
Sfera di cristallo merovingia trovata nella tomba di Childerico I, sec. V d. C.
Sono arrivata alla trentesima settimana.
La creatura è già formata, cresce, deve solo sistemare i dettagli.
Si muove e certe volte mi sveglia la notte.
Nel senso che di notte mi vengono un sacco di idee.
E poi la creatura sono più disposta a pensare che sia nata come Atena, già armata, dalla mia testa, come la dea era nata, armata, dalla testa di Giove.
Sto dicendo che da sette mesi sto facendo lezione diversamente e che molte cose sono successe.
Ho arricchito il mio repertorio.
Non ho cambiato stile perché lo stile è quello mio, però ho messo a punto alcune sottigliezze.
Ho perso persone.
Ne ho acquisite altre.
Non è ancora tempo di bilanci e poi che me ne importa dei bilanci.
Anche perché ormai mi sono fatta l’idea che andremo avanti così, lo penso da mesi, penso che chissà se e quando tornerò a fare cose professionali in presenza.
E poi che me ne importa della presenza.
Lieve senso di scollamento.
I due uomini sono rigorosi e, si capisce subito, gaudenti.
Del resto, se non fossero gaudenti, non starebbero là.
Vestiti di tutto punto, indossano ciascuno la propria divisa.
Sono il Directeur de Salle e il Secondo Maître e sostano accanto al carrello dei formaggi del ristorante più antico di Parigi, con sala dotata di vista sulla Senna e sulla cattedrale di Notre-Dame.
Il carrello dei formaggi è incastonato in alte pareti di plexiglass.
La cantina del Restaurant ha 320.000 bottiglie; 14.000 etichette; la carta dei vini è composta da 396 pagine e pesa otto chili.

Le Grand Livre du Vin, Tour d’Argent, Paris
I due uomini indossano mascherine azzurre e guanti di lattice neri.
Qui c’è qualcosa che non va.
Se vado in sala operatoria, mi sembra normale che siano tutti bardati in questo modo, lo dice l’ambiente, estraneo a tutto ciò che uno frequenta di solito, la temperatura gelida, la musica di sottofondo che piace al chirurgo.
Se vado al ristorante, sono in un altro stato d’animo.
Non ho una soluzione, sto solo pensando che dovremmo inventarci altro: se non un’altra vita, almeno un altro abbigliamento.
Sul sito di una delle più prestigiose guide gastronomiche di Francia compare un’intervista a un infettivologo, che dice come fare al ristorante: distanza a tavola di m 1,5 fra i commensali; mantenere la mascherina fino a che non arriva la prima portata; rimetterla quando non si mangia o si beve; i coperti devono essere disinfettati con soluzioni specifiche, compito che spetta al ristorante; se il cameriere porta la mascherina sotto il naso e la cosa ci preoccupa, prima di farlo notare, meglio starsene a casa.
Soluzione che mi continua a sembrare interessante, accanto a quella di inventare qualcosa di nuovo.
Credo che ormai siamo in un film di fantascienza, lo dice l’atmosfera, lo dice l’umore generale e allora dobbiamo cambiare abbigliamento, se dobbiamo stare con la maschera, non è possibile stare vestiti normali ma con la museruola sulla faccia.
A parte il trucco che la riduce uno straccio.
A parte lei che riduce uno straccio lui.
E già questo basterebbe.
Vi faccio vedere un quadretto di Pietro Longhi, veneziano.
Quadretto perché ha dimensioni contenute.

Pietro Longhi, Il rinoceronte, 1751, part.
La donna in alto indossa la Moretta, detta anche la Muta, visto che si teneva ferma sul viso con un bottone stretto fra i denti.
E che, dunque, impediva di parlare.
Era una maschera di velluto nero, considerata perfetta per la seduzione.
L’uomo in prima fila indossa una Bauta, formata da un tricorno, un tabarro, ovvero un ampio mantello, e una larva, la maschera bianca che si chiama anche volto.
L’uomo con il corno del rinoceronte in mano è una specie di banditore. E ha pure una frusta.
Povera bestia.

Albrecht Dürer, Rinoceronte, 1515
Vi propongo un disegno del rinoceronte di Dürer. Lui sì, che sapeva come ritrarlo.
Ma torniamo alla maschera.
Vi faccio vedere un dettaglio del dipinto di Canaletto Ricevimento dell’Ambasciatore Imperiale a Palazzo Ducale.

Canaletto, Ricevimento dell’Ambasciatore Imperiale a Palazzo Ducale, 1729, part.
È un bianco e nero, ovvero: è bellissimo.
Il colore, dovreste saperlo, è tutto finto.
Lo dico sempre: digitate sulla barra di Google Gioconda e Immagini e poi ditemi se ce n’è una uguale all’altra.

Leonardo, Monna Lisa, 1505
L’unica Gioconda con il colore giusto è quella che sta dove adesso è difficile andare.
E il cuore mi piange al solo pensiero del Louvre, così distante e irraggiungibile.

Belfagor, il Fantasma del Louvre, 1965
Ora che ci penso, pure Belfagor porta una maschera.
E, a guardarlo bene, anche i guanti.
Eccolo, dunque, un altro modello per noi nel nostro stato attuale.
E mettici pure il brivido.
E l’arte, di cui lui è geloso.
Apposta se la prende con questo e con quello.
Come lo capisco.
Ma torno a Canaletto. Divertitevi a cercare su questo particolare del suo dipinto, pubblicato nel catalogo on line della Fondazione Cini di Venezia, tutte le maschere.
Perché i veneziani del Settecento se ne andavano in giro per la città mascherati per almeno sei mesi l’anno.
E in questo modo vivevano, giocavano d’azzardo, concludevano affari, facevano l’amore.
Approfittando della maschera.
Non vedo perché noi non potremmo fare altrettanto.
Approfittando della maschera pure noi.
Deve essere la fissazione del gadget.
Trovi quello che ha messo l’anello sullo smartphone e, se gli chiedi che ci fa con quel coso, lui ti fa vedere che il telefono così può stare dritto quando sta a tavola.
Ammesso che debba stare non solo dritto, ma pure a tavola, ma perché non lo appoggi da qualche parte, insomma, qualunque libro, bordo di piatto, scatola di vitamine va bene.
No, lui ci ha messo l’anello.
Così come i miei condomini mettono frasi sugli zerbini: Home Sweet Home; There is no Place like Home; Welcome.
Ma per carità.
Una di queste notti sfido il coprifuoco, tanto voi state tutti a casa e io sono una audace, prendo un sacco condominiale di quelli grossi e faccio un repulisti per le scale.
Butto tutti i vostri zerbini al secchione.
Home Sweet Home: ma fatemi il piacere.
Con il medesimo principio del gadget, gli studenti discutono la tesi con la corona d’alloro sulla testa: come ce l’aveva Napoleone.
Come ce l’avevano Dante, Petrarca e Boccaccio.
I poeti laureati, appunto.
Ma voi l’avete letto, Montale?

Gilberto de’ Pippis
Ha preso il discorso un amico su un social e pure io ci penso da un pezzo.
Corsi di studio triennali, poi.
E se non sono mascherati con la corona d’alloro, lo sono con il tocco, quello che porta in testa Gilberto, il nipote di Pippo.
Che, però, se non mi sbaglio, una più, una meno, ha otto lauree.
So lavorando a un Sorbetto speciale.
Gwyneth, fatti da parte.

Ineffabile Gwyneth
Tu che, pur essendo nata con il cucchiaio d’argento in bocca, ovvero, tu che non hai i problemi miei di mutuo e di condominio (per non parlare degli altri), tu che, dicevo, ti svendi come una donna non dovrebbe mai fare: offrendo per $ 75,00, diciamocelo, una miseria, il tuo intimo.
Gwyneth, ti ricordo che intimo è un superlativo e che, quindi, più dentro e più internamente non puoi andare.
E mi meraviglio di te.
Una con la tua educazione, che non conosce la metafora, l’ellissi, il simbolo, una che si mette in piazza come mai farebbero quella cantate da Battiato che pure «nelle sere quando c’era freddo / Si bruciavano le gomme di automobili», Gwyneth, ti sfido sul tuo medesimo terreno.
E sto già preparando il mio prossimo Sorbetto, che si intitola Pussy Galore.
Sì, proprio come la Bond Girl di Goldfinger che, dal 1964, si mostra al mondo con il suo nome: Pussy, come pussy, ovvero chatte, ovvero gattina, anche se in italiano il termine più frequente è un altro, però si capisce che stiamo parlando del sesso femminile.
Galore come a tutta birra.
Simpatico, no?

Pussy Galore, Goldfinger, 1964
E conto di confezionare un Sorbetto come confeziono i Sorbetti io: in eleganza, filologia, leggerezza, su un crinale di malizia divertita che mai, dico mai, deve cadere nella volgarità e suscitare l’imbarazzo che tu, Gwyneth mia, hai suscitato inutilmente con la messa in vendita della tua candelina.
Ma fammi il piacere, va’.