Immagina un uomo.
Immagina un uomo che ti piace.
Immagina adesso uno di quegli album con le bambole di carta da ritagliare e il loro guardaroba. Le bambole possono anche essere  maschi.
Immagina una bambola di carta maschio con il volto dell’uomo che ti piace.
Immagina la tua bambola di carta con addosso solo l’intimo.
E comincia a immaginare il suo guardaroba: un paio di blue jeans; delle belle camicie, una delle quali bianca e rigorosa; un cardigan; una giacca; alcune paia di scarpe: mocassini, sportive con i lacci, facciamo quelle con le tre bande, stivaletti.
Eccetera.
E adesso immagina una pagina dalla quale ritagliare un frac da fare indossare alla tua bambola (maschio). Qui si gioca una partita importante: come lo porta?
Non tutti gli uomini stanno bene in frac, diciamo che devono avere le physique du rôle, insomma, come tu hai capito benissimo, qui è chiamato in causa il tuo sentimento: stare bene in frac è una prova cui viene sottoposto il tuo amore.
E se non è una prova questa.
E se questo non è amore.

Non sono mai uscita con un uomo in frac. E dire che mi piacerebbe molto.
Esso è, per eccellenza, l’abito della festa, e che festa.

1936

Mi sono già occupata degli abiti da lavoro qui. 

Ho anche dedicato loro una lezione, giocando in aula la carta dell’abito maschile da sera.
Sentiamo dunque che cosa hanno da dire da Caraceni, «eccellenza artigianale nella realizzazione di abiti su misura», tempio storico dell’eleganza virile milanese, ovvio porto di approdo di tutti i musicisti  del Teatro alla Scala.
La prima cosa che mi colpisce nell’intervista è la disponibilità anche di grandi bacchette e di grandi solisti a trovare il tempo per le prove. Quelle di sartoria, intendo, che sono tre o quattro e che diventano quindi un impegno ulteriore rispetto alle prove in sala.
Ma è pur vero che un frac è importante, non deve creare fatica o fastidio, che si traducono in distrazione o fatica ulteriore e che esso deve essere considerato uno strumento di lavoro.
Una volta ho sentito dire a un giocatore di scacchi che giocava bene o male a seconda di come stava fisicamente, se c’era una corrente d’aria si infastidiva, se aveva un impaccio fisico dovuto all’abito che indossava, poteva perdere una partita.
Eccoci dunque autorizzati ad avere le nostre preferenze, a rendere professionalmente di più se abbiamo addosso quella maglia, io, per esempio, ho una specie di divisa, e, come ho già detto, se ho davanti un pubblico difficile, finisce sempre che scelgo fra la mia biancheria quella che più mi dà il senso di protezione e della corazza.

Apprendiamo che il frac è un abito pesante per definizione; che deve essere realizzato in baratea, un tessuto in lana e lana mohair; che quest’ultimo,  per quanto si sia alleggerito negli anni, continua a stare sui 320-350 grammi al metro quadro.
(Ecco, dunque, nel nostro inventario, un’altra cosa che deve essere pesante, la mettiamo con le posate, i piatti e i pezzi degli scacchi).
In passato si diceva che per indossare e per togliere il frac era indispensabile la presenza di un valletto perché da soli non ci si riusciva. Altri tempi.
Il frac è fatto su misura, deve seguire i movimenti del corpo, accuratamente inventariati durante le prove, braccia che si stendono, gomiti che si piegano, schiena che si inchina al pubblico all’inizio e alla fine dello spettacolo, tutto è preso in considerazione.
Il gilet può essere a un petto o doppiopetto, deve, però, allinearsi perfettamente alle punte della marsina e dalla marsina non deve uscire mai.
Aggiungiamo a tutto questo la camicia, di per sé già un elemento sensibile nel guardaroba di un uomo.

Herbert von Karajan

Lo sparato, che tecnicamente è «la parte anteriore inamidata delle camicie da uomo, e specialmente delle camicie da sera, che appare dallo scollo della giacca», è molto rigido e, muovendosi, sale. Quindi deve stare rigorosamente 5-6 cm sopra la cintura dei pantaloni, altrimenti si rischia uno sgradevole «effetto ghigliottina».
Polsini abbottonati con gemelli.
Papillon in piquet bianco.

David Niven

Pantaloni neri senza piega né risvolto, con due galloni (strisce di raso). Nessuna cintura: con il frac si indossano le bretelle, che devono, però, essere invisibili.
Scarpe in vernice nera.

Un direttore d’orchestra, fra l’impegno, la tensione e il peso dell’abito, perde circa tre chilogrammi a spettacolo.
Ho avuto per anni una lavanderia artigianale a Borgo Pio e mi piaceva molto ascoltare le storie che avevano da raccontare Roberto e Fiorella, soprattutto quando si trattava dei musicisti di Santa Cecilia, che mandavano a pulire abiti non solo madidi di sudore, ma anche appallottolati, cosicché l’operazione di recupero era ancora più complessa, immaginavo la scena del maestro che si spogliava e buttava tutto in un angolo e di qualcuno che raccoglieva pietosamente il prezioso involucro e lo portava da loro.

Emanuele Arciuli

Una volta ho sentito un’intervista a Emanuele Arciuli, che raccontava il preciso utilizzo delle code di rondine della marsina, che sembrano essere state inventate per sedersi sullo sgabello del pianoforte in modo da non intralciare i movimenti, per non parlare del gesto di scostarle dal corpo e farle pendere;  quando si dice lo spettacolo, che sta in ogni minima mossa che si compie sul palcoscenico e che crea l’atmosfera giusta non solo per l’artista ma anche in sala.

E le donne in tutto questo?
Una poesia di Antonio Machado dice a un certo punto « viandante, non esiste il cammino, il cammino si fa camminando».  Le donne che dirigono un’orchestra, che io chiamo maestro, così come chiamo me stessa professore, in quanto prive di tradizione, quando devono decidere che cosa mettersi addosso, non sanno che pesci prendere. E ogni tanto prendono pesci improbabili.
Non credo che si possa dirigere un’orchestra in abito lungo da sera, rosso e  scollato; diciamo che, se ti piace il genere, puoi fare la solista o la cantante, nessun problema.
Se dirigi un’orchestra e assurgi al ruolo di massimo sacerdote laico dei nostri tempi, devi essere in nero, che il nostro amico Michel Pastoureau definisce «il colore dell’eleganza e della modernità» e anche «il colore dell’autorità».

Speranza Scappucci

Gianna Fratta

Dunque, bene fanno donne come Speranza Scappucci o Gianna Fratta, che sono brave, belle e hanno preso il cammino giusto.
Dirigono con una versione al femminile dell’abito del direttore d’orchestra maschio, anche, loro, con i capelli legati, dettaglio che apprezzo molto, del resto se voi guardate la sfilata del 2 giugno, tutte le donne hanno acconciature raccolte, le occasioni per sciogliere i capelli sono molteplici, l’importante è che tu non te li sciolga sul podio o quando sei in servizio.
Ti concedo il vezzo di un gioiello e ti dico di lasciare perdere i tacchi: stai anche tre ore in piedi e compi uno sforzo fisico non indifferente.
Inoltre, questa è la tua vita, e questa è la tua carriera.
Puoi anche non portare scarpe importabili.

E se ti serve un modello (i modelli servono sempre, soprattutto a noi donne), te ne fornisco uno, che ti sarà utile.

Marlene Dietrich

Insuperabile nell’indossare abiti maschili, che piega al suo fascino, Marlene in frac è totalmente a suo agio e ti dice che il cammino è quello dell’interpretazione degli abiti che gli uomini indossano da sempre, nei riti e ogni volta che è il vestito a fare il monaco, e ci risiamo con qualcosa di religioso e di connesso al sacro.

Abbiamo imparato finora che con il frac non si scherza, che dietro ci deve essere un grande sarto e, dentro, una bella persona.
Dettaglio che sfugge completamente a don Calogero, il padre di Angelica, che si presenta al primo pranzo dato dal Principe a Donnafugata, quello di carattere solenne, sbagliando qualcosa.
«…i figlioli sotto i quindici anni erano esclusi dalla tavola, venivano serviti vini francesi…e i domestici erano in cipria e polpe».
Diciamo pure che il polpe è qualcosa di simile a una livrea e che don Fabrizio, il Gattopardo, non transige e non si mette in abito da sera «per non imbarazzare gli ospiti che, evidentemente, non ne possedevano».
Ma qualcuno ce l’ha.
E mentre «tutto era placido e consueto», il figliolo sedicenne Francesco Paolo fa nel salotto «una irruzione scandalosa».
«Papà, don Calogero sta salendo le scale. È in frack!».

Don Calogero con Angelica e Tancredi

(E abbiamo pure imparato che frac si scrive anche così).
Al Principe la notizia  fa «un effetto maggiore del bollettino dello sbarco a Marsala».
Lui è sensibile «ai presagi e ai simboli» e vede «la Rivoluzione stessa in quel cravattino bianco e in quelle due code nere che salivano le scale di casa sua».
Com’era, dunque, l’abito dell’ospite?
«…si poteva affermare che, come riuscita sartoriale, il frack di don Calogero era una catastrofe. Il panno era finissimo, il modello recente, ma il taglio era semplicemente mostruoso. Il Verbo londinese si era assai malamente incarnato in un artigiano girgentano cui la tenace avarizia di don Calogero si era rivolta. Le punte delle due falde si ergevano verso il cielo in muta supplica, il vasto colletto era informe e, per quanto doloroso è necessario dirlo, i piedi del sindaco erano calzati da stivaletti abbottonati».
Quando si dice tagliare i panni addosso.
Certo, rispetto alle serve di salotto, se lo fa Tomasi di Lampedusa, è proprio un’altra musica.

Indossa il frac in tutte le stagioni un animale buffo ed elegante, che non poteva sfuggire per la sua simpatia alla fantasia dei disegnatori.

Berkeley Breathed, Opus

Vi mostro quindi due pinguini di carta: Opus, uno dei protagonisti di Bloom County dell’americano Berkeley Breathed, che leggevo su Linus, e quello senza nome che apre ogni mese immancabilmente una delle mie riviste predilette, disegnato da Charles Berberian, francese.
Mi accorgo solo adesso, mettendoli insieme, che si tratta di due animali parecchio articolati intellettualmente: Opus è un pinguino esistenzialista, l’altro, filosofo.

Charles Berberian

A ciascuno di loro è attribuito il compito di commentare alcune nostre riflessioni sulla vita e sulle cose.
Se a questo aggiungete che il pinguino filosofo vive perennemente su una piccola lastra di ghiaccio in compagnia di un orso, che è polare, ma che è il cugino di un altro dei miei animali prediletti, capirete i motivi del mio attaccamento.

Vi ricordo anche che c’è stato un Pinguino, mezzo animale e mezzo umano, nella fantastica saga cinematografica di Batman, per la precisione nel film del 1992 Batman – Il ritorno, a firma del sempre visionario Tim Burton. Un essere spietato, violento, doloroso, fisicamente eccentrico, che barcolla per tutta la narrazione sulle sue gambe corte e cerca, disperato, la vendetta, essendo agitato da sentimenti di rivalsa, che mirano a un risarcimento della sofferenza.

Batman – Il ritorno, Tim Burton, 1992

Dunque, i pinguini soffrono?
Si direbbe di sì, almeno a giudicare da quello innamorato e straniato della canzone portata al successo nel 1940 dal Trio Lescano, con un testo surreale che attacca così:
«Guarda, guarda, guarda
il bel Pinguino innamorato
col colletto duro e con il petto inamidato…
Va passeggiando per il pack
con un’aria molto chick
molleggiando dolcemente il frac».

Trio Lescano, 1936

Finirà malamente, con il padre della pinguina che negherà il suo consenso e il pinguino che
«con il cuor trafitto
s’allontana disperato…
Poi nella notte s’ode un click.
sopra il pack che ha fatto crack
s’è sparato il bel pinguino in frac».
In un gioco di onomatopee e di nonsense si consuma la piccola esistenza del nostro amico, la cui immagine rimane impressa nella nostra memoria con il suo abito elegante bianco e nero, così inutile a conquistare una donna, scusate, una femmina.

Ma è tempo di salutarci e lo facciamo con una bella canzone italiana interpretata da Domenico Modugno, di quelle capaci a superare la data di nascita, 1955, e di arrivare fino a noi.

Facciamo così conoscenza di un uomo che riassume tutti quelli che abbiamo incontrato finora.
È notte, lui è elegantissimo e dà il suo addio al mondo.
Quando i fanali si spengono, la città si sveglia e la luna scolora, sul fiume si vedono galleggiare un cilindro, un fiore, la gardenia che lui portava all’occhiello, e un frac.
Non conosciamo i motivi della sua dolce disperazione.
Solo, partecipiamo come possiamo a questa scena, entriamo anche noi nella sua narrazione, che contiene, come tutte le cose, la lezione simbolica che sempre andiamo cercando.
E il frac, abito della festa, che qui è estrema forma di cortesia esistenziale, ci pare l’abbigliamento migliore per percorrere la notte, fosse pure l’ultima, fosse pure quella di tutti i rimpianti e della fine di ogni speranza.

Teniamone conto, davanti al nostro guardaroba, alle prese con la nostra bambola di carta e ogni volta che, non del tutto consapevoli, almeno finora, abbiamo applaudito chi, dal podio, dirigendo la sua orchestra, ci trascinava dentro la sua musica, e lo faceva indossando un abito che quasi non ha più segreti per noi e che per noi è ormai leggenda.