Una delle cose che più mi ha fatto soffrire ultimamente è stato un sms (attenzione, non un WhatsApp) della signora Annita (due n), titolare della bottega di riparazioni alla quale da un pezzo portavo a riparare la mia stirella.
La bottega stava prima sulla Nomentana, poi, di recente, si erano trasferiti a via Tripoli.
Quindi, quando serviva, io mi incollavo il mio pesantissimo elettrodomestico, sopportavo che al garage dove tengo la macchina (e mi faccio arrivare i pacchi) mi chiedessero se avevo tagliato un’altra testa (avvolgo la stirella in una busta robusta e la tengo come Salomè tiene il Battista), caricavo l’ingombro, parcheggiavo in seconda fila e scaricavo l’impiccio.
Che veniva puntualmente riparato, qualunque malessere avesse.
Anzi, me lo restituivano sempre, non solo revisionato, ma anche con il cavo sistemato professionalmente e tutta la caldaia avvolta in una pellicola il cui perfetto avvolgimento mi sconsigliava quasi di disfarlo.
Il fratello della signora Annita, il tecnico, quando andavo a ritirare l’animale, mi diceva per carità, se la tenga cara.
Datata al 1996, c’è scritto sotto, la stirella mia non ha niente in comune con le stirelle della medesima marca ma successive, che hanno il serbatoio che si buca dopo un anno e che sono, diciamocelo, una miseria tecnica.
Aggiungo che una delle cose più belle di un guaio alla stirella, in sé una tragedia domestica, era proprio il parlare con la signora Annita e con il fratello.
Con la macchina parcheggiata in seconda fila e la sensazione che la vita fosse tutta annidata là: un lavoro preciso, cortese, dedicato, insostituibile.
Preziosissimo.
La notizia via sms della chiusura dell’attività è arrivata insieme agli auguri di Natale.
Ho preso il telefono subito dopo e ho chiesto perché.
Perché tutti comprano on line.
L’unico problema è che una marca di cucine ha almeno settanta (settanta) modelli di bruciatori diversi.
(Da loro avevo anche sostituito un bruciatore della mia cucina, dono di nozze).
Quindi i clienti (i clienti) acquistavano on line il bruciatore da sostituire, o la griglia, o altro. Si sbagliavano e andavano da loro a chiedere il pezzo giusto, pretendendo di cambiare l’altro.
Non parliamo nemmeno di riparazioni.
Ormai, come tutti sanno, qualunque dispositivo dura al più un paio di anni, quindi, da riparare non rimane più niente.
(A parte la mia stirella).
Dunque, la signora Annita se ne sarebbe stata a casa, con il marito che riusciva comunque a mantenerla, e si sarebbe -finalmente- iscritta all’università.
Quella della Terza Età.
Cogliendo, dunque, la rosa che non aveva potuto cogliere da ragazza.
Un progetto commovente.
A parte il sentimento di rimbrotto da parte mia nei confronti della mia stirella: «Vedi di non romperti. Il tuo tecnico prediletto, visto che era bravo, è stato assunto al reparto surgelati di un supermercato sulla Nomentana e non può più occuparsi di te».
Mai abbandono amoroso fu più triste.
Io sono una donna tendenzialmente fedele, fosse solo perché sono un’abitudinaria.
E ho perfezionato negli anni una mia teoria secondo la quale il tradimento è, al 90%, colpa del tradito.
Che, evidentemente, non basta.
Torneremo a parlarne.
Comunque, se io utilizzo l’e-commerce, è perché il commercio, quell’altro, non mi basta.
Chiarisco che io per anni sono andata a comprarmi le mie riviste estere all’edicola che mi piaceva. Erano sempre le medesime riviste, però quelle due chiacchiere e quell’ambiente metropolitano davano al mio acquisto un altro senso.
Ora che è diventato, di botto e violentemente, difficile procurarsi la stampa estera perché tutte le edicole sono diventate negozietti di souvenir turistici, ammetto che dove trovo, prendo.
E che certe volte farmela a piedi da piazza di Spagna a via Veneto quando ho solo voglia di rientrare, mi pesa moltissimo.
Anche perché, a via Veneto, forse trovo la rivista, ma trovo pure identici souvenir turistici.
Mi ero abbonata a una delle mie riviste.
Tutte le volte, un condomino mi rubava il giornale e me lo faceva trovare sotto lo zerbino venti giorni dopo privo della confezione in plastica.
Ancora mi chiedo chi nel mio palazzo avesse il gusto della filosofia, in francese, per giunta.
Però l’insulto delle pagine già aperte era per me insopportabile, quindi, la rivista, ho smesso di acquistarla.
Libri e film non sono per me reperibili in libreria. Non li hanno, ordinandoli bisogna aspettare venti giorni, ti guardano, se chiedi, come se chiedessi la luna.
Ho comprato on line la fodera della tavola da stiro.
Compro regolarmente i filtri della caraffa.
Ho comprato spugne svedesi secche per la pulizia del bagno e della cucina.
Lo ammetto, queste ultime sono il mio capolavoro.
Esasperata perché in dieci supermercati avevo trovato solo le spugne svedesi morbide, inutilizzabili con il calcare dell’acqua di Roma, mi ero buttata su quel ritrovamento, ordinandone venti confezioni da quattro (4 x 20 = 80 spugne).
Quando penso di essere senza soldi, apro lo sportello della cucina che le ospita e mi sento ricchissima.
Nessuno in casa ha più spugne svedesi di me, almeno secche.
Volete mettere.
In ventiquattro ore on line ho quello che mi serve.
Ultimamente ho cominciato anche ad acquistare il vino.
Ho a mia disposizione circa 10.000 (diecimila) etichette corredate da schede visionarie e super tecniche; posso passare un’intera serata a pensare a quando metterò nel carrello quello Château d’Yquem nel quale «alla vista, il colore è di un meraviglioso giallo dorato brillante. Il naso offre di tutto».
Appunto.
Appena mi avanzano un po’ più di mille euro, nel carrello, quella bottiglia ce la metto.
E non sto nemmeno a citare la bellezza degli scatoloni, colorati e brevettati in modo che nessuna bottiglia al loro interno abbia a soffrire.
Fatico a buttarli. Proprio quando nessuna enoteca ultimamente mi portava a casa il vino e mi toccava caricarmelo, necessariamente in quantità limitate.
L’acquisto on line genera la consegna nell’ingresso di casa mia, pure con lo scatolone, come detto, impeccabile e coloratissimo.
Per i cosmetici, il discorso si fa ancora più specialistico.
Non conosco una sola profumeria in grado di reggere alla spallata dell’e-commerce.
Non sto nemmeno a citare i prezzi, penso al linguaggio, di cui, per me, è fatto in gran parte il mondo, cosmesi compresa.
Fra la commessa che utilizza seicento parole (Shakespeare ne utilizza venticinquemila) e quello che accade on line c’è un abisso.
Quindi, sono una cliente fedele di alcune piattaforme.
Che mi mandano pacchetti deliziosi che ordino la domenica pomeriggio in una pausa del lavoro.
Che mi inviano generosamente dei campioni, ciascuno dei quali apre altre possibilità di vendita e di acquisto.
Che mi chiedono dopo un paio di giorni via mail se mi è piaciuta l’esperienza.
Oh, sì.
Mi è piaciuta moltissimo.
Qualcuno potrebbe domandarmi se, per caso, non abbia anch’io il timore di essere professionalmente sostituita dall’on-line.
Direi proprio di no.
A parte che io faccio vita e non commercio. Poi, voglio proprio vedere se qualcuno fa lezioni come le faccio io.
Con i miei ritmi, le mie idee, la voce mia.
Continuo a pensare che non tutti siamo uguali e sostituibili.
Continuo a credere che, se si tradisce, è perché non siamo contenti di quello che abbiamo: libri, film, cosmetici, tavola da stiro, spugne morbide.
E spero, e ci credo pure, di essere in grado e capace di offrire qualcosa di più e di diverso.
Come dico sempre quando ho voglia di giocare, tu devi sapere che il mio motto è quello delle lamette: «Tu provami. Poi lasciami, se ci riesci».
Insomma, la mia idea è che non tutte le lamette si trovino on line.