Io sono il Prologo. Vigliacchi.
Ipocriti.
Codardi, anzi, fifoni.
Io lo so, quello che fate en cachette.
Però quando vi chiedo di accompagnarmi, niente.
E nessuno.
Nemmeno quelli che chiamano tre volte al giorno, cioè ventun volte a settimana; quelli che dicono se vuoi, ti passo a prendere tutte le volte che hai lezione (continuamente); quelli che ti accompagnerebbero pure all’inferno, se tu solo lo chiedessi.
Appunto, all’inferno.
Ma non dove chiedevo di essere accompagnata io.
Mica ci potevo andare da sola. In realtà ci avevo pure pensato, però qualcosa mi diceva che mi sarei messa in un guaio.
Comunque alla fine la mia tenacia fu premiata.
Dunque adesso vi racconto come fu che, da ragazza, finalmente riuscii ad andare a vedere un film in un cinema porno.
La mia educazione culturale non poteva fare a meno di quell’esperienza, per anni e anni interdetta alle donne nonostante le donne ne fossero protagoniste, non c’erano cassette, non c’era internet, il proibito era talmente proibito che dovevo assolutamente sapere com’era fatto.
Chiedevo a tutti, con poche eccezioni: gli uomini di casa, che certo non volevo che fossero al corrente di quel mio sentimento; tutti coloro con i quali avevo rapporti di studio, nel senso, ovviamente, di docenti, ma anche di giovani assistenti; gli uomini troppo vecchi per pensare solo di parlarci, diciamo quelli dai trentacinque anni in poi.
E chiesi pure a un mio compagno di tedesco.
Fu, quello, uno dei corsi più interessanti che feci in vita mia: Traduzione scientifica di testi di storia dell’arte. In un anno accademico, con la guida di un’insegnante di una bravura stratosferica e utilizzando solo un vocabolario e sapendo poco o niente della lingua, ma facendo ricorso a tutto ciò di cui avevamo nozione in qualunque campo, ci misero in grado di tradurre quello che ci interessava.
Quattro ore di lezione a settimana, compiti a casa e la meraviglia di un metodo che si basava sul fatto che ogni disciplina, gira e rigira, usa sempre i medesimi termini ed esprime, gira e rigira, i medesimi concetti.
Dunque, tutta una classe di storici dell’arte. C’era pure una simpatica suorina che la nostra insegnante, comunista, si rifiutava di chiamare Sorella o Madre e che chiamava per nome.
(Mai stata più così bene insieme a tutti storici dell’arte. Ormai, avendo capito meglio come sono, li fuggo).
Visto che per loro non era stato raggiunto il numero minimo per attivare un corso, furono uniti a noi d’ufficio anche due musicologi, entrambi simpatici.
Facemmo tutti amicizia rapidamente, esclusa la suorina, che se ne stava un po’ per suo conto e alla quale poco interessava il clima a base di bevute che si era subito instaurato fra noi tutti.
Dunque nessuno mi trattenne dal chiedere compagnia a uno dei due musicologi per la realizzazione del mio ormai annoso progetto.
Uno lo scartai a priori perché mi sembrava una persona leggera.
Puntai dritta come una freccia sull’altro, più serio.
Gli feci la mia proposta.
In modo totalmente inaspettato, come se gli avessi chiesto di offrirmi una spremuta d’arancia al bar all’angolo, il mio compagno di tedesco mi rispose: «Sì, certo».
Mi disse pure di scegliere io il cinema, lui era poco esperto, e mi propose di venirmi a prendere a casa in macchina e di cenare insieme dopo.
Pure io non ero esperta, però passavo spesso davanti al cinema Castello, che conoscevo perché era vicino alla basilica di San Pietro, dove sono stata battezzata e alla Mole Adriana, dove quella santa donna di mia madre portava a giocare i figli.
Sono prataiola di nascita e un po’ anche di cuore (nel senso che sono nata e cresciuta nel quartiere Prati di Roma, non nel senso che sono la femmina di un fungo, non sia mai).
Avevo inoltre frequentato il cinema prima che diventasse a luci rosse.
Insomma, quel luogo mi era destinato.
Il mio amico mi venne a prendere puntualissimo. Era, costui, un uomo giovane, alto, dritto come un fuso, elegantissimo, già in professione, colto, raffinato. Aveva anche una r arrotatissima, cosa che gli stava molto bene.
Io mi ero vestita adeguatamente.
Adeguatamente al mio cavaliere, non al luogo dove stavamo andando.
Fu così che facemmo il nostro ingresso, lui pure con un cappotto di taglio sartoriale, io con addosso una cosetta elegante, insomma, con un’allure alla Francis Scott Fitzgerald, al cinema Castello.
La cui sala era piena fino a scoppiare.
E io ero l’unica donna.
Appena entrammo tutti gli occhi si voltarono verso di noi che, però, tutti in tiro come eravamo, risultavamo inavvicinabili.
Ad essere precisi, non è vero che io fossi l’unica donna. C’era anche una maschera, che doveva averne viste di tutti i colori, a giudicare dall’espressione scocciata e dai quintali di trucco che aveva in faccia.
L’atmosfera mi ricordava quella del film della domenica in parrocchia, dopo la messa, la colazione e il catechismo: un bailamme, una canizza, un clamore, con quelli della galleria che canzonavano quelli della platea e quelli della platea che rispondevano a tono.
Non ho fatto il servizio militare, ma avrei detto un’atmosfera da caserma.
Non ricordo niente del film, se non che la trama era esile, meglio, inesistente, con una narrazione (e tu chiamala narrazione) che divenne presto ripetitiva e il pubblico che si scaldava sempre di più e si sentivano grida belluine, la più divertente delle quali, davanti all’attore che stava, diciamo, lì e ansimava, strillava: «A maschera, porta via quell’orso!» e altre amenità indirizzate all’attrice, la più castigata delle quali era «A bona» e, a seguire in lucida coerenza, «Tempi duri per i troppo boni».

Questo è un orso
Nel giro di poco capii perché tutti coloro ai quali avevo chiesto di accompagnarmi si erano rifiutati: conoscevano l’ambiente e, mi veniva in mente, una volta lì, si adeguavano.
Dopo lo spettacolo, andammo a cena.
Non dico che fu la serata più bella della mia vita.
Dico, però, che è collocata fra quelle indimenticabili.
Non vi sto a raccontare con quale stato d’animo, in bilico fra l’ilare e il nostalgico, un paio di settimane fa sono andata a un appuntamento di lavoro in una delle sedi romane di un’università privata cattolica.
Uno dice, ma che c’entra.
C’entra, c’entra.
Perché la sede dove avevo appuntamento sta proprio dentro l’ex cinema Castello. Nel senso che, dopo la stagione del porno collettivo, che adesso, come è noto, si è trasformata in stagione privata, un’ironia pungente del destino ha mutato quel luogo, che a modo suo era stato di liberazione e di allegria, in un posto con tutti studenti e professori perbenino, che stavano tutti lì buoni buoni, chi a compulsare libri in biblioteca, chi a fumare una sigaretta sul marciapiede.
Il massimo della trasgressione moderna.
È proprio vero: come cambiano i tempi.
L’Innocente. Amélie è uno dei film più belli che abbia visto in vita mia. E che rivedo puntualmente tutte le volte che ho voglia di leggerezza o di Parigi.
Ricorderete tutti che Nino, che di cognome fa Quincampoix, come una via vicina al Centre Pompidou (se non ve ne eravate accorti, ve lo dico io: sono una persona piuttosto attenta ai dettagli e alle coincidenze), ha una serie di attività singolari.
1. Colleziona foto strappate del Photomaton, che raccoglie in un album ed è proprio la caduta di quell’album dal suo scooter che dà l’abbrivio a tutta la vicenda.

Toulouse-Lautrec per La Goulue
2. Indossa i panni dello scheletro ululante nel tunnel dell’orrore alla Foire du Trône a Montmartre, proprio dove si esibiva una delle primedonne di Toulouse-Lautrec, per la precisione La Goulue, per la baracca della quale l’artista dipinse due bellissimi pannelli che vi mostro quando erano ancora in situ e che poi, dopo essere stati venduti, tagliati e rimessi insieme, hanno finalmente trovato pace al museo.
3. Raccoglie le registrazioni delle risate più strambe che ci siano in giro.
4. Lavora in un sex shop, dove Amélie telefona per riportare l’album, sperando finalmente di incontrarlo e incappando invece in una lavoratrice che, quando la vede, non è che se la ricordi proprio bene, se è alta, bassa, bionda o quello che volete voi.

Il luogo di lavoro di Nino
La scena del dialogo fra Nino e la signorina si svolge mentre attaccano i prezzi a dei dildo, con una distrazione pari a quella dei verdurai del mio supermercato quando attaccano i prezzi alle vaschette con dentro le banane (oggi non mi vengono paragoni migliori).
Non ho mai visto un sex shop più leggiadro.
Ma come, dopo il cinema a luci rosse, pure il negozio.
Sì, certo, ma solo ogni tanto.
Quelli romani sono penosi; quelli di Amsterdam, sommari e calvinisti; Londra ogni tanto ne ha di simpatici.

Coco de Mer
Per esempio quello che si chiama Coco de Mer, che non so se sia sempre del medesimo proprietario (per la precisione, una proprietaria) e che andai a vedere attraversando la città e sottraendo tempo prezioso alla visita dei musei durante un mio viaggio di studio.
Facendo benissimo.
Avevo letto un articolo sulla mia rivista, il negozio aveva appena aperto e vi regnava un’atmosfera incantata.
Feci amicizia con una delle ragazze, una commessa di livello, che mi dette un sacco di consigli su quello che secondo lei mi sarei dovuta comprare.
E quando le chiesi: «Ma come fai a sapere tutte queste cose?», lei mi rispose senza scomporsi: «Io provo tutto».
E guardate che non sto parlando di mutandine sexy.
C’era anche una spazio per le mostre. Quella che vidi io era fatta di piccoli quadri con dentro operine mixed media, ovvero di tecnica mista.
A brani dipinti a olio si alternavano abitini di vera stoffa, con ricamate perline e fili d’argento.
Era un’autentica favola, non a caso ispirata a The Princess and the Pea.
Quando si dice, al Paradiso delle Signore.
Dialoghi. Che ci fanno insieme un filosofo moralista amorale e una star del porno? Parlano e si scambiano punti di vista.
André Comte-Sponville e Ovidie sono stati invitati dalla mia rivista di filosofia a un colloquio fra loro.

André e Ovidie
Lui è un materialista che cerca di riconciliarsi con la ricerca di una vita spirituale (senza Dio). Lei è stata attrice di film X, poi è passata alla realizzazione e alla scrittura. Ha anche scelto uno stile di vita straight edge, niente droga, niente alcol, un’alimentazione vegetariana.
(Peccato per l’alcol. Ah, peccato pure per le polpette e la bistecca).
La mia rivista di filosofia è capace di tutto e su tutto, giustamente, ragiona.
Lo scambio fra i due data a qualche tempo fa, è avvenuto in una mattina d’inverno «fredda e grigia» e ha superato tutte le aspettative dei redattori (filosofi anche loro, uno, direttore del mensile).
Lui è un simpatico, umanamente caldo, affettuoso, si sente che apprezza le donne e che fare l’amore gli piace.
Ragiona sullo iato fra animalità e umanità, dice, per esempio, che quando mangia può pensare ad altro, che la fame non lo divora tutto intero. Ma che quando fa l’amore può pensare solo a quello, non è che si mette a ragionare di filosofia. Dice che nella sessualità maschile c’è spesso «una parte oscura, una dimensione d’aggressività, di predazione, un desiderio di controllo (o presa, il termine che lui impiega è emprise)», che i film porno «realizzati da uomini per gli uomini manifestano tristemente».
Dice anche questa cosa bellissima che penso anch’io: che un capolavoro, per esempio in arte o in letteratura, non è mai pornografico.
Lei non provoca, lei analizza. Ogni tanto smonta quello che dice lui, lui considera la trasgressione indispensabile nel sesso e lei dice che le cose non stanno esattamente così. Femminista di quarta generazione (quanta acqua è passata sotto i ponti), parla di femminilità e di seduzione, parla di dono di sé che, a ben guardare, è più maschile che femminile, laddove la cultura e il linguaggio dicono altro, di solito sono le donne che si danno.
Si capisce che non le piacciono quelle che fanno degli uomini i loro oggetti, che l’inversione che c’è stata ai nostri giorni umanamente non arricchisce nessuno.
Lei dice che un altro porno è possibile ed elenca una serie di esperienze e di tentativi, con realizzatrici che mettono in scena i fantasmi (ovvero, le fantasie) femminili e corpi che non rispettano i canoni classici, per forma ed età.
Lei ha messo su un canale televisivo di educazione sessuale per adulti.
Lei fa dei film nei quali cerca di stabilire delle relazioni fra i protagonisti, film nei quali la sessualità non sta lì senza ragione, come accade, al contrario, nel porno maschile, fine a se stesso, senza una vicenda, sempre più ripetitivo e violento.
A parere dei redattori, entrambi, il filosofo e la star del porno, l’uomo e la donna, sono d’accordo su un paio di cose sostanziali: che c’è nella vita erotica una dimensione irriducibile al visibile.
Che c’è nella sessualità umana una forza che resiste a tutti gli sforzi di banalizzazione.
In un’epoca in cui le relazioni fisiche sono concepite come merce anche fra chi non ne fa mercato; in cui rotture e indifferenza sono all’ordine del giorno, ma non è che per questo siano meno dolorose; in cui pure i sentimenti profondi sono recepiti come dozzinali, che il sesso abbia la forza di resistere a tutto e di rimanere intimo, segreto, invisibile agli occhi di chi non sa vedere, mi sembra bellissimo.
Mi pare interessante che sia il filosofo a farcelo notare.
Ma che ce lo dica pure la star del porno, mi pare un incanto.