
Lee Miller, Powering Hairdryers at Salon Gervais, Paris, 1944
Ma femme à la chevelure de feu de bois
Aux pensées d’éclairs de chaleur…La mia donna dai capelli di fuoco di legna
Dai pensieri a lampi di calore…André Breton, L’Union Libre, 1931
Sono andata dal mio parrucchiere e ho visto che aveva un nuovo tatuaggio: due grandi rose rosse sul collo, con sopra la scritta in oro Ribelle.
Uno dei suoi ragazzi maschi dopo lo shampoo mi ha fatto vedere che pure lui aveva quasi il medesimo tatuaggio, con una sola rosa rossa e senza la scritta, sul dorso della mano destra.
L’altro ragazzo maschio mi ha detto che adesso pure lui si tatua le mani, tutte e due. E ha aggiunto che c’è un fondotinta fatto apposta per nascondere i tatuaggi.
(Ma se già pensi di nasconderli, allora perché te li fai, i tatuaggi).
A me, nel 2020, i tatuaggi sembrano un po’ vieux jeu.
Però, contenti loro.
Una volta ho chiesto al mio parrucchiere se sarebbe andato da un odontoiatra conciato come lui, tatuaggi e piercing, a curarsi un dente.
Lui lì per lì mi ha risposto certo. Con baldanza.
Allora gli ho chiesto, visto che ha accumulato molto denaro e che il denaro per lui è un argomento sensibile, se sarebbe andato da un commercialista conciato come lui, tatuaggi e piercing, a farsi fare la contabilità.
Lì ha esitato.
Ma l’abito non fa il monaco.
Ma poi vesti un ciocco e pare un fiocco.
E il mio odontoiatra ha bellissimi capelli, che quando lavora raccoglie nella cuffia chirurgica.
Quindi tutto si incrocia e tutto si tiene.
Però un odontoiatra è un odontoiatra e un parrucchiere è un parrucchiere.
(Her) Grace. Fuori dal museo c’era una fila per me incomprensibile, e pioveva pure.
Sold out di mercoledì.
Allora ho tirato fuori la tessera di professore di Storia dell’arte e sono andata a parlare con un custode: gli ho chiesto se potevo prenotare un biglietto e tornare il pomeriggio. E così ho fatto, e me ne sono andata a spasso, pure se pioveva, anzi, sono andata addirittura ai Kensington Gardens a sentire gli odori della terra e a vedere un’altra mostra nella piccola galleria che c’è lì dentro.
Ma il pomeriggio sono tornata.
Mi sono ricordata che avevo il catalogo e dentro ci ho trovato alcuni miei appunti, presi proprio sul campo.
«Mostra piccola, ben fatta, lei sempre sorridente, molto nella parte, indossa occhiali da sole (ricordare Carolina al funerale del marito), diventa matronale con i figli, muore a soli 53 anni e da un pezzo è giunonica.
Belle braccia, credo fosse alta, incisivi troppo larghi, è sciolta e affabile.
Gli abiti diventano un po’ comici negli anni ’60, i gioielli sono ridicoli…per non parlare dei cappelli, uno con sopra tutte margherite finte.
Adesione totale fino agli anni ’50, poi c’è da ridire.
Borsa Kelly.
Guanti bianchi.
Pettinature di Alexander».

Cappelli di Grace Kelly in mostra
Fino a quel giorno, fino a quella mostra, pensavo che Grace Kelly fosse una signora di forme generose che stava lì e faceva la principessa, morta tragicamente in un incidente automobilistico che aveva suggellato la sua leggenda.
Non avevo considerato la prima parte della sua vita, quella in cui lei era stata attrice e icona di stile.
Quando va con Hitchcock e Cary Grant sulla Costa Azzurra a girare Caccia al ladro, lei ha ventisei anni ed è probabile che cerchi un marito all’altezza delle sue ambizioni.
Lo trova da quelle parti, presto fatto. Ranieri di Monaco, principe, ha trentadue anni e cerca una moglie all’altezza del suo piccolo ma fiorente principato.
Lei, questo me lo ha detto in gran confidenza tempo fa un’anziana signora, aveva già perso la sua verginità su un campo da golf.
Come sia stato possibile, me lo chiedo da un pezzo, credo che sia stata una questione di palle e di mazze, ma mi sfuggono i dettagli.
Ma torniamo al futuro marito, che se ne sarà fatto una ragione, del golf e delle sue conseguenze.
Lui la corteggia e, per corteggiarla, la porta a vedere il suo zoo personale.
(Messa davanti a questo fatto, ho misurato la povertà della mia vita sentimentale. Lascio perdere che i principi, fosse pure solo di un principato piccolo piccolo, secondo me frequentavano posti diversi da quelli che frequentavo io da ragazza, rimane il fatto che un uomo con lo zoo personale, io l’ho incontrato solo in questa vicenda).

Grace sul Queen Mary che la riporta a New York dopo l’incontro con Ranieri, 1954
Lei già era chiamata Her Grace nel mondo del cinema, le ci volle poco a diventare Sua Grazia anche nella vita. Come si disse all’epoca, lei dimostrò che una ragazza americana può entrare con naturalezza in un ruolo regale senza fare una piega.
Traduco liberamente, ma il senso è questo.

Alfred e Grace, Caccia al ladro, il ballo
Nel film c’è a un certo punto un ballo mascherato. Tutti indossano abiti che si rifanno al XVIII secolo, lei è vestita d’oro, con una parrucca che, vista la situazione, è fin troppo sobria.
Il film rimane bellissimo, uno si gode la trama, quella che in inglese si chiama la French Riviera, il picnic a base di pollo e birra (la prossima volta), la magnifica Sunbeam Alpine e i vestiti di lei.
Che fa pure il bagno in mare, conservando nei capelli l’eleganza un po’ algida che contraddistingue ogni creatura femminile amata da Hitchcock.
- Il bagno di Grace
- La Sunbeam Alpine
- Il picnic pollo & birra
Il matrimonio è «a monumental public project», tutto, dalla preparazione americana del guardaroba della sposa e arrivando, prima delle nozze, all’anello di fidanzamento.
A questo proposito vi divertirà la foto ufficiale che fu diffusa. Lo sposo incastrato, meglio, proprio come una pietra, incastonato fra la mamma e la figlia e il padre, tutto contento, dall’altra parte.
Lei qui ha smesso il cerchietto nei capelli che portava sul transatlantico e si appresta ad affrontare la nuova vita.
Per la quale ha preparato sette vestiti da sera; sei abiti da cocktail; sedici completi da giorno e numerosi abiti, cappotti, pellicce e accessori.
Inoltre, un numero tale di nuovi cappelli che mai sarebbe riuscita a portarli tutti. Lo ha detto lei.
Tutto ciò tanto per cominciare.
Poi arriva la vita pubblica e, come dicono da quelle parti, il y a quelque chose qui cloche.
Insomma, qualcosa di strano accade.
L’elegante e misurata americana esagera. E si fa capelli che sarebbero potuti andare bene al ballo mascherato del film e che invece lei inalbera altrove.
Vi offro una piccola Galleria.
- Grace, 1
- Grace, 2
- Grace, 3
È la moda? Sono gli anni? È il ruolo? Stupisce, comunque, che sia l’Europa di fronte all’America, di solito l’idea di eleganza made in USA da noi non è esportabile.
A ruoli invertiti, apprendiamo con qualche imbarazzo che una sera, per recarsi a un ballo, la principessa non riuscì a entrare in macchina per via della pettinatura eccessiva che le aveva fatto il già citato Alexander.
Le provarono tutte (le auto) e nessuna andava bene.
Si decise, con l’orologio che correva e il protocollo che incombeva, di sdraiarla sul pavimento di un furgone reperito al volo.
E fu così che Sua Grazia fu trasportata al ballo come un sacco di patate o una bracciata di cocomeri, messa per lungo perché per alto non entrava.
Noblesse oblige, per carità, però un po’ di senso della misura e anche un po’ di memoria di un passato di stile riconosciuto universalmente non sarebbero stati di troppo.
Lee. Non ho mai pensato di farmi bionda e davanti alle donne bionde provo sempre sentimenti di distacco. Sarà, come dico sempre, che le donne cercano costantemente nelle altre donne uno specchio e io, mediterranea come sono, in una bionda non sono capace di specchiarmi.
Con Lee Miller, però, saltano tutti i miei parametri.
Lei, da me, ritorna di frequente.
Ve la presento in una Galleria da me composta.
- Lee Miller, Autoritratto, 1930
- David Scherman, Lee Miller, 1943
- Dedica scritta a mano di Roland Penrose, 1939
Lei è stata modella, fotografa, pubblicitaria, inviata di guerra, giornalista.
«Uno spirito libero americano avvolto (ma incartato mi piace lo stesso) nel corpo di una dea greca».
Vi chiedo un po’ di pazienza per la terza immagine, una foto che ho scattato da un mio libro, con una dedica scritta a mano da Roland Penrose, che sarebbe diventato il suo secondo marito e (pare) il suo amore definitivo, sul suo diario di un viaggio immaginario nei Balcani The Road is Wider than Long.
La dedica, ve la trascrivo: «Lee who caught me in her cup of gold».
Non la traduco perché è la più bella che abbia mai letto in vita mia e non sono all’altezza di tanta bellezza.

Birthday Card Bouquet of Shoes, April 23, 1939
Immagino che molte signore e signorine gradiranno il biglietto di auguri preparato ancora da Roland per Lee in occasione del suo compleanno, il 23 aprile 1939.
Un bel bouquet di scarpe ritagliate e il regalo è risolto. Per non parlare dell’ingombro minimo nella scarpiera.
Voglio dirvi che lei è anche riuscita ad avere un bambino, Anthony.
A quarant’anni e dopo essere stata violentata da bambina da un amico di famiglia, contraendo la gonorrea, che le causò dolori e trattamenti terribili e inutili per molto tempo, fino a che non fu scoperta la penicillina, praticamente disponibile solo dalla seconda guerra mondiale, quando alcuni scienziati inglesi andarono negli USA e le loro ricerche furono sovvenzionate.
Sarebbe potuta rimanere sterile ma nella sua vita, nelle sue molte vite, non mancano i colpi di scena e i cambiamenti di rotta.
Una donna moderna, sexually-liberated, che si stancò presto di posare e anche di avere amanti possessivi.
La situazione può essere ben riassunta nella formula «The girls were artists but ornamental – intelligent, talented, yet girls first», che dobbiamo ad Arthur Penn, regista e fratello più giovane di Irving Penn, fotografo di moda.
Una formula messa a punto negli anni della Depressione, che andrebbe bene anche per altri tempi, insomma, Lee non dovette avere una vita facile. Anche se mi dico che a lei la facilità della vita non sarebbe piaciuta.
Lei ebbe molti problemi nel dopoguerra, era depressa e il suo medico le disse apertamente che non potevano tenere il mondo permanentemente in battaglia per procurarle l’eccitazione di cui aveva bisogno.
(Un po’ la capisco, anch’io ho bisogno di azione continua. Anch’io ho bisogno di eccitazione senza sosta).
Vi voglio far sorridere con la lista da lei compilata per British Vogue nel numero dell’aprile del 1948 di ciò che è bene portare con sé nel reparto maternità.
Attacca con le salse, va avanti con la trota affumicata, il pâté de foie gras, poi con il caviale, rosso e nero, col succo di pompelmo e di pomodoro; poi c’è lo zucchero in zollette, un macinapepe, il gelato di Selfridges, una riserva di cubetti di ghiaccio in un contenitore termico, una ragazza di Elizabeth Arden per la cura del viso; un Picasso e un Sutherland, almeno per una notte, da appendere ai muri della stanza.
E non dimenticate una bottiglia di gin.
A quel punto, le infermiere vi tratteranno con rispetto e i visitatori verranno volentieri a trovarvi.
Ma faccio digressioni.
E come fai, con Lee, a non farle.
Parigi 1944. Occupazione tedesca.
Lee scrive per Vogue: non c’è elettricità dal parrucchiere; la metropolitana è sovraffollata e soffocante; fai la coda di notte per comprarti una sterlina di cipolle; le ragazze si fanno gli abiti con le tende (proprio come Scarlett, dico io); le orribili scarpe con la suola di legno.
Si cucina qualcosa sui balconi con la stufa a carbone.
Poi, però, arrivano i soldati, francesi e americani.
Le donne, dice Lee, hanno dimostrato che non avevano bisogno di fucili per combattere. Hanno resistito per quattro anni e come hanno resistito: sorridendo e indossando cappellini.
Bello, no?
E tutte le donne avevano qualche nevralgia perché non c’era modo di asciugarsi i capelli, dunque andavano in giro con i capelli bagnati.
Non c’era nemmeno elettricità, non c’era carbone per farla.
Durante l’occupazione, le stazioni della metropolitana chiudevano una dopo l’altra.
E gli autobus si fermavano.

Far di necessità virtù: il turbante, 1944
L’elettricità era erogata per venti minuti ogni ventiquattr’ore.
Le candele erano un tesoro.
Ecco perché le donne cominciarono a indossare turbanti: perché non potevano lavarsi e asciugarsi i capelli.
Ma c’era a Parigi un parrucchiere che poteva farlo: Gervais, che divenne una celebrità.
Giustamente.
Aveva assoldato dei ragazzi che pedalavano per un generatore elettrico e che facevano 320 chilometri al giorno.
Vi ho messo una loro foto, scattata da Lee Miller, in apertura.
E che ci vuole, andiamo, su.
Mettere insieme, ovvero, coniugare, la parola che si usa per i verbi, che sono la parola più parola di tutte, dicevo, coniugare la prestazione fisica con l’energia che serve alle donne per asciugarsi i capelli.
Dunque, farsi belle.
E sopravvivere a tutto. Pure alla guerra, pure alla disperazione e alla distruzione.
A fotografare queste immagini, così stracolme di speranza e di voglia di vivere, ci ha pensato Lee Miller.
E chi altro, andiamo su, avrebbe potuto pensarci.

Energia motoria per gli asciugacapelli da Gervais, Parigi, 1944, foto Lee Miller