Tutti i sentimenti (page 4 of 7)

Il luogo, appunto, dei sentimenti: il dolore e la delusione, certamente, ma anche la felicità, la virilità (cioè l’orgoglio e la forza), la femminilità (cioè la seduzione e l’inganno), gli animali, sempre così importanti, certe volte i bambini, poi la nostalgia, il rimpianto, la lontananza, il viaggio, la gelosia, il riso, il pianto, il lavoro, la relazione con gli oggetti, la povertà e la ricchezza, dunque, il denaro. L’amore. La morte. La vita, no?

LA PROVA COSTUME

Jacques Henri Lartigue, Houlgate, settembre 1919

Già avevo smesso di fumare.
Avevo smesso di fumare senza nessuna fatica, solo perché non avevo fumato per più di una settimana perché stavo male: avevo dolori violenti al petto, non sapevo che cos’era. Appena stetti meglio mi venne l’idea di provarci. Ormai fumavo con rimorso, avevo cominciato con i problemi di voce che mi tiro ancora dietro, una cosa professionale, fumavo dicendomi guarda che ti fai male.
Ci riuscii.
Dovetti cambiare amici, abitudini.
Da allora non ho più toccato una sigaretta e se qualcuno mi dice «per favore mi passi il pacchetto», gli rispondo «te lo prendi da solo».
Poi  è vero che se il mio medico mi dice «signora, le restano solo tre mesi di vita», la prima cosa che faccio è entrare da un tabaccaio e comprarmi un pacchetto di Marlboro rosse.
Dure.
Peccato per la scritta menagramo che rovina il design e che quando fumavo io non c’era.

Più o meno in modo simile, ho smesso di andare al mare.

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ALL’OMBRA DEI CIPRESSI

La tomba di Rimbaud a Charleville

Comincio con la storia di un raggiro messo in atto ai miei danni, per cui un mio compagno del corso di tedesco, venuto a conoscenza della mia passione per Rimbaud, buttò lì che lui era stato a Charleville sulla tomba del poeta e che sulla lapide c’era scritto Ne criez pas pour moi, Non gridate per me.
Solo dopo anni avrei visto la foto della sepoltura, scoprendo che in realtà l’implorazione era Priez pour lui,  Pregate per lui.
La favoletta, comunque, era ben trovata, come sappiamo, i secondi (e anche i terzi e i quarti) fini degli uomini accendono sempre la loro fantasia, anche tombale, anche letteraria.
Quanta vita c’è nella morte?
Tantissima, essendo la morte l’accadimento chiave della vita medesima: se non ci fosse vita, non ci sarebbe morte.
E, lo sappiamo, Eros e Thanatos sono legati indissolubilmente, al punto che mai come quando noi siamo davanti alla morte abbiamo voglia di vita.
Lo sa bene la Matrona di Efeso, anche lei protagonista di un racconto, stavolta fatto da uno serio, Petronio, nel suo Satyricon.

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IL PROFUMO DELLA POVERTÀ

Il mio servizio resta infinito e di conseguenza impagabile…un’opera d’arte è inestimabile, non ha valore commerciale e dunque non si può pagare
(Gustave Flaubert, Lettera a George Sand, 4 dicembre 1872)

Käbi usava dire che dei soldi non le importava nulla, però facevano bene ai nervi
(Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987)

Avevo la libertà di proporre delle idee – senza mezzi. Bisognava che ci sponsorizzassimo da soli…«La povertà mette in tutte le cose il suo profumo» – parole di Santa Teresa d’Avila…
(Charlotte Perriand, Una vita di creazione, 1998)

Scena numero 1. Una volta incontro in Segreteria un collega regista che stimo. Ho visto il suo ultimo film e gli dico che la protagonista, che di mestiere è docente di Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti, vive in una casa irragionevole: un superattico al Vomero. Lui capisce che cosa intendo e si salva per il rotto della cuffia: «È ricca di famiglia».

Scena numero 2. In un film di cui ho dimenticato il titolo, comunque italiano, la protagonista insegna Italiano in un liceo. A un certo punto apre l’armadio e sono inquadrate trenta paia di scarpe di Sergio Rossi. A circa cinquecento euro al paio, fate voi il conto di quanto aveva speso la signora per vestirsi.

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ODE DELLE CREATURE


A Camilla, a Perlascura, ai Props e a tutti gli altri animali che sono entrati e usciti nella e dalla mia vita o che ancora la abitano

Allora qualcuno mi dice scegli un solo film da vedere e rivedere fino alla fine dei tuoi giorni e non ho alcun dubbio.
Scelgo Blade Runner, quale versione delle tante poco importa, mi importa che nel film ci siano quella pioggia eterna, quei dialoghi, quella colonna sonora e quei personaggi.
E che non ci siano gli animali.
Come sempre, tutto si tiene e tutto torna e un mondo senza animali è proprio quello di quella Los Angeles del 2019 (e quando mi sono accorta che ci eravamo arrivati, a quell’anno, mi era passata la voglia, che avevo coltivato per tanto tempo, di andarci): buio, pieno di solitudini che faticano a incontrarsi, dove si parlano lingue incomprensibili l’una all’altra, dove il ricordo di una terra popolata di esseri viventi che però non sono umani, sullo schermo, esce e entra continuamente.
E fa male.
La nostalgia degli animali in Blade Runner è tangibile, te la senti addosso e addosso ti senti anche la voglia di un animale.
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CANTICO DEI SENI, seconda parte

«…impudiche “paste delle Vergini”. Di queste  Don Fabrizio si fece dare due e tenendole nel piatto sembrava una profana caricatura di Sant’Agata esibente i propri seni recisi. “Come mai il Santo Uffizio, quando lo poteva, non pensò di proibire quei dolci? I ‘trionfi della Gola’ (la gola, peccato mortale!), le mammelle di S. Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli! Mah!”».
Il ballo dai Ponteleone è il più importante di quella breve stagione di mondanità a Palermo; è importante per lo splendore del casato e del palazzo e per il numero degli invitati. Inoltre il principe di Salina deve presentare in società la bella Angelica, promessa al nipote Tancredi, e quella sera l’occasione è perfetta. C’è stato il colpo di teatro della coppia Angelica-Don Fabrizio impegnati in un valzer, con tutte le altre coppie che hanno smesso di danzare e stanno a guardare loro e, durante quel ballo, per un attimo «la morte fu di nuovo ai suoi occhi, “roba per gli altri”».
Poi il Gattopardo entra da solo nella sala del buffet. E lì, in una gloria di colori, odori, sapori, arrivano le paste delle Vergini, quelle che in Sicilia si chiamano minne di Sant’Agata.
Le minne: cioè le tette, le zizze, le mammelle, insomma: i seni di Sant’Agata.
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CANTICO DEI SENI, prima parte

Nel film di François Truffaut Domicile conjugale (di cui non do il titolo italiano perché non se ne capisce il senso), uno dei personaggi maschili dice che se avesse dei seni, li accarezzerebbe tutto il giorno.
Non dico che cosa accarezzerei io tutto il giorno se lo avessi, perché ritengo questa comunicazione troppo confidenziale.
Del resto stiamo parlando di cose che si gonfiano e si sgonfiano continuamente, un po’ come il naso di Pinocchio.
E così siamo entrati nell’argomento.
Siccome l’elogio dei seni che attraversa i secoli è fatto dagli uomini (a loro sia resa gloria), mi metto un po’ in pari e aggiungo il mio punto di vista.
La vita di una donna, gratta gratta, ruota tutta intorno ai suoi seni.
Scoperti, nascenti, crescenti, graditi, apprezzati, sopportati, odiati, strizzati dentro il push up, murati dentro guaine che sembrano uscite dalla mente di un torturatore, stanno comunque lì.
Voi domandate a una donna che cosa pensa dei suoi seni e lei vi aprirà il suo cuore.
Perché tutto sta da quelle parti, come da quelle parti stanno i sentimenti.
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«torrei le donne giovani e leggiadre»: IL COLORE DEL TEMPO

Le età della donna, 1900

L’uomo ha occhi spiritati, una barba incolta con troppi peli bianchi per essere tale ad arte, orecchie evidenti che, se fossero ancora più pronunciate, lo farebbero assomigliare a un cartone animato.
La cosa che più mi colpisce è la profonda ruga orizzontale che segna un solco alla radice del naso, che ha largo e corto.
Non conosco la sua altezza né il suo modo di camminare (la sua allure), però non mi viene difficile pensare che se fosse alla guida di un taxi da me preso nottetempo, mi inquieterebbe per tutto il tragitto con la sua presenza e non vedrei l’ora di essere davanti al giardino di casa.
Trattandosi di uno scrittore e di un autore, balzato di recente alla cronaca per le sue dichiarazioni, vado a leggerlo.
Dice da subito di essere stupefatto per le polemiche che ha suscitato.
Siccome succede, a lui mi dedico con ancora più attenzione.
Dichiara di avere rapporti dolorosi con le donne.
Di essere stato martirizzato dalla madre, che definisce con il termine Folcoche, parola a me ignota e che vado a cercare e che ha a che fare con  una matrigna crudele.
Dice di essere stato picchiato con una prolunga elettrica.
Di essere stato un «bambino battuto, maltrattato, umiliato, martirizzato».
Dice di provocare lui stesso in amore delle rotture che lo fanno atrocemente soffrire per ricreare le sue vicissitudini.

A questo punto e con un po’ di sensibilità, si capisce che quando lui dichiara di non apprezzare le donne della sua età, bisogna avere un po’ di pazienza, fargli la tara, casomai, meglio, non prenderlo alla lettera.
E invece, no.
Invece, è scoppiato il putiferio.
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TANGO DELLA GELOSIA, seconda parte

Danzatrici del Bolshoi

Succede.
E, quando succede, io dico a me stessa quello che direi e dico a un collega e a chiunque altro faccia il mio medesimo mestiere.
Lascia perdere, il momento sacro del nostro lavoro, anche se si tratta della punta dell’iceberg perché di lavoro, sotto, ce ne è tanto altro, è quando ci chiudiamo la porta dell’aula alle nostre spalle e lasciamo il mondo fuori.
Davanti a noi, i nostri studenti.
Fuori dalla porta, tutto il resto. E, talvolta, pure la gelosia professionale.

Brutta bestia, anche se comprensibile.
Sentimento molto umano di insufficienza, che si traduce in piccoli atti immondi, dispetti, chiacchiere fuori posto, un accerchiamento di cui si può pure sentire il fiato sul collo.
Niente, comunque, lo dico a me stessa e lo dico al collega con cui parlo, rispetto a quello che subiscono le danzatrici del Bolshoi o le atlete del pattinaggio artistico, talvolta, ma non raramente, azzoppate dalle rivali attraverso l’intervento di un mandatario che, semplicemente, rompe loro un ginocchio mediante un corpo contundente. Un atto grave, che, nel caso di un’atleta, diventa gravissimo, visto che le stronca la carriera.
Noi, almeno, non abbiamo mai subito aggressioni del genere.
Almeno, dico, finora.
Chiamiamolo un eccesso di zelo.

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TANGO DELLA GELOSIA, prima parte

Vittorio Corcos, In lettura al mare, 1910

«Ti ho cercato ospite nelle immagini
di tutti negli amici comuni le foto,
sempre quelle, i profili aperti le donne che scopi
nella mia testa e non importa se è vero».

Claudia Crocco, Ancora Skype

«Quell’uomo mi pare simile agli dei, che ti siede di fronte e da presso t’ascolta dolcemente parlare e ridere amorosamente». Questa è Saffo «la bella», come la definisce Platone e questa è la grande ode della gelosia.
«Come ti vedo, non mi viene più la voce, ma la lingua mi si spezza, e subito un fuoco sottile mi corre sotto la pelle, e non vedo più con gli occhi, e mi rombano gli orecchi, e il sudore gocciola, e un tremore mi prende tutta…».
Trattandosi di Saffo, dobbiamo fare un po’ di ordine.
Vissuta fra la fine del VII e la prima metà del VI, ebbe un marito e una figlia, ma è ricordata soprattutto per il suo tiaso (che è una specie di associazione) di ragazze, «che esercitavano la poesia, la musica e la danza».
Nei confronti di queste giovani donne Saffo prova ardenti sentimenti di amore e, come abbiamo visto, anche di gelosia.

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INNO ALL’AMORE, seconda parte

Franz von Stuck, Cupido al ballo mascherato, 1888

«La strategia amorosa si sa adoperare soltanto quando non si è innamorati» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 24 ottobre 1940)

«Le strategie per intortare l’altro non funzionano se non quando non si accorda nessuna importanza alla relazione» (Sophie Cadalen, psicoanalista dei nostri giorni. Articolo del luglio 2011 strappato dalla mia rivista settimanale francese, ritrovato in un romanzo che avevo sospeso di leggere e che ho ripreso)

(Non c’è niente di nuovo sotto il sole).

Non si scappa.
Pure lui.
Quando Amore si innamora, anche lui si comporta da fantasma.
Ce lo narra Apuleio in una favola contenuta nel suo L’asino d’oro, nota con il nome dei due protagonisti e mai raccontata a sufficienza.
Dunque, c’era una volta un re che aveva tre figlie belle. Belle erano le prime due, ma la bellezza della «più giovane era così straordinaria, così fuori del comune, che le parole apparivano insufficienti e povere non solo per descriverla, ma perfino per lodarla».
Adorata come Venere, la fanciulla bellissima irritò la dea. Che volle punirla, mandando da lei il suo figliolo  «alato e scanzonato…sfrenato e insolente» comandandogli di farla innamorare dell’uomo più vile che c’era sulla terra.
La ragazza, che si chiamava Psiche, intanto se ne stava a piangere in solitudine perché tutti l’ammiravano ma nessuno l’aveva chiesta in isposa.
L’oracolo, consultato dal padre, stabilì che lei dovesse essere esposta su una rupe e preparata per il suo funerale, pronta per essere preda di un mostro viperino. Lui sarebbe stato il suo sposo e così si sarebbe consumata la vendetta degli dei. Ma accade qualcosa di inatteso e lei è trasportata da Zefiro in un prato, finalmente si riposa, poi va verso un palazzo incantato pieno di tesori, dove invisibili ancelle le servono « vini profumati come il nettare e vassoi pieni di vivande prelibate».
E adesso arriva il bello.

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