Ispirazione (page 5 of 10)

Mi ispirano molte cose, alcune persone, città, film, romanzi, riviste, luoghi, umori. Ve li racconto, in modo che possiate trarre anche voi ispirazione da tutto ciò che aiuta a stare al mondo.

NEWSLETTER #36 BISOGNA IMMAGINARE SISIFO FELICE

Reinhold Messner

Partiamo dal Sisifo del titolo.
Fondatore e sovrano di Corinto, è famoso per la furbizia e la fraudolenza.
Arrivato, come prima o poi capita a tutti, nell’Ade, viene condannato a portare sulla cima di un monte un grosso macigno che, una volta arrivato in vetta, rotola di nuovo a valle.
Pensiamo a quanto Sisifo c’è in ognuno di noi.
La casalinga per prima, e sto parlando di quella diligente, non di quella che non fa niente dalla mattina alla sera, che vede disfatto in due passaggi distratti tutto il suo lavoro.
Ma anche lo chef, che vede spazzare via in venti minuti l’impegno di ore.
Dunque, a noi la punizione di Sisifo sembra feroce, condannato come è lui a fare una cosa assurda e inutile.
Fino a che non intervengono a farci cambiare idea due uomini singolari, che di cose assurde e inutili se ne intendono.
Uno lo abbiamo già incontrato la settimana scorsa ed è quella specie di orso che si chiama Reinhold Messner e che fa l’alpinista.
Non c’è niente di più inutile dell’alpinismo.

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IL SENTIMENTO DELL’AUTO-RECLAME

Fortunato Depero, Pubblicità per una fabbrica di matite, 1926

Ero inoltre convinto, nella mia eccitazione, che mi sarei presto rivelato come il migliore regista cinematografico del mondo

Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987

Non mi riascoltavo mai.
Mi sarà capitato di riascoltarmi un paio di volte, nemmeno mi ricordo quando.
E ho sempre guardato con simpatia un po’ distratta un certo traffico di cassette audio con le mie lezioni, che passavano di mano in mano e certe volte venivano ascoltate stirando.
(Lo so perché me lo raccontavano).
Meglio della televisione, comunque, se ascolti e basta, non rischi di ustionarti col ferro.
Piuttosto di recente sono anche venuta a sapere che alcune cassette erano sopravvissute a anni di lontananza ed erano state utilizzate, per esempio, durante una visita a un luogo di cui avevo parlato.
Tutto questo mi faceva piacere, ben inteso.
Tutti vogliamo, per quello che facciamo e se ce la facciamo, lasciare un segno.
Poi, però, è arrivata l’ipertecnologia dell’ultimo anno.
Io clicco su un comando e compare il bottone rosso che mi dice che il computer sta registrando.
Tutto.
Video e audio.
A fine collegamento, il computer converte da solo il file e lo va a mettere in una certa cartella che lui riconosce, sulla quale intervengo poi io per mia organizzazione personale.
A quel punto uno clicca e tutto quello che è accaduto mezz’ora prima ricompare, pulito, preciso, lo posso rivedere subito sul mio schermo, oppure inviarlo, dopo averlo compresso, al mio smartphone o al mio tablet.
Non ho mai provato con la TV, però il mio tecnico mi dice che è possibile.

A quel punto, grazie tante che mi riascolto.

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IN NOME DELL’ARTE, DELLA POESIA E DELLA BELLEZZA

Roland Penrose, Lee Miller, Ady Fidelin, Leonora Carrington e Nusch Éluard, 1937

Le donne hanno tutte i seni piccoli.
È l’estate del 1937, loro sono in Costa Azzurra, al di là di ogni sospetto di turismo di massa.
Le donne nel 1937 hanno tutte i seni piccoli, proprio come nel 1950 le donne hanno tutte i seni grossi.
Come questo sia possibile, in epoca non ancora soccorsa dalla chirurgia estetica, per me rimane un mistero.
Forse c’era una selezione naturale: nel senso che le donne che non erano conformi, ovvero che non avevano nel 1937 i seni piccoli e nel 1950 i seni grossi, se ne stavano a casa a piangere sulla loro difformità fisica.
Ma torniamo all’estate del 1937. Che deve essere stata allegra e, diciamo così, disinvolta, se è vero quello che vediamo in foto.
L’immagine è famosa e ritrae un gruppo di amici che fanno un picnic.

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TRE ANNI DI BLOG

Il mio frigorifero, il 31 gennaio 2021

Sentito in una libreria:
«Ah! Quegli autori che scrivono dei libri per parlare di sé, curarsi, e che inoltre, vogliono che li amiamo»

Christian Estèbe, La vita fuggitiva ma reale di Pierre Lombard, VPR

Sto leggendo un romanzo che parla di un VPR, ovvero di un venditore, di un rappresentante, per la precisione, di libri.
VRP è l’abbreviazione di voyageur représentant placier. Uno pensa che sia una cosa del secolo scorso, visto che Pierre Lombard cerca anche di piazzare enciclopedie presso i suoi clienti, invece, no.
È un romanzo appena uscito, che è stato presentato da un editore francese che, per me, ogni cosa che dice, è oro.
Si capisce al volo che la narrazione procede per metafore, i posti sono inventati, le regioni non stanno da nessuna parte, le case editrici hanno nomi fittizi.
Poco male, anche se prediligo i luoghi che posso ritrovare.
E Macondo, allora.
Ora vi dico pure che ho letto Cent’anni di solitudine in montagna, sulle Dolomiti, dépaysement assicurato.
Se è per questo, una volta, medesima situazione, ho anche visto lì, non mi ricordo se nella parrocchia o sotto un tendone estivo, un film di Bollywood.
Che, ammettiamolo, fra i tirolesi, faceva la figura del cavolo a merenda.
Ma le vacanze mi hanno annoiato per anni, dunque per anni ho fatto quello che ho potuto per scappare da dove stavo in vacanza.

Fino a che non ho cominciato a fare le vacanze che dicevo io.

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C’È POSTO PER I SENTIMENTI?

C’è posto per i sentimenti?

Un filmaccio.
Ho resistito trentacinque minuti, se fossi stata al cinema sarei uscita dopo un quarto d’ora perché già si era capita l’antifona, siccome mi ero comprata il dvd, ho detto forse mi sbaglio.
Non mi sbagliavo.
E mi meravigliano le due persone che me ne avevano parlato bene.
Meravigliano fino a un certo punto.
Lui, sulla brillantezza intellettuale del quale già nutrivo dei dubbi, tutti confermati; ma lei, non so capacitarmi, una donna di quella portata culturale, come si fa a non vedere che è tutto finto.
Ma perché le donne su questi argomenti ci cascano sempre.
Finti i personaggi femminili, improbabile la madre che, a quota quattro figlie, sembra una ventunenne; la protagonista che fa sempre la faccia, quella con la boude, col broncio, che faceva quando faceva Agatha; praticamente, l’unica nella parte è la serva, vecchia e grassa.
Fintissimi i personaggi maschili, tutti che sembrano avere baffi posticci attaccati sotto il naso, attori buttati al secchio, addirittura Louis Garrel senza nei e con l’aria da moscardino.
Ma la regista ha letto il libro?

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TANA LIBERA TUTTI

 

Il suicidio è sempre un atto complesso, non è mai un solo fattore a provocarlo.
Io sono sempre molto attenta ai modi, per esempio Alexander McQueen, che cuciva per professione, si è impiccato, dunque si è dato la morte con un nodo.
D’accordo, prima si era riempito di alcol e di antidolorifici e di chissà che altro, però il gesto finale è stato quello.
Che il cattivo russo finisse per suicidarsi, lo avevamo capito tutti.
Sì, ma come.
Io avrei scommesso su un colpo di pistola.
Invece si è buttato dalla finestra, una brutta morte, ingombrante e nemmeno certa.

Le Bureau des Légendes, 5/9

Con la moglie e il figlio sconvolti. Giustamente, ma mi meraviglia come le mogli cadano sempre dalle nuvole, fanno una vita agiata e protetta e non si chiedono mai come il marito porti a casa i soldi.
A me il dubbio sarebbe venuto, con i mariti, i dubbi è sempre meglio averceli.
Che c’entra, pure con le mogli.
Insomma, un po’ di dubbi ci vogliono.
Poi, l’impatto con le cose è meno violento.
Comunque mi sono lasciata da parte l’ultimo episodio. Mi sono forzata a vedere il penultimo perché mi sembrava cretino mollare lì e l’ho trovato bellissimo, si sente la mano di un grande regista, di un autore, ho letto un po’ di proteste e non ero per niente d’accordo.
Ma lasciateli esprimere, gli artisti.

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IL BATTESIMO DI EVELYNE

Altro che fate buone.
Non c’è stato nemmeno bisogno di invitarle, è bastato decidere il menu e già qui c’era tutto l’augurio.
Si comincia con Les Bouchées à la Reine che, d’accordo, sono dei vol-au-vent con farcitura, ma il nome evoca anche altro: i morsi, o bocconcini, come se li avesse confezionati la regina.
Segue Le Pâté de Lapin Maison, che è un paté di coniglio fatto in casa.
Poi Le Colin Mayonnaise, il nasello alla maionese.
Queste prime portate sono servite con il Mâcon Viré, che è un vino di Borgogna che ha cambiato nome nel 1999 e che ora si chiama Viré-Clessé.
(Se c’è una cosa affatto semplice in Francia sono i vini. Ma i vini sono complessi dappertutto).
Seguono le carni: Le Gigot Haricots Verts e Le Poulet Rôti au Cresson, ovvero il coscio di agnello con contorno di fagiolini e il pollo arrosto al crescione.
Qui il vino è il Rochdale, di cui non trovo notizie.
Arriva La Salade du Jardin, che è un’insalata di contorno ma che però, come la presentano loro, sembra ben altro.
Les Fromages assortis sono accompagnati dalla Pelure d’Ognon, un vino rosé.
Segue il trionfo dei dolci.

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MUSICA DOLCE

– Monsieur Hamil, si può vivere senza amore?
Non mi ha risposto.

– Monsieur Hamil, si può vivere senza amore?
– Sì, disse lui, e abbassò la testa come se avesse vergogna.
Mi sono messo a piangere.

Roman Gary, La vita davanti a sé, 1975

Esito.
Indugio.
Prendo tempo.
Cerco e trovo scuse.
È quando Itaca ce l’hai lì davanti, che Itaca è più lontana.
Ho avuto da fare.
Ho fatto altro.
Non ho ancora visto gli episodi 9 e 10 della stagione 5: quelli finali.
So quasi tutto.
È subentrato un altro regista-autore: «un nome simile non poteva permettersi di non proporre un’immagine clamorosa, e si è serviti».
Una rottura di stile. Molto orientato all’onirico.
Non mi mordo le mani per l’impazienza. No.
Davanti all’arte, divento paziente.
Allento la presa. Esito. Indugio. Prendo tempo.
E poi, quando ho finito, che faccio?
Come quando ti sei laureato.
Come quando hai divorziato e cambiato la targhetta del nome fuori dalla porta di casa, il giorno stesso che sei stato in tribunale.
La vita davanti a te.

Hai voglia.

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LA SORPRESA DEL FRITTO

Sono di quelli che preferiscono bere che mangiare.
Bere mi fa un altro effetto.
Sono disappetente, mi sono dovuta far spiegare la Gola perché non la capivo.
Sono una che si coltiva l’anima.
Sto attenta a quello che mi metto in corpo, in tutti i sensi, senza che diventi un’ossessione.
L’unico motivo per cui non indosso gli abiti che indossavo vent’anni fa, è che li ho buttati tutti.
Da un po’ sono anche capace di guardare senza inorridire quelli che si ingozzano di cibo.
Mi sono fatta spiegare da un medico come fanno.
Il medico me lo ha spiegato.

Resta però il fatto che quelli che si ingozzano come animali mi annoiano.

Però mi piace il fritto.
E lo mangio e lo faccio almeno una volta a settimana e lo considero uno dei raggiungimenti più alti dell’arte della cucina.

E guardo con sospetto quelli che dicono: «Fa male».

A me fanno male i dispiaceri.

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NESSUN SEGNALE

Mela Koehler, Auguri di Felice Anno Nuovo, 1919

Il titolare dell’Informatica Enea mi ha sistemato il telefono, che adesso fa di nuovo quello che non faceva da un po’, per esempio scaricare le foto sul computer.
Mi sono così ritrovata con seicentosessantotto foto in una nuova cartella, io che faccio pochissime foto, chissà con quante cartelle con quante foto dentro si ritrovano quelli che fanno foto continuamente.

Un incubo.

L’uomo è giovane. E grasso.
L’uomo non è grasso come gli uomini che ingrassano ma come quelli che nascono grassi, per intenderci quelli che nelle gite scolastiche stanno sempre alla fine del gruppo con in mano un panino imbottito.
L’uomo è grasso e porta occhiali con una montatura spessa.
Ha un neo sopra la bocca, io vedo sempre i nei, mi saltano subito all’occhio, come del resto tutti i dettagli.
Quel neo sulla bocca, che sembra quello di una damina del Settecento veneziano, lo rende un po’ goffo.
Ma l’uomo è goffo perché è grasso.
L’uomo grasso ha un look un po’ suranné, capelli con la scriminatura tirati indietro, cravatta inamovibile e gilet.
Ma l’uomo ha un’intelligenza brillante, per cui finisce che gli perdoni tutto.
Questa cosa che agli uomini grassi e con un look suranné ma con un’intelligenza brillante uno perdoni tutto mi lascia perplessa.
Mai che con una donna ci fosse un’identica capacità di perdono.
E non sto parlando solo delle donne grasse o fuori moda.

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