HAIR, 7: BARBER SHOP, seconda parte

Auriga di Delfi, 475 a. C., part.

I tuoi capelli grigi, i tuoi zigomi alti
splendono come una luna nella memoria vicina…
Segni astrali, zodiaci, amuleti e segnali
si occupano comunque di noi due.
Due, numero magico che con violenza mi strappa
al soliloquio pallido in cui da sei anni mi avvolgo.

Maria Luisa Spaziani, da La traversata dell’oasi,  Poesie d’amore 1998-2001

Uno prende la Bibbia,  per la precisione il suo primo libro, la Genesi, e capisce subito che cosa deve fare:
1. Organizzare.
2. Separare le cose che vanno separate.
3. Dare alle cose un nome.
4. Creare.
E non venitemi a dire che il Padreterno non è un buon modello. E se non è un modello lui.
Dunque, le donne, che già organizzano, separano quando è il caso, danno un nome alle cose e, soprattutto e per definizione, creano, le donne, non fanno forse le uova, non sono esse feconde, le donne devono semplicemente mettere in pratica l’insegnamento.
E mettersi lì e creare.
Che cosa le abbia trattenute per secoli, ho detto secoli, lo sappiamo. È stato l’immaginario maschile, e posso pure capirlo.
Adesso però andiamo a vedere quello femminile, di immaginario, che cosa è capace di fare.

Scena numero 1: il desiderio.  Ho un libro sul desiderio e lo vado a prendere.
Il desiderio è raccontato da una donna, è un librino piccolo, che fa parte di una collana che pubblica libri deliziosi che costano 2 euro.

Belinda Cannone, Petit éloge du désir

Dunque finisce che i libri te li compri pure se sei già pieno di libri, te li compri perché sono divertenti, leggeri, io me li compro anche perché amo lasciarli in giro per casa.
Questo libro qui l’ha scritto una che si chiama Belinda Cannone, capisco che a noi italiani fa effetto, è probabile che l’abbia comprato anche per questo.
Esso è diviso in 249 frammenti, alcuni dei quali molto espliciti:

«Con le sue parole e il suo sguardo, lui ti tesse un mantello da regina del quale tu saprai spogliarti per offrirgli la tua nuca».
«Tu resti spesso in contemplazione del suo sesso eretto, forma perfetta del tuo desiderio».
«Tu non hai mai saputo distinguere il desiderio sensuale dal desiderio di vivere».
«A te piace da morire la musica da camera, cela va sans dire».
«I segni del desiderio sono meno immediatamente evidenti per le donne che non conoscono il disturbo sartoriale dell’erezione…».
«Oggi non ho fatto niente, ma qualcosa si è fatto in me».
«Tanto più che il desiderio è desiderabile».
«Una bella sauvagerie (ferocia, ma anche animalità mi sta bene) sarà l’ordinario dei nostri giorni fastosi».
Eccetera.
Scorro il libro in andata e in ritorno, lei parla del corpo di lui, della sua lingua, del suo palato, del suo profumo, della sua spalla, del suo ventre, del suo ombelico, del suo sesso, gli dice: «Tu mi piaci, è un avvenimento».
Ma lei non parla dei suoi capelli

Scena numero 2: the male gaze = lo sguardo maschile. Un critico cinematografico donna, dottore in Studi cinematografici e in Letteratura a New York, realizzatrice di documentari, militante, attivista e altro, pubblica un saggio in cui «interroga l’egemonia dello sguardo maschile come scrittura cinematografica e invita a una valorizzazione dello sguardo femminile (female gaze)».
Mi sembra interessante, anche perché lei si mette lì e analizza la scopofilia, ovvero il gusto del guardare, della cinepresa, lo sguardo voyeuristico del regista.
Maschio.
Cita l’esempio di un film di 007, La morte può attendere, in cui l’agente segreto guarda la Bond girl di turno con un binocolo, la spia, prima che lei sia filmata dall’alto in basso in costume da bagno (le Bond girls vivono in costume da bagno, così come, che so, le cassiere del supermercato vivono in camice. Almeno nel nostro immaginario, le une e le altre).

Iris

La studiosa, che si chiama Iris Brey, dice che lo sguardo femminile sui nostri schermi è sempre raro, che gli uomini non vogliono andare a vedere film con un’eroina come protagonista perché non si identificano, laddove, invece, le donne non hanno nessuna difficoltà a identificarsi con un eroe maschio.
È vero.
Lei propone un’altra «griglia di creazione». Lei dice che «le immagini  plasmano il nostro immaginario e le nostre vite».
Le percentuali di realizzatrici, cinema e televisione, sono basse rispetto a quelle dei realizzatori: in Francia 24 % al cinema e 10 % alla televisione. Negli Stati Uniti siamo all’8 %.
Secondo me, in queste cose di creazione, le donne ne fanno molto bene due: scrivono bene e sono brave a fare film.
Quindi è vero che questi numeri sono inquietanti.
Lei dice anche che il nome di Alice Guy, prima realizzatrice  della storia del cinema, e siamo agli inizi del XX secolo, è sconosciuto e che si parla solo dei fratelli Lumière.
Lei dice che questo è un momento in cui noi manchiamo di rappresentazioni e che dobbiamo colmare questo vuoto con delle immagini reali o di finzione.
Vasto programma.

Scena numero 3: la Volpe. Un’intellettuale di statura internazionale. Maria Luisa Spaziani, docente di Lingua e letteratura francese, traduttrice, letterata di esperienze sensibili e precoci, accende la fantasia di Eugenio Montale, con il quale costruisce un sodalizio di studi e una vicinanza di affetti, che il grande poeta avrebbe probabilmente voluto spingere un po’ più in là.

Lui dà a lei il senhal, che è il nome fittizio dietro il quale si nascondeva qualcuno nella poesia provenzale, di Volpe.

Eugenio e Maria Luisa

Lei scrive testi poetici, teatrali e di narrazione, fonda il Centro Internazionale Eugenio Montale, che onora la memoria del letterato, vive una vita intensa, anche dal punto di vista amoroso.
Al punto che lei è l’unica poetessa della quale ho trovato un testo che parlasse dei capelli di un uomo.
Non ho fatto nessuna ricerca, non ho digitato sulla barra Google «capelli uomo donna poesia», sono andata a memoria e ho guardato le mie librerie.
Forse mi sbaglio, non vedo e non so, però questo ho trovato.
Il senso: quando Maria Luisa Spaziani vive questo amore misterioso che le detta ben 180 liriche, siamo fra il 1998 e il 2001.
Lei è nata nel 1922.
Facciamo insieme il conto: siamo dovuti arrivare a un’età compresa fra i settantasei e i settantanove anni per parlare dei capelli di un uomo.
Non solo. Il suo canzoniere, fra i più belli della poesia italiana contemporanea, non lo manda a dire, ciò che lei vuole dire a lui.
E lei dice a lui cose tenere, gioiose, erotiche:
Luna succosa da mangiare a spicchi,
Asprodolce limone,
palla di neve sulla pelle ardente –
…..
nessun uomo così saprà baciare –

Imprevisti & probabilità. Un amico mi invita al cinema. Non si rifiuta mai un invito al cinema. Inoltre sto sotto esame, mi sono fatta tutti i miei calcoli sul programma e ho bisogno di distrarmi.
Lui mi dice di scegliere io il film perché sono l’intellettuale della situazione.
Io allora vado a riperticare un film che da un pezzo voglio vedere, lo danno in una saletta d’essay.
Lui mi viene a prendere in macchina sotto casa.
È più vecchio di me di pochi anni, già lavora, è qualcosa tipo un economista.
Si capisce lontano un miglio che del cinema non gliene importa niente; infatti mi ha pure invitata a cena dopo il film.
Infatti è dinamico, brillante, mi chiede notizie della mia preparazione, non si concede cadute, non mi concede pause e respiro.
Lui è un tipo Navy Seal, forza fisica, capelli cortissimi.
Il film ha questa trama: un camionista gay si invaghisce di una barista androgina.
E il camionista è Joe Dallessandro, icona di Andy Warhol, a tempo perso anche attore pornografico.

Joe. Lui è quello a destra. Lei, Jane, è l’altra

Non troppo tempo fa mi sono comprata il dvd, insomma, ho voluto vedere se il primo effetto che il film mi fece quella volta si ripresentava.
Si ripresentava.
Joe Dallessandro ha magnifici capelli, con i quali recita, li agita, li rimette al loro posto, quelli si rispostano.
Il film è lirico, sospeso, improbabile.
Io non è che abbia visto la mia faccia durante il film.
La mia faccia l’ha vista il mio amico.
Alla fine, lievemente imbarazzato, un po’ spento, come sconfitto, dice: «Certo che c’ha da fare più lui con quei capelli».
Segue una cena spenta anch’essa.
Tutto un altro film rispetto a quello che lui si era fatto.
Ora, io dico. In vita mia quante volte mi è capitato al cinema di dover sopportare lo sguardo di un uomo che si incollava all’attrice che era sullo schermo.
Per una volta che si incolla lo sguardo mio.

Eroi quasi dei. Una delle cose più belle di Troy, che è un gran bel film, pieno di passione e di avventura, sono le acconciature maschili, anche più fantasiose di quelle femminili.
Questi maschi guerrieri, selvaggi, violenti, assediati e assedianti, perdono evidentemente un sacco di tempo a farsi i capelli, a decorarseli con trecce, perline, nastrini, code, chignon che si ammassano da tutte la parti.
Vi propongo una Galleria di memoria.

Il più decorato di tutti, e mi sembra anche comprensibile, di tutti è il più eroico: Achille.
Lui, siccome, come sappiamo, se ne sta nella sua tenda perché prova sentimenti di ira funesta, certo ha tempo per acconciarsi i capelli.
E lo fa con infinita maestria, per cui, io che ho visto il film mille volte, ancora mi diverto a vedere quante treccette ha in quella scena e in quell’altra e che cosa ci ha messo sopra per decorarle.
Anche qui, vi offro una Galleria, se possibile ancora più eloquente.

Del film ho il dvd doppio, con il dischetto che racconta storie e storiette sulla lavorazione.
Da esso apprendiamo, per esempio, che Achille si è stirato il tendine che porta il suo nome poco prima del duello fatale con Ettore, per cui hanno dovuto ricostruire le mura di Troia che, mentre tutti aspettavano la guarigione dell’eroe, nel frattempo si erano sfaldate miseramente.
Poi che, una volta l’eroe rimesso in piedi, lui e Ettore per davvero se le sono date di santa ragione, al punto che i due avevano scommesso dei soldi su chi picchiava più tosto e alla fine ha vinto Achille, e ti credo, è lui il vincitore.
È giusto che si metta in tasca i soldi della scommessa.
E nel secondo dvd si vedono i camion con gli attrezzi, parcheggiati sulla spiaggia a Malta, dove sono state girate tante scene.
Sui teloni c’è scritto LIVING THE DREAM a caratteri cubitali.
Ecco, Troy è un po’ così, un gran bel film di passioni e di avventura, in cui tu puoi vivere il tuo sogno, pure quello che riguarda un mondo di eroi feroci e violenti, assediati e assedianti, in cui tutti gli uomini sfoggiano trecce, perline, nastrini, code, chignon che si ammassano da tutte la parti.

L’Auriga. Al centro degli interessi degli artisti greci dal periodo geometrico (900-700 a. C.) in poi, ci sono due temi: l’uomo e il cavallo.

Auriga di Delfi, 475 a. C.

E l’Auriga di Delfi li illustra entrambi. È inoltre fuso nel bronzo, aderendo così all’ideale eroico e agonistico del tempo. Di probabilmente tanti monumenti, ci è rimasto solo lui, ve lo faccio anche vedere a figura intera, con in mano le redini.
Lui ha il cranio tondeggiante e robusto, il volto è concentrato e attonito, indossa un rigoroso e architettonico chitone, ha muscoli tesi.
E, soprattutto, ha ciocche di capelli aderenti alla testa, minuziose e calligrafiche, «che fioriscono rialzandosi sulle tempie e sulle guance».
La benda che celebra la sua vittoria è in argento; labbra, ciglia e sopracciglia sono in rame; gli occhi, in smalto.
Straordinaria creatura in forma di statua sopravvissuta a un Antico che è mito e narrazione fantastica, che ancora oggi racconta quel mito e narra quella fantastica storia.

Il colibrì e la sua goccia

Il racconto. Allora, proprio come il colibrì della favola che porta nel becco la goccia d’acqua per spegnere l’incendio della foresta, e lo capisce, che è poca cosa, davanti alla gittata dell’elefante e del pellicano, e di quella dell’antilope e del leone, però anche lui vuole starci e contribuire all’impresa.

Così io, proprio come il colibrì, porto il mio contributo a quel grande arazzo, con ordito e trama, pieno di fili colorati, motivi, maglie e scene, che è la creazione femminile.

2 Comments

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  1. Magnifica!

    • Grazie, generosa e gentilissima. Noi due siamo specchio, amiche, corrispondenti. Ed è una cosa bellissima

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