, quindi è giorno di bilanci.
E di festeggiamenti.

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LA VESTAGLIA DI DIDEROT: UN VIAGGIO SENTIMENTALE IN GUARDAROBA

Louis-Michel Van Loo, Denis Diderot, 1767

Al filosofo, ed enciclopedista, il ritratto non piacque e accusò l’amico Van Loo di averlo fatto «ammiccante, sorridente, affettato, con l’aria di una vecchia coquette che fa ancora l’amabile».
A me invece sembra un bel ritratto, realistico, intimo, che ci mette davanti al lavoro quotidiano di questo intellettuale proteiforme. Mi dispiace, però, che lui, qui piuttosto elegante, non abbia addosso la sua vieille robe de chambre, ovvero quella vestaglia  che, ci ricorda l’amata Francesca Rigotti, anche lei filosofo, lui utilizzava per scopi diversi: spolverare i libri, asciugare l’inchiostro, stare vestito e, se serviva, al caldo.
Sappiamo che l’indumento non gli dava alcun fastidio.
Ma, evidentemente, doveva essere molto rovinato se un giorno Madame Geoffrin, donna brillante che animava un salotto molto frequentato dagli enciclopedisti, gli regalò una nuova vestaglia.
Diderot doveva fidarsi della signora, al punto  da sostituire la vecchia giacca da camera con quella nuova.
Non l’avesse mai fatto.
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BUONA FINE E BUON PRINCIPIO

Ammetto di aver passato giorni fa mezza serata a cercare nel mio calice di Falanghina, girandolo e rigirandolo da tutte le parti, i «luminosi riflessi verdolini» di cui parlava la scheda del sito di acquisizione.
Niente.
Al punto che ho cominciato a pensare alla faccenda del raggio verde del film di Rohmer, che tutti i protagonisti cercano per tutto il film e che compare per una frazione di secondo alla fine.
Ed è il riflesso del sole al suo tramonto.
Almeno così dicono, perché ho visto il film un certo numero di volte e sul verde della scena finale continuo a nutrire dei dubbi.
Questa ricerca del riflesso verde nel «bel giallo paglierino», che invece si vedeva benissimo, mi è sembrata simile a quella del Graal, in fondo era un calice pure quello, gli sono stati appresso in tanti per secoli, l’hanno raccontato come si racconta un fantasma in letteratura e in musica e tutti abbiamo fatto il tifo per questo e per quello, divertendoci pure, in certi casi, parecchio.
Chissà se nel 2019 riesco a occuparmi finalmente e in pieno della relazione arte-vino.
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IL NATALE DEL GIOVANE WERTHER, 2: NELLA CALMA AMOREVOLE DELLE TUE BRACCIA

 

Henri Matisse, Pasiphae, 1944

Nella puntata numero 1 del nostro racconto di Natale, quindi, qui, abbiamo presentato la figura di Werther.
Che si è già innamorato di Charlotte, che ha incontrato nella cittadina di Wetzlar, dove è andato a rifugiarsi in cerca di solitudine e di ispirazione, inebriandosi della natura dei dintorni, «di bellezza indicibile».
Con Lotte deve essere successo qualcosa, ben al di là dello scambio intellettuale, delle letture comuni e di una frequentazione in apparenza innocente.
In apparenza.
Perché lei lo ha allontanato, imponendogli  di non ritornare prima della vigilia di Natale.
Ma lei, che pure aveva pensato di dargli in moglie una delle sue amiche, senza trovarne però una all’altezza, si rende conto, nell’assenza, di quanto lui le sia diventato «indicibilmente caro».
Difficile per la donne, soprattutto all’epoca, fare chiarezza nei propri sentimenti.
Werther ritorna: «Che importa tutto questo…eccomi».
E, al ritorno di Werther, ecco presentarsi per la prima volta nella tragedia che si sta delineando il tema dell’abbraccio.
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IL NATALE DEL GIOVANE WERTHER: 1. LE LACRIME IN TASCA

Werther e Charlotte

Per molto tempo, i doganieri per me sono stati solo quelli della casa della poesia di Montale:
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto…
E ciò fino a che non cominciarono a infilarsi nella mia vita i doganieri quelli veri.
Che mi chiedevano, con aria inquisitoria e accento lombardo, che cosa c’era nel pacchetto a me destinato che veniva dall’Australia e che era stato evidentemente fermato a Malpensa.
Per scendere fino a Roma il prezioso involucro ha bisogno di una mia dichiarazione nella quale confermo qual è il suo contenuto e a quanto ammonta il suo valore. Cerco sempre di farla breve, ammetto che lì dentro
ci sono due (certe volte, dipende da come sto messa a soldi, tre) flaconi  di gel per il contorno occhi.
(Sul valore della merce scivolo sempre via, intenerita dalla perenne ingenuità maschile sui costi di gestione della cosmesi femminile: «Scrivo meno di euro 100,00?». «Infatti, proprio come dice lei»).
I gel mi servono come routine.
E poi, lei deve capire, certe volte mi servono pure in emergenza, perché io sono, a tutti gli effetti, una piagnona. Continua a leggere

LA TORRE DI BABELE E LA GRAMMATICA DEI SENTIMENTI

Pieter Bruegel il Vecchio, La Torre di Babele, 1563

Datemi retta.
Se volete l’emozione, cercatela nell’arte.
Perché nell’arte ci sta tutto: amore, morte, storia, religione, sesso & erotismo (cose diverse e in ordine sparso), cibo, vino, ah, quanto vino, quindi, ebbrezza e quindi il palato del giorno dopo, vita quotidiana, persone, animali, botanica, ossessione, nomi, cose, città, gioco, famiglia, il figlio, pure quello che non è arrivato, il colore, le scarpe, la casa, i pensieri, il viaggio, chi parte e chi resta. L’avventura, pure quella domestica.
Il letto, la poltrona prediletta, l’angolo del tavolo.
La scrivania.
La sedia.
La penna.
La matita e il taccuino su cui scrivere.

I sentimenti.

Io, poi, ci sto.
Può darsi, prendo il fatto in considerazione, che io abbia perso smalto, che sia arrivata al capolinea, che non sia più in grado di fare belle lezioni.
Insomma, che debba chiudere professione e carriera.
Poi, però.
Ora vi racconto.

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LETTERA DA UNA PROFESSORESSA

L’aula non è nemmeno del tutto male.
In vita mia ho avuto aule terribili, lunghe e strette, per cui oltre la quinta fila di studenti era tutto un magma informe, non capivi se dormivano, si drogavano, certo è improbabile che stessero a sentire; larghe e corte, con le ali laterali completamente fuori controllo, ce li avevi praticamente dietro le spalle.
Aule dove non si sentiva niente. Una di queste veniva usata anche per i consigli, erano mattine paradossali, non capivi mai quello che dicevano dal tavolo in fondo.
A pensarci bene, in tutta la mia carriera a contatto con la storia dell’arte, dall’una o dall’altra parte, non ho mai visto un’aula adeguata.
Anche quando ho fatto l’università io, in quello stanzone sobrio e rigoroso c’erano solo tre file di sedie con un tavolino sul quale potevi scrivere e una lucetta che si poteva accendere. Tutto il resto era ti arrangi, e si arrangiavano tutti, portandosi lumini dell’intensità di quelli del camposanto e un supporto rigido sul quale appoggiarsi per prendere appunti.
Gli altri.
Perché io arrivavo sempre con un’ora di anticipo, le lezioni di storia dell’arte erano diventate il centro della mia vita.
E mi prendevo quello che consideravo ormai il mio posto. Mi sistemavo a uno dei tavoli completi di dotazione luminosa, quello era diventato il mio mondo.
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