Jacques Henri Lartigue, Houlgate, settembre 1919

Già avevo smesso di fumare.
Avevo smesso di fumare senza nessuna fatica, solo perché non avevo fumato per più di una settimana perché stavo male: avevo dolori violenti al petto, non sapevo che cos’era. Appena stetti meglio mi venne l’idea di provarci. Ormai fumavo con rimorso, avevo cominciato con i problemi di voce che mi tiro ancora dietro, una cosa professionale, fumavo dicendomi guarda che ti fai male.
Ci riuscii.
Dovetti cambiare amici, abitudini.
Da allora non ho più toccato una sigaretta e se qualcuno mi dice «per favore mi passi il pacchetto», gli rispondo «te lo prendi da solo».
Poi  è vero che se il mio medico mi dice «signora, le restano solo tre mesi di vita», la prima cosa che faccio è entrare da un tabaccaio e comprarmi un pacchetto di Marlboro rosse.
Dure.
Peccato per la scritta menagramo che rovina il design e che quando fumavo io non c’era.

Più o meno in modo simile, ho smesso di andare al mare.


Già il mare mi sfiniva, il sole mi rovinava la pelle, la sabbia mi dava fastidio, c’era anche di mezzo una casa in un posto appetibile, quindi motivo in più di sfinimento, la sera si mangiava sempre a orari impossibili, giocavamo a carte in giardino, e si beveva e ancora si fumava e poi quell’andirivieni continuo di gente, con tutti i miei tentativi di organizzare dei turni che si sfracellavano contro le impennate di chi voleva decidere all’ultimo momento; io riempivo il frigorifero coscienziosamente e c’era sempre qualcuno che lo svuotava;  mi mettevo d’accordo con la portinaia perché venisse la mattina a fare un po’ di pulizie e la mattina dormivano tutti fino a tardi e le pulizie non si potevano fare; passavo le giornate cercando di difendere la stanza da bagno più piccola, nella quale avevo allestito il mio quartiere generale, dalle invasioni di quelli che la trovavano, giustamente, ben fornita di tutto, spugne, creme, shampoo delicato, un gioco di spazzole e asciugacapelli professionale e tutto usavano, tutti contenti.

E poi mi annoiavo. Mi annoiavo come da un pezzo ormai mi annoiavo in vacanza, avevo cominciato a lavorare, trovavo la mia nuova vita geniale e non vedevo l’ora di ritornarvi.
Dunque, a un certo punto decisi di chiudere con il mare.
In ciò era anche intervenuta una specie di nausea della carne da spiaggia, erano cominciati i tatuaggi, i piercing e i maschi indossavano costumini piccoli piccoli con esibiti i gioielli di famiglia, si capiva che non ci sarebbe stato più il gusto della scoperta e poi, se di frutto proibito si tratta, facciamo almeno in modo che sia un po’ protetto.
E la palestra. Che se solo fossero andati al Museo Archeologico di Atene, dove sono esposte le statue degli dei (ho detto dei) e degli eroi (ho detto eroi), si sarebbero accorti che i corpi che loro si facevano a suon di esercizi con le macchine cinque volte a settimana non assomigliavano per niente ai corpi degli dei, ai corpi degli eroi.
Perché la Grecia antica sapeva che cos’è la bellezza di un corpo, come devono essere allungati i muscoli, il Classico aveva un’altra idea di che cosa si esibisce.
E poi le donne.
Già avevo cominciato a pensare che perfino i piedi, che considero una parte del corpo molto bella, delicata, privata, una donna dovesse mostrarli solo al suo amante. Figuriamoci che sentimento di disagio provavo di fronte all’esposizione di parti ancor più intime allo sguardo dei vacanzieri gaudenti.

Cominciò la fase delle vacanze in montagna, noiose per definizione ma almeno riposanti. Aria pulita, panorami impareggiabili, cena servita in albergo dalle 18:00.
Anche lì non vedevo l’ora di tornare in città a farmi i fatti miei, ma almeno leggevo tutti i romanzi che avevo messo in valigia, provando talvolta un senso di spaesamento: in montagna tutte le letture devono essere adeguate all’ambiente, quindi via libera al racconto dell’escursione e dell’arrampicata e alt alle narrazioni, mettiamo, sudamericane, totalmente fuori posto.

Avendo chiuso con il mare, decisi di buttare al secchio tutti i miei costumi da bagno, seppellendo in guardaroba in zona protetta gli asciugamani da spiaggia e le borse di paglia.
Perché un po’ mi dispiaceva, soprattutto per gli asciugamani, che erano dei quadri con delle immagini belle e violente, in certi casi astratte, che avevo molto amato sotto al sole.

Ieri sera stavo rientrando in macchina, con la radio accesa come al solito.
Come stavo?
Bene, nel senso di completamente fusa e deconcentrata, avevo fatto una gran buona lezione, ogni tanto capita, stavo in mezzo al traffico, pensavo che fra quella lezione là e la successiva sarebbero intercorse all’incirca quaranta ore (sono un’umanista ma trovo la matematica interessante) e che quindi avevo anche il tempo di distrarmi.
E dalla radio è uscita una canzone, che ha un testo la cui forza seduttiva avevo completamente dimenticato e che ieri sera, Roma, via Venti Settembre, ha saturato la mia macchina, con la mia borsa, la mia cartella, il mio proiettore, di uno strano desiderio di vacanze.

…Senti la mia pelle com’è vellutata 
Ti farà cadere in tentazioni …

Ovvio che io ho già deciso da mesi la mia meta estiva, sono una superorganizzata che ama pianificare.
Però, nella vita e come è noto, ci sono sempre spazi e interstizi, quindi ho lasciato la macchina in garage, ho giocato un po’ con il ragazzo di turno, sono salita da me, mi sono lavata le mani con l’acqua bollente.
E sono andata in guardaroba e ho aperto il cassetto dove avevo sepolto la roba del mare.
Anche, sopravvissuti, tre costumi da bagno.
1. Un due pezzi, ovvero un bikini, di grande marca francese, raffinatissimo, color sabbia con racemi neri
2. Un costume intero, nero, con un magnifico drappeggio e fiori che irradiano dal fianco, viola, rosa, gialli, fra le foglie verdi, di un verde variegato e tenero
3. Un olimpionico super tecnologico Made in USA, rigorosamente nero con sottili profilature bianche
Non so come abbiano resistito alle mia furia epuratrice.
Forse perché mi erano sembrati troppo belli per finire al secchio.

La cosa che più mi ha colpito, come sempre, è stata il loro odore: mare, piscina, vacanza, credo che dipenda dal tessuto, stavano nel cassetto da anni, come quell’odore sia sopravvissuto, non so spiegarmelo.
Forse è la memoria dei sentimenti.

Ho provato tutto.
Insomma, ho fatto anch’io la prova costume.
Forse il costume intero, stando lì, si è un po’ rovinato.
Ma gli altri due stanno e mi stanno benissimo.

Soprattutto l’olimpionico, diciamocelo, un’invenzione stupenda, lo metti addosso e ti libera le spalle e ti fa un corpo fantastico, senza, inoltre, attentare al tuo pudore.
Sembra il contrario di un’istigazione a delinquere, ti dice che dentro il corpo c’è un’anima e che faresti bene ad andartela a cercare.

E poi, io che ne so che succede domani, che ne so che succede il mese prossimo, che succede la prossima estate.

Quest’estate ce ne andremo al mare per le vacanze
Un’estate al mare 
Voglia di remare…
Un’estate al mare 
Stile balneare…
Senti questa pelle com’è profumata
Mi ricorda l’olio di Tahiti …
Quest’estate voglio divertirmi per le vacanze
Un’estate al mare …