
Marsia, dalla Villa delle Vignacce, Roma
Rimpianti. Immagino pure voi, comunque io sono d’accordo su quella faccenda dei rimorsi e dei rimpianti, per cui è meglio vivere dei primi che dei secondi.
Un po’ faticoso, ma tant’è. Me lo ripeteva incessantemente il collega di Scenotecnica dei miei primi anni di Accademia, io lo prendevo come un invito all’audacia, anche se mi chiedevo perché lui, che mi sembrava una persona concreta e normale, insistesse sempre tanto.
Fra i rimpianti, quelli sentimentali bruciano più degli altri.
Dunque, è stato con gioia che ho constatato che uno di essi non è più tale.
Ve lo dico senza ulteriori esitazioni: un uomo non mi aveva mai chiamato amò o tesò.
I motivi? Me li sono chiesti spesso. Probabilmente, generazionali. Ma fossero stati solo quelli. No, secondo me il nodo era più duro e difficile da sciogliere, si deve essere trattato di una cosa, e come la definisco, sociologica, che ne so, io non so manco dove sta di casa, la sociologia, però a occhio e croce come fai a chiamare una come me: tesò.
A parte che secondo me ci vorrebbe l’apostrofo e non l’accento, ma voi sapete come vanno queste cose, insomma, stavolta non mi fermerei su questo dettaglio.
Anche se di solito sui dettagli mi ci fermo, pure parecchio.
Adesso vi racconto come è andata e, soprattutto, chi ha avuto l’ardire di infrangere il divieto.
È andata che il pomeriggio era bruciante e il mio studio infrequentabile.
Come sempre, da luglio a fine agosto, visto che è esposto a sud-ovest.
Le ore in cui il sole batte più violento vanno dalle 13:30 alle 17:00 abbondanti.
Questa esposizione del mio studio corrisponde alle corna del cervo, sapete, quelle che l’animale lodava perché le trovava belle e che poi si incastrano nei rami di un albero.
Il senso è che quando la stagione è meno violenta, nel mio studio ci sto benissimo proprio per l’esposizione, è chiaro che sulla scrivania ho una lampada super efficiente, ma pure la luce che entra dalla finestra fa tanto.
A osare, finalmente, è stato il bisteccone dell’Ipercarni, di cui vi ho parlato qui.
Ora, che lui si identifichi con una bistecca, a me sta bene, anche se io sarei più per una maionese impazzita, sapete, quei fallimenti che stanno sotto i vostri occhi, le uova slegate dall’olio e il limone che galleggia su tutto e uno si domanda che mi è venuto in mente e perché non ho comprato un bel tubo al supermercato, sulle uova sode ci sta pure benissimo per via delle decorazioni che si possono fare.
Insomma, vedevo un film, anzi, stavo sprofondata in un film e pensavo guarda quant’è bella la mia televisione nuova e mi arriva il primo messaggio.
L’attacco era più che cortese: «Tesoro sei a casa? Sto venendo in zona me lo offri un caffè?».
Ma io ero sprofondata nel film e non ho risposto.
La temperatura è montata: «L’indirizzo amore faccetta sorridente. Sono quasi arrivato tesoro. Mi servirebbe l’indirizzo. Amore. Sono quasi su via Appia. Sono qui…Tesoro Amore. Teso».
Bingo, c’ero riuscita. Anni che aspettavo.
Finalmente: teso. Anche se senza uno straccio di accento.
(E quante ne vuoi).
La cosa è andata avanti per tutto il film, io a un certo punto gli ho detto che era un maleducato per via della foto pornografica che mi aveva mandato, lui ha risposto che voleva farsi perdonare, con una gragnuola di Amo e Teso che a un certo punto mi ha un po’ annoiata.
Tutto qui?
Questa sensazione di vuoto che incombe, questa mancanza di argomenti.
E poi, questa faccenda degli accenti.
A sera ho avuto diritto a un’altra porzione di pornografia.
Stavolta, inquadrato c’era anche il lavandino della stanza da bagno, con il bicchiere dello spazzolino coordinato con il dispenser di sapone, che già in sé, in casa, è una cosa senza senso e un flacone di Listerine Cool Mint.
Ma la cosa più evidente era la linea del lavandino stesso, con al centro una specie di parentesi graffa, non sto dicendo che i sanitari devono essere geometrici, a me le forme morbide in casa piacciono, mi danno un senso di accoglienza, ma, visto che hai rifatto casa da poco, mettici una cosa più virile e meno ammanierata.
E mettici una saponetta, ché se il dispenser ti scivola di mano ti fa anche un danno.
E, a proposito di forme morbide, l’altra cosa che si notava subito era la pancia.
Che trovo insopportabile negli uomini, anche se gli uomini sono stati così astuti da trasformarla in vanto con, addirittura, uno spostamento semantico, indicando con la parola pancia ciò che in realtà, non serve essere un esperto di anatomia per capirlo, è lo stomaco.
In un ragazzo, poi.
Quanto al protagonista dell’immagine, era in posizione di riposo.
Immagino che il proprietario in questo modo volesse comunicarmi il suo stato d’animo, non più di assaggio e proposta, ma di delusione e sconfitta.
Povero piccino, gli ho scritto, si vede proprio che hai preso tanto caldo.
Rimorsi. Il mio telefono aveva evidenti problemi di carica.
Il primo a fare un controllo era stato il tipetto a via Furio Camillo.
Che però non si è accorto che era attivata la posizione, che sembra consumi molta batteria. Siccome il caricatore nuovo, dopo che il mio, quello originale, si era rotto, l’avevo comprato da lui, non ha osato dirmi che dovevo prenderne un altro. Sei mesi, un po’ poco.
Non abbiamo risolto.
Allora, prima di Ferragosto, ho fatto vedere il telefono all’altro tipetto, quello a via Enea, che ha disattivato subito la posizione, mi ha detto cominciamo così, poi casomai, fra qualche giorno, proviamo con un caricatore originale Samsung.
Solo dopo, cambiamo la batteria.
Luca.
Lucido e propositivo.
A Ferragosto, tutto chiuso, il telefono si caricava lento lento.
E mica farai che mi pianti proprio in questi giorni.
Ieri l’altro Luca aveva già riaperto.
Me ne sono accorta uscendo dalla farmacia.
E avevo anche il caricatore in borsa.
Dunque, potevamo affrontare la situazione con cognizione di causa.
Solo dopo aver varcato la soglia del negozio mi sono ricordata che avevo cambiato la schermata di blocco.
Io non cambio quasi mai niente, la mia immagine WhatsApp è la medesima dall’inizio, su FB ho avuto solo due fotografie in tutti questi anni.
Le mie inquietudini me le sbrigo altrimenti.

Blocco
Ma avevo cambiato la schermata di blocco e avevo messo un’immagine che ho già pubblicato su questo blog e che vi ripropongo.
Avevo già passato il telefono a Luca da sotto la barriera di plexiglass, quando l’ho vista.
Che stava lì e non si sbloccava.
Speravo che uscisse la schermata home, l’amorino di von Stuck, ma l’amorino non ne voleva sapere di mostrarsi.
Ora, è evidente che io col mio telefono faccio quello che mi pare e che chissà il tecnico quante ne vede, è un po’ come il confessore, però evito sempre di mettere in imbarazzo le persone.

Home
Inoltre, mentre lui faceva avanti e indietro con le impostazioni e le applicazioni e tutto il resto che sapete e la schermata blocco tornava di continuo e io facevo finta di niente, e che altro avrei potuto fare, entra in negozio un ragazzetto, ciabatte, mascherina e calzoncini, e lo chiama.
Teneramente.
«Luchino».
Chissà che cosa pensa un gay di una donna che gioca con i peli del suo pube.
Probabilmente, tutto il male possibile.
«Luchino, come Visconti», sorrido io, anche se forse in questo modo un nome così bello diventa frivolo.
Inoltre, quell’altro si chiamava Matteo.
Quindi io attacco una conversazione sugli evangelisti finalizzata a distrarre il tecnico dalla mia schermata.
Racconto anche quali sono i rispettivi simboli: Luca, il toro; Matteo, l’angelo, vedi Caravaggio; Giovanni, l’aquila; Marco, il leone.
Vedi Venezia.
Di un pube di donna, nemmeno l’ombra.
Ma che mi è venuto in mente di cambiare la schermata di blocco proprio quando il telefono aveva bisogno di assistenza.
È finita che ho comprato il caricatore originale Samsung e che, squisitamente cortese, ho augurato loro cose belle.
Ora, mi sembra che però di fondo il telefono abbia dei problemi.
Dunque, aspetto qualche altro giorno, poi lo riporto a via Enea.
Mi chiedo se sia il caso di cambiare, almeno provvisoriamente, la schermata di blocco.
O se sia meglio fare finta di niente.
Scorticamenti. Il più audace di tutti è stato Marsia. Audace inutilmente, però, visto che queste cose si sa come vanno a finire.
Il satiro, che apparteneva di diritto al corteo di Bacco, e abbiamo capito che significa, suona benissimo il flauto.
Il flauto era stato gettato via da Atena, che si era trovata brutta con le guance rigonfie.
E sono, come sempre, d’accordo con lei.
(A me Atena sta simpaticissima, anzi, è la mia dea prediletta, mista com’è di guerra, testa, tessitura, bellezza).
Apollo davanti al vanto del satiro si irrita e lo sfida a una gara musicale: lira contro flauto.
Il vincitore potrà imporre al vinto la punizione che vorrà.
La giuria è costituita dalle Muse, dunque Apollo gioca in casa.
Non solo, le Muse, figuriamoci se non danno la vittoria al loro signore e compagno, dio del Sole e della Poesia.
Un po’ di parte, le ragazze.
Dunque, Apollo, irritatissimo come possono irritarsi solo questi dei qua, che soffrono delle nostre medesime passioni ma che le provano anche più intense, punisce Marsia in modo terribile: scorticandolo vivo.
In arte, la gara viene interpretata anche come metafora della lotta fra intelletto ed emozioni.
Ma su tutto questo torneremo.
Ieri mi è giusto venuto in mano un numero della mia rivista di cinema del novembre del 2019, che era rimasto in giro e non era stato archiviato.
Non era stato archiviato perché non l’avevo quasi letto e probabilmente avevo intenzione di farlo, che ne so, a Natale.
Poi, però, ero partita, e meno male, perché adesso di partire proprio non se ne parla.
Ma non è questo.
È che ieri mi sono messa a sfogliare la rivista e che ho trovato una bellissima intervista a un regista francese dal nome difficile, Robert Guédigian, marsigliese.
A parte che Marsiglia è bellissima, tutta rotta, violenta, con il mare e la pizza, insomma, sembra un po’ Napoli, nell’intervista il regista diceva che da un pezzo lui sta ragionando sulla distanza che c’è fra emozione e intelligenza.
E che non la capisce.
Come se la conoscenza fosse forzatamente fredda e distante e come se l’emozione ci impedisse di avere una conoscenza delle cose.
Lui dice che senza emozione non si impara niente.
Credo che abbia ragione e che dobbiamo fare il passaggio dai sentimenti alle emozioni e riempire queste ultime di senso.
E poi è il 21 agosto e stamattina mi sono svegliata col pensiero che stiamo ancora qui e che a settembre mancano ancora dieci giorni.
Ma che lo so, perché lo dicono tutti e perché l’ho imparato a mie spese, che la coda è la più dura da scorticare.
Anche se lo scorticamento di agosto è ben altro da quello di Marsia.
Quello sì, terribile.
Perché lo scorticamento estivo, tutto sommato, è quasi accettabile.
Forse un po’ lento, struggente, non così audace come vorremmo che fosse.