UNA RAGAZZA DAVVERO ‘CANON’ E IL RICORDO DI UNA COPPA VERDE

Faïence de Badonviller, Art Nouveau

L’altro giorno stavo in garage a chiacchierare con il mio garagista.
Lui è un uomo che mi usa molte gentilezze e che ha una visione del mondo interessante, poi mi fa pure domande personali, cosa che non succede quasi mai, perciò facciamo chiacchierate un po’ speciali.
Gli ho confidato, non mi ricordo a proposito di che cosa, che se da ragazza qualcuno mi avesse detto che oggi avrei vissuto così, sarei stata folle di gioia.
È successo tutto quello che succede normalmente, lutti, delusioni, rotture, malattie, naufragi, però vivo come avrei voluto vivere quando stavo ancora studiando, non avevo una professione, non avevo una casa mia, in una parola quando non avevo una vita adulta (che, secondo me, è l’unica dimensione di vita interessante, ti muovi e vai dove e fai quello che ti pare).
La mia prima casa vera era bellissima, invitavo delle persone e avevo messo insieme un servizio di bicchieri di fortuna, tutto spaiato, formato da pezzi presi qui e là.
Il più bello dei bicchieri era chiamato la coppa verde.
Era un calice di buone dimensioni, con uno stelo breve e una base di un verde più intenso della coppa. Era di cristallo, simpatico e spettacolare, per cui c’era sempre un po’ una gara a chi se lo prendeva e veniva assegnato d’ufficio all’ospite più importante.
Quando si ruppe la coppa verde, fu il segnale che era ora di sostituire quel servizio di bicchieri scombinato con calici austriaci di razza.
Passavano le cose e succedevano i giorni e ci fu la lunga fase con dentro lavoro, progetti, abiti per occasioni diverse, viaggi, relazioni di amicizia, una vita organizzata, ecco, che pareva dovesse durare per sempre.
Non fu così e fra le conseguenze accadde che mi liberai di vestiti e servizi, che ormai guardavo con sospetto, facendo tabula rasa, a ripensare a certi momenti, anche terra bruciata tutt’intorno.
Tornai, con un movimento lento ma che, a guardarlo dopo, era continuo, alle stoviglie spaiate.
Riconnessione alla prima giovinezza.
Impressione di un nuovo inizio.

L’attività francese di «brocante» si può tradurre in italiano con commercio di anticaglie o rigattiere,  rimanendo però sideralmente distanti dal senso di bellezza, di cura, di sapienza e di delicatezza che sta dietro e dentro questa idea.
La «brocante  en ligne» è quella che ha avviato Cécile Viarouge nel 2017 con la sua www.blanchepatine.com.
Una meraviglia.
Dopo aver lavorato 5 anni nella comunicazione, nel mercato dell’arte e della cultura, la «jeune fille canon» esprime la sua vocazione: si occuperà di vendita e di noleggio di stoviglie antiche di fabbricazione francese  per un matrimonio, un battesimo, la rilettura dello stile di un ristorante, un compleanno, un brunch o un invito per il pranzo o la cena di un’azienda.
Ci riesce con l’aiuto di una piattaforma di raccolta di fondi per un finanziamento partecipativo.
Sono andata a vedermi la presentazione. Sono andata a vedermi le reazioni mano a mano che ci si avvicinava al traguardo. Sono andata a vedermi che cosa diceva il suo pubblico.
Ho passato in rassegna tutte le immagini, mi sono chiesta come si potessero trasportare coperti per un matrimonio con 300 invitati, come si lavano quei piatti, come si beve in quei bicchieri, come una giovane e bella donna potesse occuparsi di una cosa così squisita ma anche così pesante fisicamente, l’ultima volta che ho portato a casa mia un servizio di piatti che avevo comprato li ho pesati per vedere che cosa ero stata capace di fare e mi sono pure fatta i complimenti, 475 gr a piatto, stavo messa bene, a muscoli.
Dappertutto con Cécile c’era quest’impressione di sapienza, di dedizione, di sostegno. Del resto basta vedere i pezzi che sono in vendita oggi: scelti uno per uno, presentati con belle note informative, fotografati con gentilezza.
Si avverte la relazione con l’oggetto, quella che abbiamo tutti, ma qui raccontata con le parole appropriate, i piatti trovati nel corso di un viaggio, affettuosamente, mandati poi a vivere una seconda vita, come se fossero amici cari che partono per fare nuove esperienze.
Il coraggio di affrontare una novità d’impresa, ma anche quello di scombinare la tradizione dei servizi, il senso è di avere qualcosa in tavola che non ha il nostro vicino, la logica è quella dell’eleganza e del savoir-vivre alla francese, ovvero della cultura, della tradizione e della bellezza.
Incontro Blanche Patine sulla mia rivista settimanale, mi perdo nel suo E-Shop.
Decido di farmi un regalo per il mio compleanno.

Faïence FL Faïence de Lyon, fine XIX

È tutto bellissimo, nella mia casa tutto starebbe al posto giusto.
Scelgo un piatto, ne aggiungo un altro nello scambio di mail, scelgo un servizio di flûte spaiate.
Mi metto ad aspettare il pacco come si aspetta l’innamorato.
Metto la bottiglia giusta in frigo e sono pure capace di non aprirla fino al momento giusto (succede di rado, succede quando ci tengo).

6 flûtes à champagne ciselée dépareillée

Lo scatolone è composto con cura, geometria e eleganza.
Oggi è festa.
Dentro trovo anche un delizioso biglietto scritto a mano, che dice «…spero che questi bei piatti e queste flûte vi piacciano. Al piacere di incontrarci eccetera».
Non sto a raccontare il gusto di mangiare gli spaghetti pomodoro e basilico in questi piatti, la cena più semplice diventa spettacolare.
Non sto a spiegare, perché si capisce benissimo, quanta magia si trovi nelle stoviglie antiche e che lezione esca fuori da questo contatto con chi ama quello che fa e te lo conferma a ogni gesto, la vertigine delle possibilità che ci sono in una tavola apparecchiata in questo modo, il senso della letteratura, quello del cinema.
Appena posso compro un altro paio di piatti.
E probabilmente anche altri bicchieri.
Appena posso vado a vedere lo showroom a Parigi, a due passi dal Canal St Martin, quello dove Amélie va a tirare i sassi per rilassarsi.
Appena posso mi impossesso un altro po’ di questa energia straripante, del piacere di cercare, della commozione espressa giocosamente davanti al risultato ottenuto in un allestimento, in una parola vado a strusciarmi contro i frutti del talento di Cécile, così come credo ci si debba strusciare contro l’ottimismo, la capacità di creare, di inventarsi un’attività inusuale dalla quale chissà che altro può uscir fuori, sperando che qualcosa rimanga addosso pure a noi, che ci sia un contagio, ma di quelli sani, di quelli che ti fanno la vita più piacevole, di quelli che aggiungono splendore alla tavola apparecchiata e che le danno un senso, un po’ come faceva la coppa verde prima di rompersi.

8 Comments

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  1. Sabina Albano

    10 aprile 2018 — 15:27

    Ma che bello…
    Vorrei essere Cecile, o almeno Amelie!!!

    • Rosella Gallo

      10 aprile 2018 — 15:34

      Beh, tanto per cominciare sei Sabina, poi secondo me siamo un po’ tutti Amélie, quanto a Cécile, mi sembra una persona molto generosa, quindi non escludo che siamo un po’ tutti lei. E grazie, ancora e sempre, per la tua presenza

  2. Ogni volta che leggo uno dei tuoi racconti si riaprono ricordi. Cose viste, cose desiderate, aneddoti che vanno però raccontati a voce per non interferire con la magia delle tue descrizioni. Bacio <3

  3. Lucia Fenicia

    16 aprile 2018 — 18:32

    Come condivido! Anch’io conservo e colleziono bicchierini e tazze da te’ di famiglia o comprate spaiate o singole. Alcuni in vetro colorato finissimo con lungo stelo,o tazze in porcellana finissima quasi trasparente. Ma a differenza di te non oso usarle e sbaglio. Il problema è che ho una capacità inusuale a rompere gli oggetti più delicati. Ma mi impegnerò. Mi hai ispirato, come sempre. P.S. Ti scrivo da Monaco con gli occhi pieni di fastosissimi tesori barocchi e rococò un po’ troppo opulenti per il nostro gusto italico. A volte fanno tenerezza perché pensano di imitarci. A voce ti dirò di Von Stuck. A presto. Oggi la tua lezione mi e’ mancata!

    • Rosella Gallo

      17 aprile 2018 — 8:21

      Lucia cara, io rompo e rompo pure spesso e non ti sto a dire il dispiacere di rompere un calice antico. Ma ho imparato a lavare i bicchieri il giorno dopo, a lavarli non direttamente nel lavello della cucina ma in un contenitore di plastica che assorba i colpi, ho imparato dal sito del Victoria & Albert Museum come fare per far durare di più questi tesori, loro, però, li espongono, io li metto a tavola. Credo che il loro fascino stia anche in questo, nel fatto che di solito stanno esposti e non si toccano. Tu ricordi il concetto delle scarpe della domenica? Ecco, io le indosso tutti i giorni ed è sempre festa. Salutami Monaco, per i miei gusti è una città troppo lenta, però hai visto quante meraviglie! Un abbraccio

  4. Lucia Fenicia

    17 aprile 2018 — 9:18

    E’ vero una città lenta e silenziosa!A presto

  5. Lucia Fenicia

    17 aprile 2018 — 9:51

    E’ bellissima! E ci mancano ancora le Pinakothek!

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