…Una donna, donna, dimmi
Cosa vuol dir “sono una donna, ormai”?
Ma quante braccia ti hanno stretto, tu lo sai
Per diventar quel che sei
Che importa, tanto tu non me lo dirai, purtroppo…

(Mogol, La Canzone del Sole, 1971)

Il funambolo delle parole. Tempo fa sento alla radio un’intervista a Mogol. Un mio collega e amico diceva che Mozart/Da Ponte sono come Battisti/Mogol.
Giusto.
Bene.
Dunque, Mogol diceva che una volta l’anno, una sola volta l’anno, non ogni tanto, andava a casa di Battisti, che si metteva lì e gli faceva sentire tutte le musiche delle canzoni del nuovo album.
Non parlava mai.
Se lui provava a chiedere qualcosa, lo mandava a dar via l’anima, gli diceva il paroliere sei tu, che vuoi da me.
A metà mattina arrivava la signora Letizia a portare il caffè.
Quando aveva ascoltato tutto, lui se ne andava e si rimetteva in macchina. Cominciava subito a scrivere i testi nella sua testa, ogni tanto prendeva un appunto ma non sempre.
Arrivava a casa sua e metteva giù le parole. Mettere giù le parole è una bella immagine, uno scrive le parole e loro si depongono da qualche parte.

È così che sono nate le canzoni che sono state la colonna sonora dei nostri amori, e non solo di quelli.
Quando ci penso non riesco a crederci.

Cioè.
Mogol, avendo sentito una sola volta la musica, ci costruiva sopra dei testi.
Gli venivano così e gli venivano così bene.

Credo che tutti noi, anche se non abbiamo uno straccio di relazione con la poesia nella nostra vita (e se le cose stanno così, la nostra non è vita), intuiamo che il poeta compone perché è ispirato, che c’è qualcosa che vive dentro di lui, i Greci antichi lo chiamavano δαίμων, che noi potremmo tradurre con demone, una vita autonoma che ci abita, per cui alcuni hanno potuto dire che loro erano un altro, che agiva per conto suo.
Del resto sappiamo tutti che se al tuo demone tu non dai retta, quello si ribella e ti divora, Picasso sosteneva che la pittura era più forte di lui e che gli faceva fare quello che voleva lei.
E se lo diceva Picasso.
E quelle che provi quando sfiori la poesia, tu chiamale, se vuoi, emozioni.
E non devo essere io a dirti che anche le parole di una canzone sono poesia, soprattutto certe parole, soprattutto certe canzoni.

Il parrucchiere. Il mio parrucchiere è uno degli uomini più importanti della mia vita. Sono sua cliente, paziente, devota, adepta da più di due decenni, quando ci siamo conosciuti lui era un ragazzetto e io mi ero infilata, come ogni tanto mi succede, in un guaio.
Lui fu per me molto importante, mi cambiò la testa e mi aiutò a sbrogliarmi.
Lui è il caso più eclatante di riuscita sociale che abbia visto in vita mia.
Se lo merita perché è bravo, vedo entrare nel suo negozio donne senza un briciolo di appeal, o che l’appeal l’hanno buttato da un pezzo al secchio, e lui le trasforma, i capelli sono sempre sostanziali, un taglio ti dà riconoscimento e carattere, per non parlare della sua reversibilità, nel senso che non è un tatuaggio e non è un piercing, al massimo ti crea una situazione diversa da quella precedente per sei mesi, insomma, con i capelli, secondo me, ci puoi fare quello che vuoi.
Il mio parrucchiere ha pieno potere sulla mia testa: su di essa lui ha fatto di tutto, extensions, treccette blu, frangia di tinta diversa.
Ci capiamo al volo, al massimo gli dico lascia le lunghezze.
L’ho tradito solo due volte. La prima per provare un salon di quelli superchic in Francia, dovevo assolutamente cavarmi la voglia.
L’altra, per farmi pettinare dal parrucchiere che stava dalla mia estetista, che è bravo pure lui e che mi fece una magnifica testa en pétard.

Ma mai l’ho tradito per un taglio. Tutte le volte solo per cose senza importanza, che il giorno dopo nemmeno mi ricordavo.

(La scusa di tutti i traditori).

Il parrucchiere dell’estetista si chiama con il medesimo nome del mio, quindi è solo un mezzo tradimento, guardate che vi sto dando un consiglio che può sempre far comodo, insomma, non si rischiano gaffe né sbagli.

(Datemi retta).

Tutti sappiamo come lavora un parrucchiere. Va a negozio, tratta con i rappresentanti, dirige tutta la baracca, ha il senso del tempo.
Il suo è un lavoro di alto artigianato, certe volte d’artista ed è comunque un lavoro creativo.
Deve avere l’occhio lungo, guardare il viso e il corpo, deve proporre anche l’avventato e il demente, tanto con uno shampoo e una passata di colore si cancella.
Il mio parrucchiere è molto terme, vacanze a Dubai, diamanti alle orecchie, piercing e tatuaggi.
E ci mancherebbe.
Tutto il mio anno ruota intorno a lui, prendo ad aprile gli appuntamenti fino a settembre e a settembre quelli fino a dopo Natale.
Lui l’altro giorno mi ha detto che la cosa che più lo stancava del suo lavoro era fare solo cose per gli altri.
Ammetto di non aver capito del tutto che cosa intendeva dire, allora il chirurgo, allora il prete, allora quello che pulisce i gabinetti.


Pulire i gabinetti non è un lavoro di quelli che David Graeber, «antropologo e militante anarchico» americano, definisce bullshit job, anzi. Socialmente, è uno dei lavori più utili che ci siano.
Certo, è meglio fare il manager, però spesso il manager fa cose del tutto inutili e non è detto che siano divertenti.

Fare il parrucchiere dovrebbe invece essere divertente.
Dunque, quando ho sentito quella frase, ho provato un lieve senso di scollamento.
Fra l’altro, in questo momento dell’anno non è nemmeno stanchezza, hai appena riaperto.
Il mio parrucchiere mi ha detto che lui si sente bene quando fa le cose per sé.
Come se fare le cose per gli altri non fosse pure farle per sé.
Certe volte mi sfugge il senso di certi discorsi.

L’impiegato della Posta. Stamattina sono andata in centro a comprare la mia rivista francese. Prima ho fatto alcune commissioni dalle mie parti. Siccome andavo, appunto, in centro, ho detto adesso rispedisco il pacchetto degli acquisti che ho fatto in internet e che non andavano bene, un pezzo troppo largo, un altro troppo stretto, dalla Posta Centrale, a piazza San Silvestro.
E vedo pure se hanno dei bei francobolli.
Poco prima dell’ingresso dell’edificio della Posta c’è lo Spazio filatelico.
Sono entrata.
Non c’era nessuno.
Mi sono messa a guardare i pannelli con le più recenti emissioni.
La mia idea era di cercare dei francobolli con delle opere d’arte da utilizzare per le mie spedizioni.
C’era un gran bel bancone laterale, anche con un cordone di protezione e un cartello che diceva ai clienti di non ammassarsi per rispetto della riservatezza altrui.
Davanti al bancone c’erano un paio di magnifici sgabelli, sapete, quelli che vedi nei film, alti da bar, dove tu ti siedi quando vai a ubriacarti e a raccontare al barman i fatti tuoi.
Più o meno la situazione era questa.  E i clienti non c’erano.
Quindi mi sono avvicinata al bancone e l’impiegato mi ha invitata a sedermi.
Cioè tu vai alla posta e il tuo interlocutore ti dice «Si accomodi».
E io mi sono accomodata.
Con il mio più bel sorriso mi sono scusata di non essere un’esperta e ho spiegato che cercavo dei bei francobolli d’arte.
Ho chiesto anche se c’era già stata l’emissione per il quinto centenario della morte di Raffaello.
Non ancora.

I francobolli da me acquistati stamattina alla Posta Centrale

In alternativa l’impiegato ha cercato e trovato per me alcuni fogli, così si chiamano, cioè dei francobolli venduti tutti insieme su un supporto cartaceo, che poi uno stacca e utilizza.
Quelli di Leonardo che, giustamente, celebra anche lui i cinquecento anni dalla morte, ma li celebra quest’anno. Dunque, Leonardo e Raffaello sono morti a un anno di distanza, non ci avevo mai fatto caso, ci ho fatto caso per i francobolli.
Tralascio che Leonardo è morto a sessantasette anni e Raffaello a trentasette, insomma, stavamo parlando di altro.
L’impiegato aveva dei baffetti scuri sottili, avrebbe potuto fare la comparsa sul palcoscenico del Teatro dell’Opera quando c’è la Tosca e il plotone di esecuzione spara per davvero a Cavaradossi.
Gli ho chiesto come si chiamava.
«Pierfrancesco», mi ha risposto, un po’ stupito per la domanda.
Io cerco di memorizzare sempre i nomi, lì ho fatto il collegamento con un attore che non è nemmeno fra i miei prediletti.
Dunque, il signor Pierfrancesco mi ha tirato fuori, come fa il prestigiatore con il coniglio dal cilindro, anche i francobolli dei Carabinieri che avevano ritrovato delle opere d’arte e lì in mezzo, visto che se l’erano rubata e che poi l’avevano ritrovata, c’era anche La Muta di Raffaello.

Raffaello, La Muta, 1507

Come facciano i ladri a rubare quadri che stanno in posti così ben protetti come la Galleria Nazionale delle Marche, me lo chiedo sempre.
Ho fatto il Perfezionamento a Urbino e andavo in quel museo spesso, soprattutto in inverno, quando tiravo l’ora di cena in compagnia dei miei artisti.
Quindi quel furto insigne mi colpì molto.
Poi, per fortuna, arrivarono i Carabinieri.
E, per festeggiarli, i francobolli.

Come complemento all’arte e spolverata di zucchero sulla torta, ho scelto da un faldone che ho potuto sfogliare anche l’emissione filatelica che celebra i cento anni della penna stilografica Aurora.
Cento anni pure lei.

Io ho una Pelikan, ma anche l’Aurora è bellissima.

Ho chiesto al signor Pierfrancesco se gli piaceva il suo lavoro. Mi ha risposto «Molto», gli ho detto che dieci giorni fa ho fatto una spedizione di centocinquanta buste con i francobolli comprati nella brutta posta di via Nocera Umbra, vicino a casa mia, gli ho detto che ho commesso un errore ma che sarà mai più, andrò sempre da lui a comprare i francobolli, tu vuoi mettere, il gusto di sentirsi dire che il lavoro che uno fa è bello.

L’impiegata della Posta. L’edificio della Posta Centrale di piazza San Silvestro avrà pure la facciata pretenziosa e neorinascimentale, come dice la mia guida, però è bellissimo.
Ve lo mostro in galleria.

Già un convento, il palazzo della Posta fu rimaneggiato alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento per le nuove esigenze della nuova Capitale.
È un luogo ampio, con un magnifico giardino al centro, con un’atmosfera completamente diversa dalla posta dove di solito vado io.
E lo sapevo.
E allora, mi sono detta, perché non sei venuta qui a comprare tutti i francobolli ad agosto, potevi pure fare da qui la spedizione, ti mettevi da una parte, li attaccavi tutti e poi pensa che bel timbro ti mettevano.
Pur sapendo che non sono andata a piazza San Silvestro ad agosto perché non c’era la metropolitana e non avevo nessuna intenzione di prendere l’autobus, mi sono sentita scema.
Però rimedio. L’anno prossimo, a costo di prendere due taxi, andata e ritorno, spedisco da qui.
Ho atteso il mio turno, che è arrivato subito.
Mi sono presentata allo sportello e la donna bionda mi ha schioccato un bellissimo «Buongiorno!».
Le ho mostrato il mio pacchetto, le ho detto che cosa c’era dentro anche se era roba intima, insomma, siamo fra donne, le ho chiesto un consiglio, devo rispedire tutto a Parigi, che cosa è meglio.
E ci siamo messe a parlare.
La signora si chiama Debora senz’acca e abita, guarda il Caso, dalle mie parti.
Ha anche lavorato due anni alla posta di via Nocera Umbra e ha detto che è bruttissima.
Dunque, non ha importanza avere il lavoro sotto casa, l’importante è stare in un posto bello.
«Le piace lavorare qui?».
«Moltissimo».
Alla signora Debora piace l’arte, conosce tutta la storia dell’edificio, la vista del giardino la ricolma di gioia, lei ha educato il figlio al bello, lo ha anche portato al Musée d’Orsay e quello si è messo a fare l’informatico.
Ma come si può, ha detto lei.
Nel frattempo ha preso il mio pacchetto, l’ha pesato, ha controllato tutte le tariffe, mi ha chiesto se avevo fretta che arrivasse e se volevo la tracciabilità, mi ha domandato se andava bene una raccomandata a dodici euro e venti, certo che va bene, alla fine ho speso un botto in andata e ritorno per la spedizione, però vuoi mettere, ho fatto l’esperienza e poi ho conosciuto lei.
Abbiamo parlato di lavoro. Della clientela che a San Silvestro è diversa da Nocera Umbra, là c’è gente scortese, lì ci sono gli uffici.
Lei è stata presente anche a due rapine.
Lei deve raccontarmi tutto.
Drogati, pieni di cocaina e romani de Roma.
(Meglio della serie che sto vedendo).
Quella volta si sono presentati con un fucile con le canne tagliate e l’hanno puntato contro una collega che si è messa a piangere e a urlare. Lei, che è una col sangue freddo, si è acquattata sotto al bancone e ha detto meglio che non reagiamo, i soldi fra l’altro stanno nel caveau, che si apre a tempo, quindi questi stanno facendo una cosa stupida e inutile, le era dispiaciuto soprattutto perché c’erano dei ragazzi che stavano lì con un contratto trimestrale, insomma, pensa tu che spavento per una cosa di lavoro che non si sa nemmeno quanto dura.

Eccetera.

Per fortuna non c’era gente.
Fine mattina in piacevolezza con questa donna entusiasta, si è alzata due volte per darmi la mano, presentarsi e salutarmi, le ho dato la cartolina della mia Associazione, le ho detto che sono uno storico dell’arte, la reazione è stata pirotecnica, il mio sì, che è un lavoro fantastico.

Lo dice pure l’impiegata della Posta.

Questo per tutti coloro che pensano che la città grande sia un luogo di solitudine e di alienazione, dove se hai bisogno di qualcosa nessuno ti dà retta.
Basta chiedere.
E, comunque, non è vero.
Voi venite in giro con me, io vado alla ricerca di storie, io voglio sapere la motivazione in base alla quale la gente la mattina si alza dal letto, come e perché lo fa, voglio sapere che cosa ti tiene in vita, sei innamorato, sei felice, hai un lavoro interessante, insomma, io ti chiedo, e non venirmi a dire che la domanda è troppo filosofica o troppo astratta perché lo so benissimo da me, dicevo, io ti chiedo qual è il motivo per cui tu stai al mondo.