PICCINA MOGLIETTINA OLEZZO DI VERBENA

Andateci piano con i diminutivi.
I diminutivi sono una cosa intima e privata.
Mi piacciono i nomi. Ci sto attenta, parecchio.
Ho scoperto da meno di un mese di avere un’allitterazione, ovvero una ripetizione di sillabe, fra nome e cognome.
L’allitterazione più bella è quella della «Coca Cola», nel mio caso c’è una doppia «l».
Mi capita che a Napoli qualcuno mi chiami Rosa pensando che il mio nome sia un diminutivo (non lo è). Non mi dispiace affatto, anzi, mi capita di presentarmi così, sommando tutto, siamo alle prese con il nome del più bello dei fiori, quindi, ci sto.
Ma non ci possiamo spostare troppo.
Un mio collega chiama un’altra collega che ha una rosa nel nome Rosy Rosicchia, come la fidanzata di Topo Gigio.  Quello che non ho mai capito è se la cosa sia un gioco privato fra noi o un vocativo pubblico.
Ma non con me, perché potrei arrabbiarmi.
Nella mia famiglia i figli si chiamano tutti con la «r», cosa che io ho sempre pensato come inutile e che mi ha fatto chiedere per anni perché mia madre, che si chiamava con la «l», abbia accettato questa esclusione premeditata e forse pure cattiva, anche se ormai è tardi per domandarselo.
Se uno non ama il suo nome, se lo cambia, esiste il «nom de plume», però, poi, gli è fedele: il nome è più importante di una qualsiasi storia d’amore.
Quella, come niente, finisce. Il nome, te lo porti fino alla tomba e anche oltre.

Ma non è sempre chiaro. Voglio dire che se ti chiami Andrea, nome virile per antonomasia, devi sapere che il tuo nome, ἀνήρ, ἀνδρός, significa Uomo, ma non quello che discende dalla scimmia, bensì, quell’altro, quello eticamente alto, quindi, se ti fai chiamare Andy, non hai capito niente.
Tempo fa ho chiesto a un Alessandro perché si facesse chiamare Ale.
Mi ha risposto che non lo sapeva. Ho chiesto come lo chiamavano i suoi genitori, mi ha risposto Ale. Una bella impresa, tu metti al mondo un figlio, lo chiami con il nome di quell’altro, che aveva anche l’aggiunta Magno, poi lo riduci a un grido da stadio.
Per anni agli esami ho dato un voto in più agli studenti che avevano un nome locale: Ciro, Gennaro. Anche i Vincenzo hanno rivendicato il loro diritto. Ci hanno provato gli Antonio e i Salvatore senza successo.
Le ragazze, più timide, faticavano a presentarsi come Assunta e Filomena, nomi, secondo me, bellissimi, uno, dedicato alla Madonna; l’altro, legato al canto e a una storia tragica e sublime, incarnato in una rondine, nella quale la giovane donna si trasforma.
Se è vero che il marketing è il 60% del prodotto, allora ancora più geniale è stato Mies van der Rohe.
Nato Ludwig Mies, e «mies» in tedesco significa qualcosa di scadente, il grande architetto, «operante in uno spazio organizzato internazionalmente», che gli chiede una «nuova sensualità», oltre alla capacità di muoversi in una società «più pratica e meno sentimentale» (ah, i sentimenti), alle prese con un mondo contrassegnato da una «mobilità rapida» e da un «calcolo preciso», si inventa una nuova identità unendo al proprio il cognome della madre, van der Rohe, diventando così, a partire dal nome, qualcosa di diverso.

Mies van der Rohe, o l’alchimia del nome

Tarchiato e poco loquace fin da quando era giovane, l’architetto grandissimo muore a 83 anni, appesantito dall’artrite, conservando il gusto sibaritico per poche cose costose, abiti scuri confezionati da Knize e una riserva infinita di Martini e di sigari Havana, lasciando un’eredità che ancora oggi vibra e fa vibrare l’anima al solo ascolto del suo nome.
Lo scorso anno ho avuto tre Ylenia nel mio corso e ciò mi ha fatto capire che era ora di cambiare aria. Quando ho chiesto il motivo di quel nome, le ragazze mi hanno risposto che era un omaggio a Al Bano. Ora, c’è da domandarsi perché omaggiare un cantante con una voce straordinaria che però si è fatto una carriera discutibile e non, che so, l’Immacolata o l’Assunta.
Non ho mai avuto in Accademia uno studente di nome Diego Armando, l’ho aspettato per anni, qualcuno sostiene che si tratta di una forma di rispetto, quindi, che il nome non è praticabile.

C’è chi mi dice che andrà a Zanzibar.
Chi muore dalla voglia di vedere Samarcanda.

Li capisco, anche se non andrò mai dove vogliono andare loro, mi capita di muovermi, in tutti i sensi, solo per il richiamo di un nome.

Sam Taylor-Wood, David, 2004

Michelangelo, David, 1504, part.

Se Beckham non si fosse chiamato David, forse non avrebbe avuto mai l’onore di  entrare filmato dall’artista Sam Taylor-Wood alla National Portrait Gallery di Londra.
Ripreso quando giocava con il Real Madrid mentre dormiva, dopo precisi accordi, l’allenamento faticoso, la videocamera appoggiata al cuscino accanto al suo,  il giocatore divo interprete del moderno, sta lì per un’ora e cinque minuti.
E dorme.
Dorme sospirando, respirando profondamente, ogni tanto passandosi la lingua sulle labbra, stirandosi. Lo so per certo perché sono andata a Londra e ho visto l’opera, ovvero il filmato, due volte di seguito.
Una cosa geniale, che forse lo sarebbe stata meno se già, fra gli altri e mettiamo, non ci fosse stato il David di Michelangelo.
Quello sì, parecchio sveglio ma già ugualmente moderno.
Sa come divertirsi l’artista del comportamento Sophie Calle, che è abile a usare i nomi: va, infatti, a fare il weekend  in Wallonia con Walter mangiando würstel.

Sophie Calle

Volendola emulare, potremmo andare a Pompei a mangiare pizza con Paolo, facendo della nostra vita un’opera d’arte.
I miei pesci rossi hanno sempre un nome, e mi meraviglia che non sia così per tutti gli altri pesci. Quelli attualmente in carica sono I Props, ovvero gli attrezzi di scena, ma anche gli applausi e i complimenti.
Morto all’improvviso Photo Prop, è arrivato in vasca Mascherina Prop, bianco e rosso, molto bello e sempre affamato, insomma, promettente.
Del mio praticamente ventennale matrimonio è sopravvissuto solo un mucchietto di fogli con dei nomi scritti sopra: pezzetti di carta, dorso di cartoncino di bloc-notes, lista della spesa girata a rovescio.
Il gioco consisteva in questo: «Puoi, per favore, mettere in tavola i bicchieri?».
«Bicchierina».
E così nascevano, a caso e nel quotidiano, Marsupina, Spaparanzina, Grugnina, Pezzolina, Figurina,
Sbrilluccichina, Discolina, Bustina, Zuccherofilatina eccetera, decine e centinaia.
Mi dico sempre adesso butto tutto, come ho buttato tutto il resto, però, poi, dovrei anche eliminare il file che mi sono fatta mano a mano nel mio computer, e un po’ mi dispiace, non fosse altro che per la straordinaria reinvenzione della vita che c’è dentro.
Un po’ come nella Madama Butterfly di Puccini, quando l’aria Un bel dì vedremo  a un certo punto si lega tutta ai nomi che lui le dava «al suo venire»: piccina, mogliettina, olezzo di verbena.
E forse sono proprio i nomi a segnare la distanza, la loro mancanza decretando la fine dell’intimità e di quella storia che, pure, nel canto unito della prima notte d’amore, tutti pensavamo che fosse vera e che non dovesse finire mai.
BUTTERFLY «Dicon ch’oltre mare
se cade in man dell’uom, ogni farfalla
da uno spillo è trafitta
ed in tavola infitta! »
PINKERTON «Un po’ di vero c’è.
E tu lo sai perché?
Perché non fugga più…»
Ma poi, si sa com’è la vita, poi si sa come sono i nomi, contingenti e destinati a diventare altro e a tornare rigorosi nella loro ufficialità.

Ecco perché i nomi devono essere seri, perché devono suonare bene e sopravvivere a tutto, quindi attenzione ai diminutivi, attenzione al senso, attenzione a quello che facciamo della nostra essenza più intima e dell’essenza più intima degli altri, nasciamo quando ci viene attribuito un nome, con il quale il mondo ci chiama, e quel nome ce lo portiamo dietro e quel nome supera anche le nostre contingenze umane, supera, cioè, pure quello che siamo. E, forse, in certi casi si perpetua, e poi, chissà, casomai serve anche a fare in modo che qualcuno si ricordi di noi e che torni a chiamarci, proprio come facciamo tutti, chiamandoci per nome l’uno con l’altro, tutti i giorni, continuamente, come per affermare che noi e il nostro nome, per il solo fatto di essere chiamati e nominati, ci siamo e esistiamo.

5 Comments

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  1. Lucia Fenicia

    16 aprile 2018 — 23:17

    Ho scritto due volte un commento con tutti i sentimenti a questo articolo ma non riusciva a partire .Mi diceva che il quiz era sbagliato!! Ma!!

    • Rosella Gallo

      17 aprile 2018 — 8:22

      Grazie, l’altro commento è arrivato, qui leggo solo questo. Hai la pazienza di riprovare? Un caro abbraccio

  2. Lucia Fenicia

    21 aprile 2018 — 23:18

    Cara Rosella ho riscritto per la terza volta il commentò. Non parte perché mi dice che il quiz e’ sbagliato. Per caso c’è un limite di parole? Perché il mio e’ un po’ lungo. Non so come fare. Mi dispiace molto.

    • Rosella Gallo

      22 aprile 2018 — 9:00

      Lucia cara, questo commento è arrivato regolarmente, infatti lo sto leggendo e ti rispondo, vuoi riprovare? Ti ringrazio per la pazienza

  3. Lucia Fenicia

    21 aprile 2018 — 23:42

    Esperimento

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