La mia dotazione di cucchiaini da mostarda

Abbiamo tanto bisogno delle cose di cui non abbiamo bisogno (senza fonte, ma ben chiara nella mia mente)

Oggi una persona mi ha telefonato e mi ha chiesto come stavo.
Io lavoravo a una lezione, quindi, stavo benissimo.
E gliel’ho detto.
Pausa di incredulità e incertezza.
«E tu?».
La domanda di ritorno è pericolosa perché di solito apre la chiusa della diga.
«Insomma».
Se uno domanda perché insomma, escono sempre fuori cose interessanti. A questa persona, che non esce da casa per una serie di motivi opinabili, mancano gli amici.
A me gli amici non mancano, nemmeno so più chi sono, la modernità è frantumata, noi siamo dei prismi, facciamo una cosa con l’uno e una con l’altro, così come le facce del prisma aderiscono un po’ qui e un po’ là.
Mai totalmente a una sola superficie, piatta.
Quindi, io non sento la mancanza di nessuna faccia del poliedro, casomai mi porrò il problema quando (e se) il confinamento sarà finito.
Anche perché io, da casa, esco.
Moderatamente e seguendo le indicazioni del Viminale che, al riguardo, è molto dettagliato.
Posso uscire per fare la spesa, buttare la spazzatura, comprare in edicola le riviste.

Ho seguito con qualche interesse una polemica sui tempi di approvvigionamento.
Colui che aveva lanciato la domanda ritiene che uscire tutti i giorni per mezz’ora o ogni due settimane non cambia nulla dal punto di vista della possibilità di contagio.
Tu comunque entri in relazione con la cassiera del supermercato e con il macellaio.
L’affermazione libertaria ha suscitato l’indignazione di coloro che sostengono che si può vivere di pane surgelato e di latte a lunga conservazione.
Poi, però, bisogna vedere.
Per esempio, io, il latte a lunga conservazione, lo trovo improponibile.
Anche se consumo pochissimo latte, meglio, di solito ci cucino e basta.
Però uso solo latte fresco.
Sono, per questo, moralmente riprovevole?
E, come diceva il libertario, casomai con la spesa piccola si sostiene pure il negozietto all’angolo che ancora sta aperto.

Stasera, complice il blues della domenica, che io non ho, perché io la domenica lavoro, diciamo meglio, complice il blues dell’ora legale, mi è venuto in mente il dilemma della mostarda.
A me piace la mostarda.
Ho fatto un Erasmus a Digione, capoluogo della Borgogna.
E della mostarda.

Non mi sono mai annoiata tanto in vita mia.

La loro Ecole Nationale Supérieure d’Art  et de Design, l’equivalente della mia Accademia di provenienza, aveva 250 studenti e poco più di una ventina di professori.
Nella mia visione esistenziale, una famiglia piccola e tutta appiccicata, piena di tensioni interne e senza aria in circolo.
A me piacciono le accademie grandi, la mia dell’epoca aveva 2.000 studenti e più di 200 professori.
Inoltre, a Digione pioveva.
Era giugno e pioveva.
Pioveva continuamente.
Pioveva e io avevo fatto, secondo un ragionamento solo apparentemente saggio, un bagaglio (relativamente) ridotto, dunque, con un solo paio di scarpe.
Errore marchiano e madornale.
Perché le mie scarpe erano nuove e non avevo alcuna intenzione di massacrarmele per colpa di quel tempo impossibile che c’era da loro.
In città, solo un museetto.
Certo, fuori c’erano distese di vigne con tutto quello che comportano.
Fuori.
Comunque, è vero, avevo scelto Digione solo perché sono un’appassionata di Chablis.
E, infatti, era Chablis tutte le sere.
Però, il giorno, poi.
Di andare da loro all’école mi seccai rapidamente, discutevano tesi di cui non capivo il senso.
Avevo trovato una specie di cinema d’essay e mi infilavo lì tutti i pomeriggi.
Fuori pioveva e io dovevo salvare le scarpe.
Io sono di quelli che se ne vanno. Se un posto non mi piace, faccio il bagaglio, ringrazio e mi squaglio.
Ma avevo un treno, un aereo e una relazione da fare.
In quella circostanza, in quel tedio, in quell’uggia senza vie d’uscita, mi salvò la mostarda.

La Moutarde

Che già amavo molto, mi faceva tanto Francia, croque-monsieur mangiato al bistrot dopo una giornata di musei, mi faceva insalata rialzata da una nota piccante e patate lesse che cambiavano di segno e diventavano, da caste, lascive.
Ho letto più di una volta mi ha salvato la letteratura, mi ha salvato un uomo, mi ha salvato una telefonata.
A me mi ha salvato la mostarda.
Qualcuno ha qualcosa da ridire?

Avevo trovato un ristorantino accanto al mio albergo che non era male. Raffinato, come ci si aspetta da quelle parti.
Il mio fastidio aumentava perché cenava lì tutte le sere, tale e quale a me, un ragazzo che indossava un solo guanto nero su una mano, era una specie di dandy fuori posto uscito da un racconto strampalato.
Non solo cenava vicino al mio tavolo con quello strano guanto singolare, ma lo incontravo tutti i giorni dovunque andavo.
Non mi piacciono le città dove incontri sempre le stesse persone, sono troppo ristrette per la mia sete di infinito e, soprattutto, per il mio bisogno di spazi.
Cenavo accanto a lui, non avevo alcun desiderio di conoscerlo e facevo piani su come togliermelo dai piedi.
Strangolarlo?
Cambiare ristorante?
Però quello era vicino all’albergo, si mangiava bene, e poi pioveva e io dovevo salvare le mie belle scarpe.

Ordinavo piatti che la mostarda accompagnava alla grande.
Praticamente, tutto il menu.
E poi Chablis, che pure molto mi aiutava a sopportare quella specie di confinamento borgognone, quell’incubo, quello sbaglio di destinazione.
Ma perché non me ne sono stata a casa mia, a Roma, a giugno, il tempo è dolce ed è bello sfoggiare nuove scarpe.

Dunque, stasera, guardando il mio barattolo di mostarda, rigorosamente di Digione, che volge al fondo, mi sono chiesta: ma se io domani esco e vado a comprarmene un altro vasetto, che mi succede?
A qualcuno viene in mente che io sia una specie di equivalente di Marie Antoinette e che possa dire a quelli che non escono e che hanno finito il pomodoro per gli spaghetti conditeveli con la mostarda?
A parte che, di questo, poco me ne importa.
Di solito ho qualche argomento per mettere a tacere il mio interlocutore.
Penserei, però, di rivolgere una domanda specifica al Ministero degli Interni.
Visto che avete tenuto in considerazione, facendo benissimo, i cani e i fumatori, facendo uscire i primi e mantenendo, per i secondi, l’apertura delle tabaccherie, come la mettiamo, con gli appassionati di mostarda?