Siete dei tooth-smiler?
Gli americani si sono inventati anche questo. Oltre al Californian White, un tono cromatico dei denti che non esiste in natura e che si raggiunge con lo sbiancamento, definiscono anche il sorriso per come appare.
Del resto, il mio odontoiatra quando ci conoscemmo passò più di un’ora a parlare con me, voleva sapere tutto, mi fece anche ridere, più di una volta.
Perché? Controllava la linea del sorriso, dalla quale dipende qualunque decisione lui prenda nei confronti di un paziente.
Con il mio odontoiatra continuo a parlare e a ridere parecchio.
E sono una tooth-smiler, ve lo dico subito.
A guardare la storia dell’arte, violo tutte le regole del decoro.
Infatti, in arte, sono davvero in pochi a mostrare i denti.
Abbiamo cominciato ad affrontare l’argomento qui.
E oggi andiamo avanti e vi dico subito che una risata, nell’architettura di un corpo, un po’ come il dolore, lo coinvolge tutto.

Nino e Amélie
Ascoltiamo insieme il suono del riso: esso si sposta fra la pancia e la testa, la nostra voce si arricchisce di altri aspetti, ci sono risate e risate, vi ricordo che Nino, l’innamorato di Amélie, faceva collezione di risate bizzarre, che registrava.
Guardate il viso di una persona che ride, esso è come attraversato da un’onda sismica.
Eticamente, ci poniamo spesso alcuni interrogativi legati al riso, è lecito ridere di tutto, possiamo ridere con chiunque, il comico è sempre liberatorio.
Io credo che qui sia solo la nostra sensibilità a poterci guidare e, ancora una volta, se sentiamo una forzatura, è bene fermarci.
Ridere è anche mantenersi in equilibrio, ci sono persone che l’equilibrio lo perdono, cadono in volgarità scatologiche o sessuali, personalmente cerco di non frequentarle, c’è un’allegria inopportuna, certe volte mi viene da pensare ma che c’è da ridere.
Comunque, solo gli umani ridono. La faccenda della iena è leggermente inquietante, ammetto che mi spaventa semplicemente vederne una, di iena, con tutti quei denti, in fotografia.

Iena ridens
Nel nostro percorso d’arte dedicato al riso eravamo arrivati agli olandesi.
Quello che se la ride anche da solo è Rembrandt, che più di una volta ci mostra un volto ridente in un autoritratto.
Si autoritrae ridente anche Franz Xaver Messerschmidt, grande indagatore dell’animo umano. Settecentista, artista di corte, a un certo punto della sua vita precipita in una specie di follia negromantica, si ritira in quella che oggi si chiama Bratislava e lavora a una serie privata di busti o teste che esprimono, da una parte, un’acuta forma di realismo, dall’altra una fascinazione per il grottesco.

Franz Xaver Messerschmidt, Testa ridente, 1781
Solitario, fisicamente forte, l’artista lavorò per undici anni alla produzione di questa sezione del suo catalogo, affaticandosi sulle diverse espressioni e prendendo se stesso a modello.
Messerschmidt sosteneva che su un volto umano c’erano sessantaquattro espressioni e tutte e sessantaquattro le indagò, inserendo oltre alle emozioni più comuni anche lo sbadiglio, l’ipocrisia e il salvataggio dall’annegamento.
L’impressione è quella dell’ampliamento del nostro orizzonte, l’altro giorno in macchina, alla radio, ho sentito una vecchia intervista a Vera Marzot, costumista, che raccontava con intelligenza e acutezza di spirito il suo disorientamento quella volta che Luca Ronconi le chiese di realizzare un abito «color malattia».
Mi sono messa a pensarci sopra. Già i colori sono infiniti, ci manca solo che aggiungiamo ai nomi comuni, nero, bianco, rosa, rosso, anche i sentimenti.
Ma lei mi aveva affascinata, mi sono fermata sotto al sole e i suoi 40° perché dovevo scendere e fare una commissione e volevo invece finire di sentirla.
A pensarci bene, sappiamo tutti che cosa significa il «color malattia» e il talento dell’artista è riuscito anche a tradurlo in costume di scena.
Vediamoci comunque Messerschmidt che ride, espressione che noi, soprattutto oggi, troviamo normale.
Seducente, irresistibile, molto alla moda, Carolus-Duran è un contemporaneo di Manet. E ciò, al giorno d’oggi, lo mette in ombra.
Ma noi abbiamo occhi per tutti, quindi sono ben felice di presentarvelo, a partire da un suo autoritratto.

Carolus-Duran, Autoritratto, 1869
Guardate i suoi occhi, c’è in essi qualcosa di orgoglioso, determinato eppure sorridente, non era la Silvia di Leopardi ad avere gli occhi «ridenti e fuggitivi»?
Ecco, Carolus-Duran è ridente ma non fugge, anzi.
Mette bene in mostra gli attrezzi del mestiere, tavolozza, pennelli, la mano dell’artista, ci tiene a presentarsi, lui, pittore mondano, «van Dyck moderno», come quel grande lavoratore che fu.
Andò pure in America, siamo alla fine del XIX, e c’è una foto di lui che fa lezione alla Chase School of Art, voglio mostrarvela e guidarvi alla scoperta della gioia che c’è sul volto delle giovani donne che lo guardano.
Felicità dell’insegnamento, felicità dei momenti trascorsi insieme.
E a Carolus-Duran dobbiamo il dipinto più ridente di tutti, a partire dal nome.
Les Rieuses diventa in inglese, l’opera sta a Detroit, Merrymakers.
Guardate che bello.

Carolus-Duran, Les Rieuses, 1870
Dipinto tutto al femminile, con un forte legame fra la servetta che sta a sinistra e le signore eleganti che le stanno di fronte, mette in scena un momento di puro divertimento: il pappagallino volato sulla tovaglia deve confrontarsi con il suo fratello di carta, un origami che ne riprende la forma e che scatena il divertimento di tutti.
Il bambino vuole afferrarlo, la madre si tiene il petto per il gran ridere.
Si ride «saporitamente, sgangheratamente, di gran cuore, a più non posso, senza frenarsi, come un matto, a crepapancia, a crepapelle».
Addirittura, «si muore dal ridere».
Ecco, qui, che io sappia, abbia trovato, abbia visto, c’è l’espressione più completa di tutto questo.
Bellissimo il calice di vino rosso in primo piano a destra, e bellissimo il coltello messo in prospettiva, che dà la profondità alla scena e mette l’artista nella grande tradizione di coloro, tanti e grandissimi, che hanno usato il coltello a tavola per farci entrare nello spazio del dipinto.
Carolus-Duran vuol dire Sargent, di cui l’artista francese è stato maestro. E, guarda caso, anche Sargent compare nel nostro inventario ridente.

John Singer Sargent, Mr. and Mrs. I. N. Phelps Stokes, 1897
Isaac Newton (!) e Edith Stokes sono ritratti insieme dall’artista, famoso e molto richiesto.
Si tratta di un dono di nozze e all’inizio Sargent sceglie per lei un abito da sera. Poi arriva il colpo di genio e decide di ritrarla «in sporty daywear with a Great Dane at her side». L’abbigliamento sportivo lo vedete, bello, eh, che voglia di vestirsi così per andare a fare una passeggiata in villa, anche con quel magnifico canotier che ci ripari dal sole.
Il Great Dane, che sarebbe un levriero, invece non c’è. Il giovane marito si è offerto di sostituirlo e stanno così bene insieme, sono proprio una bella coppia.
Anche se il cane avrebbe affiancato benissimo la sveltezza della figura di lei, strappandole un ulteriore sorriso.
Una risata omerica.
Ridono sonoramente gli dei nelle narrazioni del grande cantore, non sempre, ma quando ci si mettono, ridono sul serio. E ridono sulle disgrazie, per esempio sulla mancata grazia di Efesto, brutto e sciancato, che serve loro il vino al posto del bel Ganimede.
Facile, ridere sulle disgrazie altrui. Una volta dal fornaio mi sono messa a chiedere a una donna che cosa c’era da ridere su una persona che cadeva, ho fatto tutta un’indagine, le ho chiesto se non provava un moto di compassione, lei ha insistito, ha detto no, no, a me viene solo da ridere, manco fossimo al cinema, manco a Oggi le comiche, ecco, qui è come se, umanamente, mancasse un tassello, casomai vediamo se, quando cadi tu, trovi la cosa esilarante.
Omerica è La risata di Boccioni.
E modernissima.

Umberto Boccioni, La risata, 1911
Realizzata dopo il viaggio a Parigi del 1911 e avendo apprezzato tutte le suggestioni dei Cubisti, è un inno alle luci, ai locali notturni, alla città dove succede tutto.
Boccioni morirà a trentaquattro anni per una caduta da cavallo e si interromperà così una carriera che, a giudicare da questo spostamento del Futurismo iniziale verso ben altri possibili orizzonti, ci avrebbe portato molto lontano.
Il volto della donna che ride rimane intatto, come era nei primi schizzi, anche rispetto all’ambiente circostante, fortemente frammentato, e questo a me sembra il segnale di una volontà di lasciare che la risata abbia il suo corso e che si esprima, intatta, fino in fondo.
Vi faccio anche omaggio, così, come suggerimento esistenziale, di una piccola galleria di casalinghe felici, del resto anticipate dalle sorridenti creature con i denti puliti che ho messo in apertura.
Tutto ciò che è casa in ordine è gioia, no?
- Pulisci
- Cucina e servi in tavola
- Stira
E voi donne, non capisco di che cosa vi lamentiate, guardate queste simpatiche signore, tutte ridenti.

Greta Garbo ride in Ninotchka, 1939
Ride pure Greta Garbo, pensate, a un certo punto della sua carriera e irresistibilmente.
Non vedo perché non dovremmo ridere anche noi.
Abbiamo parlato della gioia dell’insegnamento.
Questo argomento riguarda tutti, chi insegna e chi impara, a scuola ci siamo andati e ci andiamo tutti.
Ebbene, è esattamente con questo stato d’animo che concludo, seppure provvisoriamente, questa mia piccola indagine sul riso.

Herbert Bayer, Xanti Schawinsky, Walter Gropius, Foto Ilse Gropius, 1933
Lo so, mi ripeto, ma c’è sempre qualcuno nuovo, qualcuno che è appena arrivato e che è bello accogliere.
Questa è la foto che io ho su una delle librerie del mio studio, proprio davanti alla mia scrivania.
Ed è l’immagine che meglio esprime la mia idea di scuola.
Sono, questi, tre docenti del Bauhaus, la scuola d’arte più bella di tutte, con a destra Walter Gropius, che se l’è inventata e che l’ha diretta fino a che non ha ritenuto opportuno passare il testimone e tornare a fare l’architetto.
Ed è così che voglio salutarvi, con un’immagine di risata condivisa, nata e cresciuta intorno a un progetto comune, fra l’altro, un progetto grandissimo, una risata, mi viene da dire, seria, lo so, è un po’ un ossimoro, è una cosa difficile, ma è un po’ come quando ti ride la vita, ti ride la fortuna e ti ride l’avvenire.
Ditemi voi se c’è qualcosa di più bello.