Ieri sono stata a tavola tre ore.
Uno dice chissà quanto hai mangiato e invece no, ho mangiato quello che mangio normalmente, forse poco più del solito anche se certamente più esotico, perché ho mangiato tutta una serie di antipasti egiziani, che erano però in porzioni piccole, colorate, tutte messe con molta eleganza nei piatti, c’era anche di lato un piccolo tavolino di servizio dove ne sono arrivate altre.
Alla fine ho mangiato pure una Tarte Tatin calda che, al contrario di come è di regola questo dolce, basso, con fette larghe, era un parallelepipedo alto, con sopra le mele caramellate.
Cioè, non ho mangiato un intero pezzo di Tarte Tatin perché ci siamo fatti portare una sola porzione, con due forchette.
Allora uno dice per tre ore che hai fatto.
Ho parlato.
Parlato e ascoltato parlare, in una di quelle situazioni che certe volte si creano e altre no e poi tu va’ a capire come e perché con qualcuno funziona e, con qualcun altro, no.

E di che cosa hai parlato.

Per prima cosa di sentimenti.
Sì, di situazioni amorose, argomento che, come un fiume sotterraneo, è ritornato fuori più di una volta e che io affronto, sto dicendo in modo non generico, solo se sono con una persona con cui parlo bene, anche perché credo che siano affari miei e già, come Cherubino ne Le Nozze di Figaro, ne parlo con me.
Pure troppo.
Poi ho parlato di lavoro, perché quello era poi il motivo (il pretesto) dell’incontro ed è un altro degli argomenti di cui mi piace tantissimo parlare, punto della situazione e situazione economica (sempre difficile); progetti; come sta andando qui a Roma.
Abbiamo anche parlato di alcolici, vino e Gin Tonic, anche se io non bevo superalcolici, però sono d’accordo che quando mandi giù un Gin Tonic, poi tutto è più facile e un sacco di cose si risolvono.
(Almeno pare).

Poi, finalmente e diffusamente, abbiamo parlato di arte.
Ora, io lavoro nel medesimo posto dove lavorano gli artisti, e considero questa cosa che mi è successa nella vita una fortuna, perché potevo finire, pur facendo questo medesimo mestiere, in un ufficio pieno di cartacce, in una stanzona piena solo di libri, in un posto dove di artisti si parlava di continuo (tipo l’università che ho fatto), ma di artisti non ce n’erano.
Gli artisti sono difficili, hanno bizzarrie, stramberie, ubbie, paturnie, fermo restando che hanno bizzarrie, stramberie, ubbie, paturnie un sacco di altre persone, casomai prive di qualunque pregio e di qualunque talento, dunque faticosissime e difficili pure loro, ma che non ti danno il gusto che provi quando stai con un artista.
Io sono rientrata a Roma (Itaca) dopo anni in un cui sono stata altrove.
Questa variazione, anche pesante, di lavoro, sulla quale io non ho riflettuto per niente perché è raro che io rifletta sulle decisioni che prendo, le prendo e basta, ha portato con sé tutta una serie di emergenze e emersioni.
Alle prime mi sono piegata. Alle altre ho prestato ascolto, anche perché uscivano fuori con prepotenza, mi invadevano il sonno, le giornate, si trasformavano in immagini.
E mi sono ricordata di quando sono entrata in Accademia, ero ragazza e mi sono trovata, di botto, io che venivo da studi classici, immersa in un ambiente di artisti.
Vivi e viventi, sto dicendo, perché gli artisti li frequentavo da un pezzo, però erano frequentazioni private e fra me e me, con al massimo tanti discorsi con i compagni di istituto.

Vuoi mettere.

Raffaello, Autoritratto

E allora ieri, con il mio collega e amico, che è un artista, abbiamo parlato di arte.
Parlare di arte con un artista significa usufruire di un occhio tecnico che, per forza di cose, io non ho. Poi, è vero che arrivi al medesimo risultato da percorsi diversi, per cui, per esempio, pure io so (e lo dico sempre) che Raffaello è perfetto, l’ho imparato studiandolo, l’ho sperimentato, ne sono certa.
Tiro fuori sempre anche la storietta del giorno di nascita e di morte che coincidono, o meglio, che sono stati fatti coincidere utilizzando due calendari diversi, per cui l’artista divino sarebbe nato e morto il 6 aprile, confermando così la compiutezza anche della sua persona.
Però un conto è tutta la mia vicenda con Raffaello, lunga, profonda, articolata, ho fatto il Perfezionamento a Urbino, dove lui è nato, e lì è successo tutto; un altro è stare a tavola con l’antipasto egiziano sulla forchetta e sentire, sto dicendo fisicamente, che una luce arriva sul tavolo, guardare quel gesto ampio della mano e del braccio, quel sorriso che fiorisce, sereno, ammirativo, davanti a me, sentire quelle tre parole: Raffaello è perfetto.
E non c’è altro da aggiungere.

E Michelangelo?
Dimmi, ti prego, di Michelangelo, faccio un corso breve a giugno.
Ora è come se un colpo di maglio si abbattesse sul tavolo,  rimango con un boccone di deliziose melanzane in sospeso sulla forchetta, Michelangelo è pura forza, energia, potenza.
A me lo dici, che ho fatto due illustrazioni private della Cappella Sistina e che tutte e due le volte sono uscita e avevo 39 di febbre, mi ha stritolata, l’artista terribile.
Forza della linea, sua energia, potenza che si sprigiona dai disegni.

Michelangelo

Relazione con Sebastiano del Piombo, dobbiamo andare a Viterbo a vedere la Pietà, sapevi che il cartone gliel’ha dato Michelangelo? Non lo sapevo.

Sebastiano del Piombo, Pietà, 1517

 

Tu pensa, Sebastiano dipinge utilizzando il cartone di Michelangelo.
E fino a un po’ di tempo fa era possibile vedere il recto della tavola, c’erano dei segni, degli appunti.
Oggi c’è un cordolo.

Sì, andiamo a Viterbo, andiamo a vederlo.

Com’era Michelangelo, geloso di tutti?
Ma no, perché.
Comunque, di Raffaello era geloso, insisto.
(E come fai a non essere geloso di uno perfetto).

Prendo un po’ di hummus con il cucchiaio, ho anche assaggiato una polpettina. Il cous cous è stato servito in una piccola forma a tronco di piramide, il piatto è decorato da un peperoncino, che assaggio, le decorazioni, bisogna sapere che sapore hanno. 
Il ristorante di Fatma mi piace moltissimo, è un posto storico, pieno di memoria, eppure è semplice, pulito com’è, con lei che danza fra i tavoli, l’ho abbracciata entrando, le ho detto posso fotografare le tue uova, sono così contenta di vederti, come stai, tutto da te è bello.

E poi da te si mangia benissimo.

Eugène Delacroix, Autoritratto

Non so come, passiamo a parlare di Delacroix.
Lui è straordinario, lui cambia la storia della pittura, elimina il bitume, tu hai visto quanto i dipinti suoi sono più luminosi di quelli precedenti, lui usa i colori complementari, lui anticipa gli Impressionisti.
(Ammetto che, se lo avessi conosciuto, lui mi avrebbe fatto perdere la testa. La testa me l’ha fatta perdere a distanza di cento anni, quindi lo so per certo).
Tu sai che lui a Saint-Sulpice ha dipinto a olio sulla parete?
Non so se lo sapevo, certo non me lo ricordavo, sono anche andata lo scorso anno a vedere i dipinti dopo il restauro.

Eugène Delacroix, La lotta di Giacobbe con l’angelo, Saint-Sulpice, 1861, part.

E la casa, la casa di Delacroix a Saint-Germain? Sì, l’ho vista. Io che non amo le case di artista, che mi sanno sempre di morte, quella, l’ho amata, c’era la luce che ha visto lui, c’erano un sacco di storie, lui abitava lì, vicino a Saint-Sulpice, ho pure immaginato la strada che faceva ogni mattina, lui stava già male, lui, l’artista magnifico, la cappella che ha dipinto in Saint-Sulpice è il suo testamento.
E il suo viaggio in Marocco?
Sì, il viaggio in Marocco e la scoperta della luce.
(Non sono mai stata in Marocco ma studiando Delacroix mi è venuta voglia di andarci. Chissà come si mangia, chissà se gli antipasti sono buoni come da Fatma).
(Oddio, spero di essere sufficientemente preparata per reggere la conversazione, eppure gioco quasi in casa, stiamo parlando di artisti che amo. Eppure quando parli di artisti con un artista, meglio che lasci perdere. Preparato non lo sei mai).

Fatma è arrabbiata con un operaio dei telefoni, poi si scusa, poi mi racconta, solo ora mi rendo conto che sono stata tre ore a tavola.
Tutti gli avventori sono andati via.
Siamo rimasti solo noi.

Devo ripassare in Accademia, mi accompagni?
Fuori splende il sole di Roma in aprile.

È quasi Pasqua, quindi le uova di Fatma, raccolte in un cestino di cui lei ha dimenticato la provenienza e che avevo notato anche l’altra volta, ci stanno benissimo.