Titoli di testa. In terza media ero a studiare dalla mia compagna Wanda, una ragazza intelligente e brillante.
Si ragionava su quale scuola scegliere di lì a poco. Arriva il padre, entra nel discorso, taglia corto e dice che la figlia non l’avrebbe mandata al liceo.
Il motivo.
Poi lei sarebbe diventata una cavallina di razza.
E il mondo è pieno di somari.
E, allora, una cavallina di razza, con chi l’accoppio?
Il ragionamento non faceva una piega, l’unico errore di impostazione stava nel fatto che cavalli di razza si nasce e non si diventa.
Non ho più rivisto Wanda dopo la fine della scuola.
Comunque suo padre aveva ragione: il mondo è pieno di somari.
Pigmalione (e Galatea). Narra il mito che il re di Cipro, che era uno scultore, intagliò nell’avorio una statua di bellezza tale che se ne innamorò fino a straziarsi il cuore.

Jean-Léon Gérôme, Pigmalione e Galatea, 1890
Venere, commossa, insufflò la vita nella materia e la statua divenne una donna reale, in carne e ossa.
Vi offro della leggenda la mia interpretazione preferita, quella di un artista francese che faceva queste cose mentre il mondo intorno a lui faceva altro (comportamento che mi piace molto).
Il mito gode a tutt’oggi di ottima letteratura. Sere fa, alla mia domanda che cosa ti piaceva in lei, un amico, che aveva poi divorziato dalla donna di cui stavamo parlando, ha messo al primo posto di un elenco, peraltro breve, il fatto di essere stato il pigmalione di lei.
Non ho mai sentito un simile ragionamento da parte di una donna.
Del resto, in My Fair Lady lei fa la fioraia praticamente analfabeta e lui, che è un gran misogino, è uno studioso di fonetica.
Il fatto è che le donne cercano sempre l’upgrade e gli uomini all’upgrade non pensano per niente.
Nel senso che un avvocato femmina che, sistemata la carriera, vuole mettere su famiglia, si guarda intorno e cerca un omologo. Laddove il suo omologo sta bene anche con una fruttivendola, essendo i criteri di valutazione di un uomo e di una donna rimasti immutati da parecchio tempo, con l’uomo che ha un peso sociale che può trasferire su una donna, tale e quale al cognome, e la donna che ha bisogno di un uomo per salire un po’ più in alto.
Ma gli uomini, in questa situazione, come si trovano.
Non fanno una piega e ci si accomodano.
Come rispose una volta uno dei miei amici di treno alla domanda a proposito di una relazione improbabile che lui aveva messo in piedi: «Come va la conversazione?».
«Benissimo, parlo solo io».
C’era una volta un pezzo di legno. Nel 1801 un rivoluzionario di estrema sinistra che si chiamava Maréchal redasse un progetto di legge nel quale si vietava alle donne di imparare a leggere.
Non parliamo nemmeno di quello che è successo in arte, ovvero nella letteratura, nel teatro, nella poesia, nel cinema.
Le donne sono state e sono muse: l’artista crea e la musa ispira. Niente da eccepire, del resto, se è vero che in Francia l’Ecole des Beaux-Arts è stata aperta alle donne solo alla fine del secolo XIX, e così è successo praticamente dappertutto, oggi niente impedisce loro di affermarsi.
Anche se portare a Cannes film di realizzatrici non è né facile, né scontato.
Generano maschi e femmine, ma i maschi generano pensieri, spesso grossi e pesanti, e le femmine generano figli.
Ognuno è gravido a modo suo.
E si è ritenuto per secoli, e forse si ritiene ancora oggi, che l’attività intellettuale delle donne sia inversamente proporzionale a quella uterina.
In fondo, perché no. Le tre più grandi pensatrici del secolo scorso, Simone de Beauvoir, Simone Weil, Hannah Arendt, non hanno avuto figli.
Ma due di loro sono state grandes amoureuses, quello che ho letto nella corrispondenza privata di Simone de Beauvoir è talmente licenzioso, segreto, appassionato, che ha potuto solo aggiungere ulteriori colori a quella grande sinfonia che è stata la sua vita.

Simone
Altro che Sartre, «brillante dappertutto tranne che a letto».
(Ma dai).
E adesso che facciamo, stacchiamo l’amore per un uomo dalla possibilità di dargli un erede?
Argomento complesso, fastidioso, che diventa tabù.
Quando gli uomini creano artisticamente, fanno dei figli. Ecco perché resiste e viene declinata in forme continuamente diverse la favola di Pinocchio, nella quale un falegname (guarda tu, un altro falegname), fra l’altro vecchio, con la parrucchetta e con la punta del naso paonazza, si trova fra le mani un pezzo di legno che strilla «Ohi! tu m’hai fatto male!» quando lui lo colpisce con l’ascia.
Con questo pezzo di legno lui, che è uno che fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, si fa comunque un figlio, birbone quanto vi pare, ma generato autonomamente.
Il sogno di ogni uomo.
Naturalmente dopo quello di lasciare di sé una traccia al mondo di pari importanza della decorazione della Cappella Sistina.

Jim Dine, Pinocchio, 2007
Un artista grande come Jim Dine è ossessionato da Pinocchio, in questo momento qui a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, ce ne è una sala piena, Pinocchio in tutte le salse, tutte metafore trasparenti di un’arte che, evidentemente, da sola non basta.
E da quell’arte, anche un figlio deve uscire fuori.
Altrimenti non c’è gusto.
Altrimenti non c’è arte.
Dick Dick. Gli esami sono la cosa più noiosa dell’insegnamento. Fino a un po’ di tempo fa ci stavo male perché, davanti ai risultati, pensavo di aver sbagliato tutto. Adesso non penso più di aver sbagliato tutto, mi limito ad annoiarmi.
Dunque, quando arriva lo studente divertente, vorrei abbracciarlo.
Peppe ha vent’anni, è meridionale, ha la barba ed è riccetto, quindi, come ha detto una volta una compagna, è italiano due volte.
Si presenta con un sorriso micidiale stampato sulla faccia.
Mi prende in giro da mesi, ma simpaticamente. Non si è comprato il manuale fino alla fine del semestre però viene sempre a lezione, dice che la storia dell’arte non lo interessa, però poi forse ha capito che rispecchia bene quello che succede nella storia quell’altra.
Eccetera.
All’esame gli studenti devono portare anche un manufatto che li rappresenti sotto forma di cibo, insomma, un autoritratto non proprio autoritratto.
Lui si siede, mi sorride, firma il verbale e mi consegna una busta tutta colorata di Burger King con dentro il panino con la polpetta.

Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta, 1913
Lo ha appena comprato, è ancora caldo ed è un ready-made, mi spiega, proprio alla Duchamp, lui ha preso una ruota di bicicletta che ha trovato, io ho preso l’hamburger.
Geniale.
Secondo il mio criterio di valutazione, mi basta e mi avanza.
Ha capito tutto, è un artista e mi solleva dalle ambasce.
Potrei pure mandarlo via con un voto ottimo, ma lo trattengo.
L’atmosfera si fa più confidenziale e lui mi chiede se può farmi vedere un suo fumetto.
Quando gli studenti mi fanno vedere i loro lavori sono sempre contenta.
Siamo in una scuola d’arte, è strano quando non lo fanno.
Ed è così che faccio la conoscenza di un singolare protagonista: il Cazzosauro.
La creatura è formata da un torso con delle ali attaccate. Sotto al torso ci sono due giganteschi testicoli. Lo spazio occupato di solito dal pene è vuoto. Perché il pene si è spostato e si è messo al posto della testa. Dunque, dalle spalle, e dalle ali, fuoriesce un gigantesco membro virile, pure espressivo, con delle gocce che scendono dall’apertura uretrale.
E vorrei vedere.
Non vi sto a dire il piacere di incontrare un Cazzosauro durante gli esami.
L’atmosfera si alleggerisce di botto, c’è tutta una storia in gestazione (ho detto gestazione), perché il protagonista ha una moglie, che si chiama elegantemente Vagina Volante, ed è un pezzo assoluto del corpo di una donna, e perché il corpo di una donna non dovrebbe avere un pezzo assoluto, dotato di ali.
Più poetico di così.
Ho messo a Peppe un bel trenta.
Il suo è stato uno degli esami più leggiadri degli ultimi anni.
Deve essere un vizio, e lo capisco pure. Di recente gli uomini si sono messi a inviare alle donne sul telefono dei Dick Pics.
Ovvero delle immagini del loro pene, secondo una pratica chiamata cyberflashing.
Nei paesi anglosassoni è diventata un’ossessione, un po’ come Pinocchio, che ha almeno una cosa in comune con il membro virile, per esempio il naso che cambia di continuo dimensione.
La cosa funziona così: parte l’invito per l’aperitivo e subito dopo parte lo scatto.
Esplicito, non vi pare?
Anche se ti toglie un po’ il gusto della sorpresa.
E poi, vatti a fidare. Chissà se il tipo ha trovato la foto fra i suoi gioielli di famiglia o se ha cercato altrove.
Ma non finisce qui, perché le donne si sono irritate di questo dono non richiesto e allora una giovane sviluppatrice, no, questo termine mi fa strano, meglio sviluppatore femmina, insomma, un’americana tecnologicamente avanzata (uno le americane se le immagina tutte un po’ così) ha messo a punto un’app, che si chiama SafeDM, che funziona da filtro per Twitter e che in pochi secondi individua l’immagine di un pene e la distrugge, prima che arrivi a destinazione.

SafeDM
Per nutrire l’intelligenza della sua invenzione, la signorina ha chiesto, e ottenuto, sottolinea, facilmente, più di 4.000 foto di peni differenti.
Un dettaglio importante come tutti i dettagli: l’app è stata lanciata il giorno di San Valentino.
Meglio così.
Se fosse stata lanciata l’8 marzo, sarebbe stata un’autentica cattiveria.
Eat Me. Domandate per favore ai miei colleghi dei Laboratori se sono più creativi i maschi o le femmine. Potete domandarlo anche a me, anche se la mia è una disciplina teorica (della quale ho però scoperto di recente tutte le potenzialità creative).
Anche se la domanda mi imbarazza.
Anche se un po’ mi dispiace rispondere con la mia risposta.
Sì, perché secondo me i maschi sono più creativi delle femmine.
Non sempre e non ho fatto delle statistiche, sto andando a orecchio, ma la situazione si ripete tale e quale da anni.
Non conosco i motivi e i motivi non mi interessano, mica devo mettere su una squadra di artiste femmine, io mi occupo di arte e chi c’è, c’è, nella squadra.

Eat Me
Comunque. Al momento del manufatto, praticamente tutte le ragazze hanno portato la medesima roba da mangiare, ovvero il medesimo autoritratto.
Tutte con l’eccezione di una, che è stata capace di una trovata bellissima, essendosi lei identificata con il cornicione della pizza.
Che non piace a tutti, e infatti in tanti lo lasciano nel piatto, ma che agli intenditori veri piace più di tutto il resto.
Bravissima.
Ma torniamo alle compagne. Che hanno fatto scelte diverse, che però, praticamente nella totalità dei casi, indicavano un cibo ostico fino a essere respingente all’esterno e che, all’interno, diventava morbido.
Una ha portato addirittura una pianta di ortica, un eccesso di zelo, la sola idea mi fa stare male, sarà che da ragazzina, in bicicletta, ho avuto un incidente e sono caduta dentro un cespuglio di quella roba pungentissima, insomma, fra me e l’ortica, causa trauma dell’adolescenza, non corre buon sangue.
Manco una toffoletta.
Una torta di panna.
Un bel piatto profumato di fritto.
Una vaschetta di maionese in cui affondare una patatina.
Una merendina, fosse pure una di quelle con il profumo finto di vaniglia.
Una purée di patate.
Una mousse di mela, salutare e sana.
Tutte mi hanno ricordato il post, sul quale ho sorriso parecchio, di quella che, tipo Rapunzel, ma sono tante le donne chiuse in una torre, nella torre ci sta dentro.
E ha alzato un muro, ha costruito fossati, ci ha pure messo i coccodrilli.
Poi, piange.
Almeno, Rapunzel, nella torre ce l’avevano messa.
Voi e quell’altra nella torre vi ci siete messe da sole.
Datemi retta: il mondo è pieno di donne-toffoletta e di donne-panna montata.
La vita non si sa quanto dura e la concorrenza è sleale.
Datevi una mossa.
Anzi, datevi un’ammorbidita.
Una donna morbida, soprattutto a fronte di un uomo duro, non è mai male.
Fra vilipendio & contumelia. Gli insulti rivolti alle donne mi mettono sempre di buonumore. Perché in essi, come canta Pinkerton nella Butterfly, un po’ di vero c’è. Il mio prediletto è quello che fu rivolto da uno, che non mi ricordo quale fosse, degli Oasis a una, che non mi ricordo quale fosse, delle Spice Girls.
«È talmente scema, che non riesce a fare due cose contemporaneamente: quando cammina, non è capace di masticare una gomma americana».
Una vera delizia.
Soprattutto perché le donne, invariabilmente, si vantano tutte di essere dei coltellini svizzeri (belli taglienti, il mio è terribile), multitasking, versatili, in grado di ricoprire tutti i ruoli, moglie, madre, amante, infermiera più o meno sexy, cuoca, colf, sartina, consulente fiscale.
Poi, però, come diceva quel mio studente, bisogna vedere da vicino.
Titoli di coda. E a me, a me che cosa successe in terza media, quando si trattò di scegliere la scuola?
Niente.
Non mi successe niente.
Perché le chiacchiere stettero a zero.
Perché la mia insegnante di Storia e Geografia, una donna severa, autorevole e autoritaria, convocò mia madre.
Io stavo lì davanti, in piedi fra loro, non mi ricordo se avevo addosso il grembiule, nero con il colletto bianco, probabilmente ce l’avevo.
La professoressa fu sintetica, apodittica, tranchante, non ammise repliche. Era una con le idee chiare.
Semplicemente, disse a mia madre che io ero nata per quel tipo di studi e che quindi lei aveva una sola possibilità: quella di riferirlo al marito.
Cioè a mio padre.
Il tutto in una scuola pubblica, di quartiere, senza Centro di orientamento e Open Day.
Lei mi collocò nel letto di un fiume che sarebbe stato a volte calmo e a volte impetuoso, un fiume pieno di affluenti, che mi avrebbero portato altre acque, dunque altra ricchezza, conoscenza, esperienza, cose bellissime, avanti fino al mare: gli studi, la professione, la carriera.
Devo tutto a quella donna, perché mio padre che, in quanto a considerazione delle femmine, era pure peggio del padre della mia compagna, non si poté opporre alla mia iscrizione al liceo classico. Semplicemente perché i professori a quei tempi erano presi sul serio e studenti e genitori ubbidivano loro ciecamente.
Fu così che mi preparai a prendere il mio posto nel mondo.
Che poi il mondo fosse pieno di somari, me ne accorsi rapidamente e a mie spese.
Ma ve lo dico sottovoce.
Perché proprio non mi sembra il caso, in vista dell’8 marzo, di dare ragione pubblicamente al padre di Wanda.
Edy in arte Bebba
9 marzo 2020 — 0:50
Sei semplicemente fantastica….Dovrei leggerti più spesso.
Rosella Gallo
9 marzo 2020 — 5:24
Grazie. Della lettura, del commento, della simpatia. Di tutto.