«Ma perché la gente è così accaldata? Ha un’aria orribile…»
(Marlene Dietrich)

Se non sto attenta, qui finisce che mi prendono per militarista, se non addirittura per guerrafondaia.
È vero che sono stata per un po’ a contatto con dei militari. Ma è stato solo per motivi professionali, ho fatto, cioè, delle conferenze, visto che qualcuno dei loro mi aveva seguita in una visita guidata e mi aveva arruolata.
Però ho imparato parecchio: per esempio da un Ammiraglio che non si dice Signor Ammiraglio, perché la sua carica già significa Signore dei mari, quindi il signore sarebbe un pleonasmo.
Da un Generale dell’Aeronautica che l’aviere non si bagna quando piove.
E da un Corazziere che sono i cavalli a sudare.
Gli ultimi due insegnamenti ho cercato di interpretarli a modo mio e li vado diffondendo, soprattutto quando fa caldo e tutti si agitano.

Le donne non sudano. Non sono cavalli e sono un po’ come l’aviere.


Già che c’ero, ho domandato ai miei studenti del mercoledì se avevano visto la sfilata del 2 giugno.
Mi hanno guardata strano.
Quando ho provato a dire che quelli, ragazzi come loro, stavano sotto al sole pure con gli sci imbracciati, con il passamontagna, con il casco con sopra la telecamerina e con gli scarponi, la loro espressione, se possibile, si è fatta ancora più strana.
Allora sono stata più chiara.
Alla sfilata nessuno si sventolava. Davanti a me vi prego di non sventolarvi, vedere la gente che si sventola mi dà fastidio, trovo il gesto inelegante e poi non riesco a fare lezione davanti a un’aula che si agita.
Volendo, potete andare a sventolarvi in corridoio.

Una ragazza ha dato in escandescenze.
L’ho invitata a uscire.
Siccome mi era sembrata agitata, ho evitato di chiarire che quello dell’aviere era un paradosso.
Tu vaglielo a spiegare, a una che si sventola.

Ho avuto una collega, che ricopriva pure un ruolo importante, che si sventolava con il vestito. Tirava su la gonna e se l’agitava in faccia. Ero così imbarazzata che trovavo anche fuori luogo parlarle.

Con i ragazzi del giovedì sono stata più propositiva. Ho detto adesso facciamo così, sventoliamoci tutti con la mano come fate voi.
Possiamo dunque constatare che non si muove un filo d’aria e che l’aula A4 sembra diventata il reparto agitati del manicomio.

Cleopatra con i flabelli

Certo, da sempre esistono i flabelli.
Cleopatra ne era fornitissima. La presenza, però, di inservienti che stavano lì solo per agitarli, impediva che ad agitarsi fosse la sovrana stessa.
E la liturgia cristiana per secoli se ne è dotata: agitati da camerieri segreti nelle cerimonie solenni, i flabelli furono di penne di struzzo e di pavone.
Insomma, un altro mondo.

Per non parlare dei ventagli, prerogativa del pubblico adulto. Gesti forsennati e rumore di stecche.
Qui bisogna ricordare Arturo Benedetti Michelangeli, che una volta sospese un concerto all’auditorium di Roma perché da una pianta che stava sul palcoscenico veniva il frinire di un grillo.
Tirò via le mani dalla tastiera e fece portar via tutte le piante.
Con la giusta misura, sono d’accordo con lui. Il canto del grillo è sopportabile in campagna, non in una sala da musica. E comunque Pinocchio il grillo lo spiaccica con un martello.
Cosa che avrei fatto anch’io volentieri più di una volta con i ventagli.

La storia dell’arte e quella della moda sono piene di ventagli.

Diego Velázquez, Dama con ventaglio, 1639

Il dipinto più bello con questa presenza secondo me è di Velázquez, sta a Londra ed è una sinfonia di neri.
Ho detto nero. Dunque, un colore che prende fin troppo bene il sole. Inoltre, la bella è talmente vestita, con guanti, mantilla e accessori, che capiamo al volo come il ventaglio le serva ben poco per il caldo e come stia lì, piuttosto, per completare la sua toilette.
O per comunicare con un uomo.
Cosa che le donne facevano benissimo dopo un lungo apprendistato a partire circa dal secolo XVII, quando l’etichetta regolava ogni relazione mondana.
Per darvi un’idea della complessità di questa comunicazione (ovvero di questo linguaggio), vi propongo un documento vittoriano nel quale essa è spiegata nei dettagli.

Victoria Fan Etiquette, 1866

Come si vede, niente di più lontano dall’agitazione dei nostri giorni.
Vi propongo anche un ventaglio di Gauguin, che, come accadeva spesso, conserva la forma dell’accessorio e lo trasforma in tela dipinta.
Bello, vero? Non so quanto utilizzabile, ma certo portatore di una ventata di freschezza, per non parlare dell’esotismo che nell’artista si esprime sempre al livello più autentico.

Paul Gauguin, AreaArea, 1892

Abbiamo detto moda. La più fedele al tema dell’eventail è certamente la Maison Dior.
Eccovi alcuni esempi.

Marlene Dietrich detestava il caldo.
Eppure non sudava mai.

Marlene

«Questo anomalo funzionamento delle sue ghiandole sudoripare era un fenomeno che si doveva accettare senza discutere. Era molto orgogliosa di non avere mai bisogno di protezione antisudore per gli abiti e i costumi…Spesso mi sono domandata se per caso…non avesse semplicemente deciso un bel giorno di non sudare e non avesse più sudato per il resto della vita».
(Questa è la sua adorata figlioletta, nelle sue feroci memorie).
Ecco, così deve fare una donna, prendere decisioni serie riguardo il suo sudore.
In inglese si dice Don’t sweat the small stuff, che, tradotto, significa non sudare per le cose piccole, quindi, non agitarti per poco.
Fa caldo?
E ti credo, siamo in un paese dove esistono le stagioni, mica siamo a Londra, dove tutti parlano del tempo perché il tempo cambia continuamente e le stagioni non esistono: ce ne è una sola, fissa, umida e grigia.
Da noi in estate siamo al bello stabile e il cielo è implacabilmente azzurro, come una porcellana Wedgwood.
Dunque, ci siamo intesi.
Finiamola con questa faccenda del sudore, come ci dice Marlene e come ci dice, a modo suo, l’aviere.
E smettiamola di agitarci.
E di sventolarci.

Comunque, sono d’accordo con voi: che caldo.