…Ce so’ certe donne, no, che puzzano, de che? boh! de donna! e co’ ‘sta puzza de donna te fanno arrazzà!…A me», proclamò, «m’arrazza tutta la puzza della vita!!»
Elsa Morante, La Storia
Il più è fatto.
Dovevo trovarmi un nome e il nome me lo sono trovato.
Per trovare un nome, per primo lo ha detto Guido Ceronetti, non devi metterti a pensare, perché il nome viene da solo.
Ma stavolta ho fatto una piccola riflessione. Sarà che i nomi degli altri facevano risuonare qualcosa in me, sapete quando uno dice ma io questo l’ho già sentito.
Infatti.
Malotru (= mascalzone); Phénomène (non traduco); Moule à Gaufres (=stampo per wafer); Cyclone (vedi prima); Escogriffe (mano di velluto); Bachi-bouzouk (=soldato dell’esercito ottomano).
Vi ho elencato i nomi degli infiltrati.
E mi voglio infiltrare pure io.
E per infiltrarmi ho bisogno di un nome.
E da dove vengono i nomi degli infiltrati. Basta aver letto Tintin per saperlo, visto che tutti gli agenti segreti di Le Bureau des Légendes hanno preso dagli albi di Hergé i loro pseudonimi.

I miei Tintin
Se non avete letto Tintin, è il caso che cominciate, se non altro perché lui aiuta proprio tanto per questa serie d’eccezione, fosse solo per il lato avventuroso.
Ma ci arrivo.
Tintin è un ragazzetto perbene, non beve ed ha un cane simpaticissimo che si chiama Milou. Cane che, invece, beve. E lo troviamo sbronzo all’inizio dell’avventura dell’album numero 23, quello che ho preso a caso stamattina per un controllo.
(A caso, fino a un certo punto, il 23 è il mio giorno di nascita).
Che ha fatto Milou. Ha bevuto il whisky del Capitano Haddock.
Ed ecco che ci siamo, no, non per il whisky, ma per le espressioni e gli insulti cari a quest’ultimo.
Infatti, tutti i nomi degli infiltrati sono presi da lui.
E allora, il mio pseudonimo.
Eccovelo qui: Tonnerre de Brest.
Tonnerre è il tuono e mi pare che mi stia bene.
Brest è un posto letterario e cinematografico, vedi Genet e Fassbinder, insomma, ha la sua storia e pure se non mi ricordo se ci sono mai stata, poco me ne importa, anzi, meglio, le avventure più interessanti sono quelle che ti vivi senza uscire dalla tua stanza.

Pépé e Mémé
E, ancora a proposito di Tintin, non l’ho letto da nessuna parte ma secondo me Pépé e Mémé, la manovalanza (i gorilla, gli scagnozzi) del Bureau, sono ispirati ai Dupondt, i due poliziotti uguali, che lavorano in coppia e che si chiamano uno con la t e l’altro con la d.
Quando si chiamano insieme, diventano come vi ho detto.

Les Dupondt
Come sempre, in ogni creazione intelligente, anzi, geniale, c’è dentro e dietro tanta di quella roba, che quando hai spento la televisione alla fine di un Episodio, comincia la festa.
Giorni lenti, privi di progetti.
Giorni pandemici.
E ho come l’impressione di avere molto spazio nella mente, meglio, di vedere di continuo riuscire fuori ricordi, viaggi, esperienze fatte.
Credo che queste medesime sensazioni si provino in carcere.
So che si provano durante le vacanze, quando ti annoi, chissà perché a tanta gente piace stare in vacanza, secondo me manco lo sanno, quanto si annoiano.
Ma, a proposito di Tintin, mi è tornato in mente un viaggio che ho organizzato per la mia Associazione nell’aprile di qualche anno fa.
Titolo: Il Belgio fra i Fiamminghi, Michelangelo e Tintin.
Per intenderci.
- Michelangelo, Madonna di Bruges, part.
- Brugge, Concertgebouw
- Jan van Eyck, Agnello mistico, part.

Musée Hergé, Louvain-la-Neuve
Il Belgio come non lo avete mai visto e come non lo vedrete mai più. Ci lavorai mesi, feci un sopralluogo, discussi con l’agenzia tutti i dettagli dei voli e degli alberghi, chiesi tutti i permessi per le visite, pregai che il tempo fosse bello.
Il tempo fu bello.
E il viaggio fu fantastico.
Il senso: tutta l’arte del passato, con in testa il mio Michelangelo prediletto, e due aperture fracassanti sul contemporaneo, il nuovo auditorium di Bruges e la recentissima casa di Tintin.
Non farò mai più niente di simile.
Mi dispiace?
No.
Farò altro?
Nemmeno.
Non so che farò.
Certo vedrò la mia serie fino alla sua fine.
E, nel frattempo, mi sarò infiltrata anch’io e chissà se avrete mai più mie notizie.
Le donne, almeno certe donne, puzzano. A stare a sentire Nino, detto Assodicuori, indovinate perché, una delle creature più vitali mai uscite dalla mente di uno scrittore.
«Allora, a me, se nun se fa, nun me piace. A me, me piaciono le cose che se fanno».
Sono del tutto d’accordo.

Elsa
Nino è bello, ardito, insolente, è il primogenito di una donna che non si capisce come l’abbia fatto, lei che è miserabile, sbigottita, stordita, spaurita, di intelligenza mediocre.
Ida, questo è il suo nome, partorendo Nino, ha fatto un miracolo.
Ma una mattina si presenta da lei un agente e le dice che Mancuso Antonino è rimasto ferito gravemente in un sinistro sull’Appia.
È all’ospedale San Giovanni.
Lei prende il tram da dove sta, a Testaccio, la sua coscienza non registra niente, lei avverte un sapore polveroso entrando in un locale imbiancato a calcina.
Due barelle sono davanti a lei, con due corpi coperti da lenzuola. Il primo corpo è di un altro ragazzo.
Il secondo è quello di Nino.
Ha le guance intatte, i ricci sporchi di sangue, le palpebre, «dai lunghi cigli ricurvi», abbassate.
Sulla faccia è rimasta stampata un’ultima espressione di ingenuità animalesca e incerta.
«All’atto di riconoscerlo, la sensazione immediata di Ida fu una feroce lacerazione della vagina, come se di nuovo glielo strappassero di là».
La puzza della vita.
«Nel maggio dell’anno seguente avrebbe dovuto compiere 21 anni».
Irina mi ha raccontato che tempo fa ha provato a uscire con due ragazzi (che non erano quello con cui sta) ma che loro puzzavano.
Quindi ha deciso di non fare ulteriori esperienze di confronto.
Io le ho detto che la sera gli uomini, se hanno lavorato, puzzano tutti e la cosa strana è che il professionista non è più pulito, mettiamo, di quello che fa la revisione delle macchine, che capita che, se deve uscire con una donna, si rimette il gel sui capelli e si improfuma come un moscardino.
E poi che ne so, il Direttore del supermercato, che pure fa un lavoro faticoso, sta sempre in mezzo agli scatoloni e alla merce e se lo vedo seduto, sta sulla recinzione dei carrelli a fumare una sigaretta, ha, per esempio, un buonissimo profumo.
L’ho notato più di una volta, l’ultima delle quali ieri, quando lui ha provato a convincermi ad aspettare con lui il ragazzo che portava il pane e che era in ritardo di trenta minuti.
Riuscendoci subito, a convincermi.
Abbiamo chiacchierato e, nonostante la mascherina, sentivo perfettamente che sapeva di buono.
Devo ricordarmi di chiedergli se è un dopobarba o altro.
A sera gli uomini hanno tutti il medesimo odore perché sono stanchi.
E meno male che sono stanchi, vuol dire che hanno lavorato, ovvero che sono sani e che stanno al mondo.
Avvocati, architetti, ricercatori, ingegneri, tecnici, operai, muratori, la sera sono tutti uguali.
E le spie.
Pure loro.
In francese spia si dice espion, parola che mi diverte perché assomiglia al nostro accrescitivo: spione.
Insomma, l’espion la sera figuriamoci che odore emana.
Ha fatto la spia tutto il giorno, ha mentito a tutti, ha cambiato identità almeno quattro volte, ha assunto il suo pseudonimo per non farsi riconoscere, ha dormito poco, è stato attaccato al telefono di continuo, ha avuto paura.
Certo che la paura ha il suo odore, tutti i sentimenti puzzano di qualcosa, Ingmar Bergman nella sua autobiografia dice che ogni persona è una sinfonia di odori, il regista svedese parlava della colla della parrucca di uno zio, a me vengono in mente le sigarette, il cibo, il vino.
L’uomo con più odori addosso che ho conosciuto è stato un famoso puparo.
Dopo lo spettacolo, mi sono infilata dietro le quinte del suo teatrino per ringraziarlo.
In vita mia non avevo mai odorato niente di simile: stanco, era stanco e lo spazio era angusto e, si capiva da tutto, era un uomo vitale e vorace, di quelli che divorano piatti di pietanze e vogliono che in tavola il servizio sia sontuoso, rapido ed efficiente.
Io, che pure sono una donna difficile, schifiltosa, tendenzialmente pulita, che fa amplissimo uso di detergenti, profumi, deodoranti, tiene la casa a posto e fa in media tre lavatrici al giorno, davanti a tutto questo sono disarmata e inerme.
E sono tale davanti agli uomini, la sera; ai personaggi dei romanzi; ai protagonisti delle serie; facendola breve, davanti a tutti quelli che la puzza della vita l’apprezzano e sanno come godersela.
Chissà se, a forza di frequentarli, non mi contamino pure io e pure io non imparo a stare al mondo come stanno loro.
Un’infiltrata in mezzo agli infiltrati.
Tonnerre de Brest.