Danzatrici del Bolshoi

Succede.
E, quando succede, io dico a me stessa quello che direi e dico a un collega e a chiunque altro faccia il mio medesimo mestiere.
Lascia perdere, il momento sacro del nostro lavoro, anche se si tratta della punta dell’iceberg perché di lavoro, sotto, ce ne è tanto altro, è quando ci chiudiamo la porta dell’aula alle nostre spalle e lasciamo il mondo fuori.
Davanti a noi, i nostri studenti.
Fuori dalla porta, tutto il resto. E, talvolta, pure la gelosia professionale.

Brutta bestia, anche se comprensibile.
Sentimento molto umano di insufficienza, che si traduce in piccoli atti immondi, dispetti, chiacchiere fuori posto, un accerchiamento di cui si può pure sentire il fiato sul collo.
Niente, comunque, lo dico a me stessa e lo dico al collega con cui parlo, rispetto a quello che subiscono le danzatrici del Bolshoi o le atlete del pattinaggio artistico, talvolta, ma non raramente, azzoppate dalle rivali attraverso l’intervento di un mandatario che, semplicemente, rompe loro un ginocchio mediante un corpo contundente. Un atto grave, che, nel caso di un’atleta, diventa gravissimo, visto che le stronca la carriera.
Noi, almeno, non abbiamo mai subito aggressioni del genere.
Almeno, dico, finora.
Chiamiamolo un eccesso di zelo.


Come sappiamo, gelosia viene da zelo e la definizione di zelo è «fervore, ardore che spinge ad adoperarsi per il conseguimento di un fine o la diffusione di un ideale». Credo che da chi esprime fervore e ardore ci sia anche da aspettarsi la gelosia.
La confessa in un’intervista Valeria Bruni Tedeschi, una donna nell’aria del tempo, attrice, regista, sceneggiatrice, insomma, una donna di cinema in tanti modi, bella, intelligente, singolare, che ritroveremo perché ha la capacità di spostare le cose e di dirle diversamente.

Valeria Bruni Tedeschi

«Posso avere delle ferite del mio io, posso essere gelosa di altre attrici, mi ha fatto soffrire non essere stata nominata ai César per Attrici ma, in capo a quarantotto ore,  mi riprendo».
Non sarebbe da lei non raccontarla tutta, lei è di quelli che si tolgono la pelle e credo che, fra i tanti motivi per cui è brava, c’è anche questo.

Tiziano è uno splendido.
Si è guadagnato l’ammirazione dell’Italia e dell’Europa, dunque, del mondo, con i suoi dipinti: ritratti, scene mitologiche, pale d’altare magnifiche.

Tiziano, Autoritratto, 1562

Carlo V lo nomina pittore di corte e sappiamo che una volta si chinò a raccogliergli il pennello: l’imperatore si china davanti all’artista per rendergli questo servizio. Penseremmo tutti che uno così, un grande signore del Rinascimento che compendia nella sua esistenza tutto lo splendore dell’epoca, non avesse niente da temere da un rivale. E invece no.

Tintoretto, Autoritratto, 1548

Quando si affaccia al suo orizzonte il più giovane Tintoretto, dotatissimo e ambizioso, fa di tutto per toglierselo di torno. E non ci sentiamo di biasimarlo. Fare ombra al sole non è corretto e Tiziano è una delle stelle più brillanti della storia dell’arte.

Sir Peter Paulus Rubens, Autoritratto con Isabella, 1610

Lo stesso fa Rubens, altro magnifico: il gentiluomo perfetto.
Geniale come pittore, fu anche un ottimo diplomatico. Straordinariamente dotato di potere di concentrazione, mentre dipingeva si faceva leggere Tacito e dettava una lettera. Ce lo racconta un ammiratore di passaggio, che, trovando l’artista così indaffarato, si guardò bene dal disturbarlo ma che fu invece sorpreso nel vedere che il Maestro gli rivolgeva la parola, rispondendo a tutte le sue domande.
Ma anche uno così, favorito dalla natura oltre ogni limite, vide vacillare la sua generosità nei confronti dei colleghi più giovani e divenne meno amabile quando la presenza dell’allievo Antoon van Dyck suscitò in lui un sentimento di gelosia.

Antoon van Dyck, Autoritratto col girasole, 1632

Ma Rubens si comportò quasi lealmente. Semplicemente, cominciò a celebrare van Dyck «con somme lodi» per il suo talento di ritrattista. Lo scopo era quello di «rimuoverlo dalle figure», che si sarebbe tenuto per sé.
Nessun problema per l’allievo allontanato, che avrebbe avuto una carriera fulgidissima, anche estesa all’Inghilterra presso la corte di Giacomo I.
Ma è meglio che due giganti non stiano uno a fianco dell’altro, insomma trattasi di una norma elementare di sicurezza.

E che cosa dire di Sir Joshua Reynolds.
Subissato di lodi e di onori, nominato baronetto e presidente della Royal Academy, un grande gentiluomo dell’Inghilterra del Settecento.
Vi dico solo che, quando morì, il suo feretro, seguito da novantuno carrozze, fu portato fino alla cattedrale di Saint Paul da tre duchi, due marchesi, tre conti e due lord.

Sir Joshua Reynolds, Autoritratto, 1780

Eppure era dominato «da timori e gelosie verso tutti coloro i cui meriti egli pensava mettessero a repentaglio la sua superiorità».
Ma continuò ad apparire agli occhi del mondo un patrono delle arti perché era capace di dissimulare.
Ottima indicazione, quella di Reynolds, da prendere al volo.
Insomma, la gelosia, meglio non dichiararla.
Anzi, a seguire i consigli del mio galateo degli anni ’50 La vera signora, meglio nasconderla del tutto.
«Fare un viso lungo quando la rivale lo ha pieno di fossette, la mette in stato di svantaggio, le toglie di mano il pugnale con cui anche lei può stendere intorno feriti gravi e morti».
Questa sì, che è una lettura strategica.
Anche perché le donne sono gelose di tutte le altre donne: sono gelose le madri delle figlie e viceversa; le sorelle fra loro; le amiche del cuore; le cognate; una donna più vecchia è gelosa di quella più giovane per via della giovinezza; ma quella più giovane è gelosa di quella più vecchia perché è più realizzata.
Le rivali stanno dappertutto, quindi si rischia di passare la vita a pensare come togliersele di torno.
Meglio non infierire, è più elegante.
L’altro mio vangelo, quello che dice a una donna come vestirsi in ogni circostanza (L. Cénac, V. Hanotel, Guide pratique à l’usage de celles qui n’ont jamais rien a se mettre), al paragrafo Eclipser une rivale, che non traduco perché il senso mi pare chiaro, suggerisce di non strappare gli occhi all’altra ma di giocare più sottilmente. La soluzione è le gommage: «La schiacciate con la vostra magnificenza e mettete in rilievo i vostri atouts. Le vostre gambe sono più snelle delle sue? Impercettibilmente velate, le accavallate e le scavallate (è orrendo ma rende l’idea, nota mia). I suoi gioielli sono da due soldi? Voi l’accecate discretamente con il fuoco del vostro diamante. La sua vita è grossa? Voi strangolate la vostra in una gonna stretta. Il suo seno è degno di un’adolescente prepuberale? Il vostro fa sognare sotto un bustino indiscreto. Gli occhi sono tutti per voi. Quella sera c’era una rivale?».
A proposito di abiti adatti all’occasione, alle autrici, perché di due donne si tratta, del volume sarebbe molto piaciuta l’idea che venne a Paolina Bonaparte Borghese in occasione di un ballo cui aveva invitato una concorrente.
Ve l’ho già raccontato?

Antonio Canova, Paolina, 1808, part.

La padrona di casa mandò alcuni emissari a informarsi del colore del vestito dell’altra signora. E fece interamente foderare il salone delle feste con una seta di tonalità identica.

Quando si dice, fare tappezzeria.

E ora statemi a sentire.
Quando Gian Lorenzo Bernini soggiornava a Parigi, e ci era andato su invito di Luigi XIV, e sto parlando del Re Sole, e la città al Maestro stava stretta, vuoi per il rigido cerimoniale di corte, vuoi perché non stava a casa sua (lui, che pure a Roma non era nato, da Roma, dopo esserci arrivato, non si era mai mosso),  e fu punzecchiato dall’architetto Charles Perrault, il favorito di Colbert, a proposito di certi dettagli che riguardavano il nuovo progetto del Louvre, a un certo punto, esplose.
Esplose, vi dico.
E dichiarò che lui era disposto ad ascoltare tutte le critiche  che riguardavano le questioni pratiche, «ma che soltanto uno più bravo di lui poteva permettersi di criticare il disegno».

Gian Lorenzo Bernini, Primo progetto per il Louvre, 1665

E aggiunse, oh, se lo aggiunse, che Perrault «non era degno di legargli le scarpe».

E non ho ancora finito.


Maria Callas, nel bel film, che ricordo affettuoso, che le ha dedicato Franco Zeffirelli, è interpretata con coraggio da Fanny Ardant.

Ho in mente molto bene una scena in cui la Divina è in vestaglia nel suo camerino e qualcuno osa parlarle della grande rivale, Renata Tebaldi.
Lei guarda lontano, è come se  non avesse nemmeno sentito.
Però, poi, alza una mano, morbidamente, e compie, in assoluta eleganza, il gesto di chi scaccia una mosca.

Questo, vi sto dicendo.
Invece di azzoppare una o un rivale per questioni di gelosia, fatevi allacciare, da lui o da lei, le scarpe.

E poi, soprattutto, liberatevene.
Col gesto annoiato di chi è infastidito da un insetto.