
Domenico Gnoli, La tasca dei pantaloni, 1969
Je m’en allais, le poings dans mes poches crevées…
(Andavo, i pugni nelle mie tasche sfondate…)Arthur Rimbaud, Ma Bohème
Sbagliano tutto, le donne.
Non solo, perseverano pure.
Sempre lì a compiacersi per le quote rosa; a starnazzare per il soffitto di cristallo; a perdersi su nomi di professioni declinati al femminile, improbabilmente.
Laddove si dovrebbero occupare della discriminante, quella autentica, che fa la differenza e che le inchioda lì dove stanno, senza nemmeno un piccolo luogo addosso dove mettere il biglietto dell’autobus o il fazzoletto.
Voi guardate come sono fatti di tendenza i pantaloni femminili, alcuni modelli hanno addirittura la lampo laterale, molti, e qui ci siamo, non hanno le tasche.
Se uno (una) domanda mi scusi ma non è che sono cucite e che vanno aperte, sorpresa sempre bellissima, come non sempre accade quando si apre qualcosa, la vendeuse ti guarda e dice, ma che scherza, poi stanno male addosso.
I pantaloni con le tasche stanno male addosso a voi.
Addosso a me stanno benissimo.
Fra le cose più umane e terrene che abbiamo a disposizione, il titolo di un romanzo ci ricorda che il sudario non ce le ha, le tasche sono il vero motivo di differenza fra maschi e femmine.
Un po’ come le scarpe con i lacci, una delle cose che più invidio agli uomini (certo, ci sono scarpe stringate da donna, le indosso regolarmente, ma lo stile, meglio, la grinta sono tutt’altro).
L’importanza delle tasche è tale da aver invaso la lingua: si cammina con le mani in tasca, ovvero, spensieratamente; non si ha un soldo in tasca; non ce ne viene niente in tasca; si fanno i conti in tasca; si conosce qualcosa come le proprie tasche; se ne hanno piene le tasche.
Ma la locuzione più interessante mi sembra l’eufemistico rompere le tasche. Qui, dalle tasche passiamo alle scatole, agli stivali o ai corbelli. Questi ultimi sono i coglioni.
Non mi sembra un caso che, procedendo sillogisticamente, le tasche corrispondano ai testicoli, dunque al luogo di fabbricazione della vita e, insieme, a una delle connotazioni più virili che ci siano sulla faccia della terra.
Ecco spiegato, facile facile, il motivo del discrimine.
Quando la commessa sottintende che le donne hanno la pancia, come se gli uomini non ce l’avessero, senza saperlo sta dicendo altro, cioè che le donne, non avendo i testicoli, non possono nemmeno avere le tasche.
Tutto quello che è tascabile è deliziosamente trasportabile.
Divertiamoci subito con questa ballata interpretata da Laura Betti,
un vero inno alle veneri piccoline:
…Sono da occhiello, da dito mignolo
Uno spilluccio da cravattino
Ma sono morbida, fatta benino…
Pensavo, però, soprattutto ai libri, che a un certo punto hanno preso questo nome. Di lillipuziani ce ne sono sempre stati, vuoi per motivi di discrezione, vuoi di prezzo, ma l’invenzione del libro da poter portare in tasca è altro. Livre de poche; pocket; tascabile, c’è dentro l’idea di qualcosa che ti appartiene intimamente.
In francese c’è anche L’argent de poche, che è il titolo di uno dei più bei film di Truffaut.
In italiano Gli anni in tasca, da noi sarebbe dovuto essere La paghetta, ma per una volta la traduzione è all’altezza dell’originale e conserva la freschezza della narrazione. Il grande regista francese, quando è alle prese con l’infanzia, dà sempre il meglio.
Abbiamo parlato di pantaloni ma non devo ricordare che tutti gli indumenti da uomo sono pieni di tasche, anche senza arrivare all’abbigliamento professionale, quello che si chiama workwear e che è riservato a maschi forti che fanno lavori muscolari. E che hanno, evidentemente, tanti attrezzi da collocare.
Guardate la galleria che ho confezionato per voi.
- Pantaloni da lavoro con tasche
- Giacca Esercito italiano
- Gary Cooper, Sergeant York, 1941
Vi ho messo anche una foto di Gary Cooper con addosso un trench, indumento che, come dice il nome, è stato pensato per stare in trincea. Esso ha una quantità abnorme di tasche, fondine, anelli, falde, risvolti, volendo potete agganciarci anche una granata, quando piove, può far comodo.
E dal trench passo all’uniforme.
Un paio di settimane fa mi sono fermata a chiacchierare con due soldatini che presidiavano quel luogo di guerriglia urbana che è alle dieci del mattino il punto di raccordo fra piazza del Popolo e via del Corso. Il caldo già picchiava e loro stavano con i loro 21 chili di attrezzatura addosso.
Uno aveva gli occhiali da sole.
Gli ho chiesto se erano consentiti.
Mi ha detto no, ma sono da vista.
(Parleremo anche di questo tema, affascinante).
Poi ho cominciato a chiedere se tutte le tasche della divisa erano vere e a che cosa servivano.
Sarà che non avevano niente da fare, per una quindicina di minuti mi hanno spiegato tutto per filo e per segno, in effetti non avevano addosso niente di superfluo, armati come erano fino ai denti, dovevano pur mettere da qualche parte i soldi per la merenda.
Amo molto i grembiuli da cucina e non capisco gli uomini che non li trovano sexy.
(Forse quello che indossava tua madre).
Marlene Dietrich, che è un’appassionata, dice che le piacciono i grembiuli, «quelli ampi, con i bordi larghi e le grandi tasche quadrate».
Dice anche che comprava quelli da infermiera «all’antica, con le increspature tutt’intorno».

Grembiule vintage da infermiera
Parla del grembiule appoggiato su una sedia in cucina, che «è una meravigliosa natura morta», con nelle tasche «caramelle scartate attaccaticcie, pezzi di carta sgualciti, annunci economici strappati in fretta, monetine, un pezzo di benda, una calzetta e un turacciolo».
(Devo ricordarmi di chiedere a quelli che non trovano sexy i grembiuli da cucina se trovano sexy le infermiere).
Marlene cita anche i «tesori contenuti nelle tasche di un bambino».
Ricordi, come quello, terribile, di Bretodeau (non Bredoteau) in Amélie, che riporta il personaggio a quel triste giorno a scuola in cui, avendo vinto una grossa quantità di biglie di vetro, cerca di mettersele tutte in tasca.

Bretodeau perde le biglie
Ma il maestro fischia, lo chiama, lo prende per un orecchio.
E succede la tragedia, autentica: la tasca si rompe e cadono tutte le biglie.
Non ho trovato immagini, allora ho fatto con i mezzi di bordo, fotografando l’attimo da un video di Youtube. L’alternativa sarebbe stata inserire il dischetto e fotografare la mia televisione, ma non credo che sarebbe stato meglio.
Apprezzate la buona volontà della vostra blogger.
Ho appena finito di dire che le tasche sono appannaggio maschile.
Vediamo pure Dürer, che in un appunto scrive «Chiave vuol dire potere, saccoccia vuol dire ricchezza».
(A questo proposito, il mio garagista di cognome fa Saccoccio ed è proprietario di un garage da 220 posti auto in un quartiere in cui non c’è parcheggio. C’è un destino, nel nome, lo sappiamo).

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.
E la Melencolia dell’artista tedesco ha belli in vista chiavi e sacchetto. Vi mostro quest’ultimo in un dettaglio.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514
Le chiavi le trovate appese alla cintura dell’angelo/autoritratto dell’artista.
Nero l’umore, nere le linee, il lavoro ha perso di significato e la ghirlanda sul capo sta lì «per alleviare la malattia melanconica».
Eppure l’artista è l’uomo produttivo per eccellenza, come può stare in questa inattività paralizzata.
Il talento, ovvero il potere che gli viene da Dio, non è sufficiente a stemperare il suo temperamento saturnino.
Anche lui.
(Almeno gli altri saturnini fossero produttivi come questo).
Raf Simons è un fashion designer che apprezza le donne. Che questa cosa non vi sembri strana, accade di continuo che le ostetriche abbiano in uggia i bambini e i professori gli studenti, sono i paradossi dell’esistenza.
Se tutti i creatori di moda amassero il genere femminile, non disegnerebbero quello che disegnano.

Raf Simons
Fra le altre cose, abiti senza tasche.
Lui, no.
Nel bel film Dior and I, che risale al breve periodo, quattro anni, da lui trascorso nella storica maison francese, Raf Simons parla dei suoi gusti: non gli piacciono i tacchi alti e ama le tasche.
Che Dio lo benedica, una visione un po’ meno trita del guardaroba femminile.
Voi guardate quante possibilità di tasche ha un uomo, e parlo solo della giacca.
Come si è capito, a me piacciono le tasche, tutte e soprattutto quelle a toppa, che trovo bellissime.
Ho avuto un paltoncino rosso con i bottoni dorati, tutto stretto in vita e che poi si allargava a corolla, con due grandi tasche applicate.
L’ho buttato e non indosserei mai più niente di simile, ma era bellissimo e ricordo ancora perfettamente la sensazione di conforto che provavo quando infilavo le mani in quelle saccocce.
Inoltre. Le tasche dei blue jeans sono tutte un programma. Cinque, regolamentari, hanno ciascuna la sua funzione.

Pubblicità Les temps des cerises, 2019
Anche quella di épater les bourgeois, o, meglio, di scandalizzare quelli che dei borghesi hanno preso il posto.
Considerata sessista, la deliziosa pubblicità de Les temps des cerises (che significa Il tempo delle ciliegie), su ordine del sindaco, è stata ritirata in un comune di una piccola località non lontana da Parigi.
E che lagna.
A me era sembrata bellissima.

Pubblicità jeans Jesus, 1973
Meno provocatoria, inoltre, di quella storica dei jeans Jesus, fotografata da Oliviero Toscani, che, evidentemente, allignava in altri tempi.
E quelli, a rigore, non erano nemmeno blue jeans, tanto per dire.
Comunque, avete ragione, qui non stiamo parlando di tasche.
Ma sapete com’è, da una cosa nasce l’altra.
E vi ricordo che si chiama tasca anche quella del pasticciere, che serve a fare decorazioni.

Tasca da pasticceria
Non l’ho mai usata, pur non mangiando dolci, ogni tanto ne realizzo qualcuno e questo utensile mi sembra molto divertente.
Nel corpo è meglio non avere tasche, gengive, diverticoli, altro.
Hanno le tasche alcuni animali, cercopitechi, che poi sono delle scimmie, e roditori, e le loro sono boccali o guanciali.

Criceto
Servono a fare scorta.
Un po’ come noi con il denaro.
Le tasche più geniali ce le hanno i cefalopodi dibranchiati, per esempio il polpo, che fa questa cosa incredibile, schizza fuori dalla sua ampolla, che comunica con l’ano, un secreto di colore nero, che favorisce la sua fuga.
(Dovremmo avere tutti un dispositivo simile nell’anima, anzi, metaforicamente, è probabile che ce l’abbiamo).
Il vero marsupio, inoltre, è la tasca del canguro.

Canguro e cangurino in tasca
Non quella cosa orrenda che indossano i turisti.
Quante, quante tasche.
Comunque, ricordate che è maleducazione tenere le mani in tasca quando si sta davanti a qualcuno, in particolare quando si parla.
Ma che potete scapricciarvi con le vostre tasche in privato, quando siete voi e loro e, soprattutto, da ora in poi e dopo questo articolo, guardarle diversamente.
Soprattutto le donne, che dalle tasche sembrano essere escluse come se fosse un regno: comodo, potente, accogliente, a oggi, ancora tutto maschile.