La Barcaccia, la casa di Keats, la scalinata di piazza di Spagna al tempo del COVID 19

Il catodico. Non so rispondere a nessuna delle sue domande.
Quanti pollici.
Che modello.
Come faccio a saperlo.
Il modello è scritto dietro.
Allora ci sentiamo domani perché devo girarlo.
Il tecnico viene a prendersi il mio televisore rotto da 30 giorni e lo porta via.
Mi ha detto che io non devo giustificarmi perché voglio provare a ripararlo.
Gli ho detto che ha colori bellissimi e una magnifica profondità di campo.
Poi, se pure avessi avuto un dubbio, e stavolta ce l’ho avuto, ci ha pensato il mio collega che fa cinema a fugarlo.
Lui dice che televisori così sono superiori a quelli nuovi, mi ha consigliato di fare il possibile per recuperarlo.
Il tecnico ha detto può essere, comunque lo schermo era tutto bianco, si sentiva solo l’audio.
Dice però che ora c’è il 4k.
Lo so, il mio odontoiatra ha messo schermi così in sala d’aspetto e negli studi.
Quando ho visto il primo, sono rimasta interdetta. Che meraviglia.

Scorrevano immagini da lui scelte di spiagge, fenicotteri, insetti, patatine fritte.
Lui mi ha detto che ha preso gli schermi per far rilassare i pazienti, insieme a un nuovo sistema di luci eccetera.
Io quando vado da lui sono rilassatissima.
E comunque, per quello che ci faccio io con la televisione, è probabile che il 4k non serva: io ci vedo i miei film.
Che spesso sono film vecchi.
Lo scorso anno, extra film, ho totalizzato un tempo di permanenza davanti al video di un’ora e trenta minuti.
Non al giorno. In un anno.
Perché ho visto la sfilata del 2 giugno.
Chissà com’è la sfilata del 2 giugno in 4k.
Spero di non saperlo.
Spero che il tecnico mi aggiusti il mio televisore catodico.
Sono molto attenta all’ambiente?
Non ci penso per niente, all’ambiente. Non so manco dove sta. Però in vita mia ho comprato un solo televisore, nell’altra casa ce n’era già uno e non mi ricordo più che fine ha fatto, forse a un certo punto si è rotto e per la casa nuova ne è stato comprato un altro.
In vita mia ho comprato un solo frigorifero. Nell’altra casa ce n’era già uno, ma non aveva il freezer, per cui per la casa nuova è stato comprato il frigorifero nuovo.
In vita mia ho comprato una sola lavatrice. Medesimo discorso.
Due lavastoviglie, perché quella comprata per la casa nuova a un certo momento sarebbe costato di più ripararla che comprarne un’altra.
Questi elettrodomestici sono di un livello tale che adesso non potrei più permettermi.
E del televisore non me ne importa niente.
Quindi finisce che se il tecnico non mi ripara quello catodico, prima che me ne compro uno nuovo passano anni.
E come faccio con i miei film.
E che ne so, invece di vedere film, faccio altro.

Irina/Irene, ancora. Con Irina/Irene ho riassaporato il gusto delle confidenze femminili. Che non amo, ma che durante il confinamento mi sono sembrate gradevoli.
Lei a casa ha un televisore enorme.
Non ha l’aspirapolvere.
Non ha la lavastoviglie.
Questo fatto che il televisore sia più importante dell’aspirapolvere mi lascia perplessa.
E ci aggiungo pure la lavastoviglie.
A me capita certi giorni di fare anche due lavaggi.
Mi piace cambiare le stoviglie, se non devo lavarle a mano, meglio.
Irina/Irene arriva la mattina presto sempre puntualissima.
Mascherina e guanti.
Lavaggio delle mani mentre io le preparo il caffè.
Parliamo.
Di uomini, di pulizie, di quello che vuole lei dalla vita.
Di quello che ha mangiato il giorno prima.
Poi lei si occupa della mia casa, io lavoro oppure esco.
Oggi ho fatto un’ora e quindici minuti di fila al supermercato perché volevo comprarmi verdura e parmigiano.
Con lei avevamo scommesso che la fila sarebbe stata poca.
Lei ha perso la scommessa, senza però prendersela.
È venuta a lavorare di sabato.
Non è venuta a lavorare il 1° maggio solo perché non era sicura di trovare l’autobus per rientrare a casa.
Tu va’ a far lavorare un’italiana di sabato o il 1° maggio.

Numeri. Tu va’ a far lavorare un’italiana di sabato o il 1° maggio. Pure se stiamo a tre milioni di posti di lavoro persi e altri tre che stanno per perdersi.
A fronte dei trenta milioni di disoccupati degli Stati Uniti.
Del numero di morti a Londra per il Covid 19 superiore a quello dei morti per i bombardamenti nell’ultima guerra.
Stamattina sentivo alla radio che per assemblare una macchina ci vogliono 30.000 pezzi.

I Berliner Philharmoniker in versione musica da camera

I Berliner Philharmoniker hanno suonato ieri, 1° maggio, anniversario della loro fondazione, con la Philarmonie vuota e i professori d’orchestra ben distanziati: due metri gli archi; quattro metri, i fiati.

Questi numeri mi danno le vertigini.
Che ne sarà di noi?

Uomini, 1. Qualche giorno fa sono stata al telefono con un amico per un’ora e sei minuti.
Mi sembra che lui frequenti le donne e che le apprezzi.
Forse al cinquantacinquesimo minuto gli ho detto che durante il confinamento sono diventata aggressiva.
Lui mi ha chiesto perché ero diventata intrattabile.
Allora sono diventata aggressiva.
E gli ho detto che forse con le amiche sue poteva cambiare le parole e il loro senso.
Ho pensato adesso mi impanco e mi metto a disquisire sul senso delle parole, che aggressivo e intrattabile sono parole diverse, con significati diversi e che se avessi voluto dire intrattabile, avrei detto intrattabile.
Certe volte, con certi uomini, intrattabile lo divento davvero.

Uomini, 2. Ieri era venerdì ma era il 1° maggio, quindi temevo che non mi arrivasse la Newsletter del mio Uomo-Marketing.
Alle 9:00 ho cominciato a controllare la posta sul telefono. Alle 9:01 il telefono ha fatto dling ed era la Newsletter.
Bellissima.
L’ho divorata.
Fra le tante cose lui diceva pure che gli era venuto in mente di non scriverla perché era il 1° maggio.
Lo diceva a me. D’accordo, anche ad altre 4.671 persone, ma mica ci ho fatto caso.
E allora gli ho risposto di impulso, non ci ho pensato nemmeno un momento, a non farlo, e alle 9:17 gli ho scritto che meno male che l’idea di non scrivere la Newsletter se l’era fatta uscire dalla testa perché ci sarei rimasta malissimo e gli ho augurato buon 1° maggio.
E lui non ha fatto passare i suoi giorni (contati) consueti, ma alle 14:34 mi ha risposto come fa sempre lui, in modo conciso ma caldo, ricambiando i miei auguri.
Una volta gli ho chiesto perché uno che scrive bene come scrive lui si occupa di marketing invece che di letteratura.
Eh, mi ha risposto più o meno lui, infatti ogni tanto me lo chiedo pure io.
Lui ha una scrittura modernissima, un po’ malinconica, sorprendente per i dettagli, cinica quanto basta, evocativa per le immagini.
Che mentre la leggi ti culla.
Io mi sono fatta un’idea. Deve essere come per Nelson Algren e Marco Lodoli. Il primo non ha mai voluto lasciare Chicago perché lì frequentava i bassifondi, con i tossici, gli alcolisti e i delinquenti.
L’altro, pure se ha studiato alla scuola dei preti e abita al quartiere Trieste che, datemi retta, ha le case più belle di Roma, case belle sul serio, solide ed eleganti, continua a insegnare Italiano in un istituto tecnico sulla Tuscolana senza mai chiedere un avvicinamento.
Questi due lo hanno dichiarato: hanno bisogno ciascuno del suo ambiente per trovare ispirazione.
Deve essere così pure per l’Uomo-Marketing: se decidesse di piantarla lì e di scrivere un romanzo, forse non saprebbe più che cosa scrivere.
Il marketing come un coperchio, che tiene nella pentola tutte le altre aspirazioni.
Voglio proprio vedere che succede se, a un certo punto e per qualche motivo, il coperchio, finalmente, salta.
La prossima volta che mi viene voglia di scrivere all’Uomo-Marketing, gli espongo questa mia teoria e aspetto di vedere che cosa mi risponde.

Fase 2, 1. Il ministro ha detto che il prossimo 18 maggio riapre musei e mostre. E ci hanno creduto in tanti e mi hanno chiesto che cosa avevo intenzione di fare, se saremmo finalmente andati a vedere Raffaello.
Sono stata molto chiara.
A vedere Raffaello, ci va il ministro.
Ci va lui pure a fare una visita guidata.
Ammesso che il ministro sappia qualcosa di Raffaello e sappia che è una visita guidata.

Fase 2, 2. Giro con una cartelletta Pantone di colore rosso, anzi, TOMATO. E, accanto a TOMATO ,  c’è scritto: dramatic impulsive daring.
Ci ho attaccato sopra una striscia adesiva color limone dove ho scritto con un pennarello anch’esso rosso CORONA ATTACK 2020.
Me la porto dappertutto, dentro ci ho messo delle stampate, degli appunti e degli articoli che ho preso da alcune riviste.
Sopra ci ho attaccato anche un piccolo adesivo di legno a forma di coccinella che stava sul biglietto di un regalo che mi hanno fatto.
Ho con essa un rapporto analogo a quello che ebbi con un’altra cartelletta durante un’estate in cui stetti male e dovetti farmi operare. Anche quella volta me la portavo dietro dovunque andassi. Non è che fosse proprio una cartella clinica, ma dentro c’era tutta roba in quel senso, diagnosi, referti, ricette del medico.
Io e le cartellette diventiamo ogni tanto una cosa sola, mi sembra, avendocele sempre appiccicate addosso con tutta quella roba dentro, di capire qualcosa di più di quello che mi successe allora e di quello che mi sta succedendo adesso.

Abusi, ancora. Ho già chiuso anche con la mia enoteca nuova. Il titolare butta le bottiglie di vino alla rinfusa dentro una busta. Gli ho detto almeno di dividermele. Non ho potuto dirgli perché non le avvolgeva una per una in una carta velina, come mi aspetterei da un’enoteca che si dà delle arie.
Lui è solo un volgare bottegaio e lo ha dimostrato rapidamente.
Gli ho chiesto se durante il confinamento erano aumentate le vendite di alcolici, volevo provare a quantificare, come suggerito dallo Scienziato-Umanista, gli abusi di sostanze e lui mi sembrava un buon osservatorio.
Ha capito quello che gli faceva comodo e mi ha fatto tutta una tirata sulle mancate vendite pasquali.
Ma va’, va’, sai a me che me ne importa delle tue colombe e delle tue uova.
Dovrò condurre la mia inchiesta per mio conto.
Con l’aiuto probabile di qualche calice.

Progetti? Ogni volta che sento un collega, soprattutto di laboratorio, dichiarare con tono enfatico ah, quanto mi manca il contatto con gli studenti, con l’inchiostro, i materiali, con il rumore dei passi in corridoio, mi viene voglia di fare uno strillo.
In tanti dichiarano che lo schermo di un computer non è una scuola.
Vorrei tanto chiedere loro se è scuola lo svacco perenne che si vede in aula, gli studenti tutti distratti, uno entra a salutare qualcuno e pensa ma questi che fanno, stanno per caso producendo qualcosa o aspettano che l’ispirazione li strafulmini.
Le lezioni on line sono diventate per me il luogo sicuro durante un incendio.

Casomai, vorrei parlarne

Ho smesso da subito di domandarmi se gli studenti seguono, se non seguono, fatti loro.
Faccio qualche saluto all’inizio e alla fine chiedo se è tutto chiaro e se ci sono domande.
Sperare che uno studente rivolga al docente una domanda on line è del tutto inutile.
Le prime volte ho chiesto perché e una ragazza coraggiosa mi ha risposto perché si vergognano.
Di che cosa si vergognano, non ho capito.
Complice il leggero rallentamento del collegamento, per cui tutto accade, saluti, condivisione dello schermo, domande, risposte, con qualche secondo di ritardo, guardo in faccia la vertigine del vuoto che mi sta davanti.
La sensazione, perenne, è quella che all’esame ti porta a dire ti prego apri bocca e dimmi qualcosa, una cosa sola, così almeno andiamo avanti.
Con lo schermo di mezzo, posso pure alzarmi e andarmi a prendere un bicchiere d’acqua, dare un’occhiata a un WhatsApp, contare i secondi e chiudere il collegamento dicendo «Bene, se è tutto chiaro e se non ci sono domande, vi auguro una buona giornata e ci sentiamo la prossima volta».
Asciutto, moderno, sintetico, del tutto privo di sbavature sentimentali.
Non vedo perché, sentimentalmente, dovrei sbavare appresso a studenti che non hanno mai una curiosità d’arte e che, se ti chiedono qualcosa, ti chiedono solo come si svolge l’esame e se il manuale lo devono proprio leggere tutto.

Progetti? Tantissimi.
Ma, se non ho capito male quello che in questi giorni mi passa sempre più insistentemente per la testa, tutti dietro uno schermo.