Auguste Rodin, Danaïde, 1890

Dans l’ardent foyer de ta chevelure, je respire l’odeur du tabac mêlé à l’opium et au sucre ; dans la nuit de ta chevelure, je vois resplendir l’infini de l’azur tropical …

Nell’ardente focolare dei tuoi capelli, respiro l’odore del tabacco mescolato all’oppio e allo zucchero; nella notte dei tuoi capelli, vedo risplendere l’infinito dell’azzurro tropicale…

Charles Baudelaire, Un emisfero in una chioma,  Lo Spleen di Parigi,  1869

Cose che invidio agli uomini.
Le scarpe con i lacci; la prepotenza; la libertà.
D’accordo, ci sono anche scarpe con i lacci da donna molto belle, ma vuoi mettere.
Per tutto il resto, lo capisco da sola, che faccio ragionamenti insensati, ma è come se avessi questi sentimenti, prepotenza e libertà, stampati in testa da qualche parte con l’etichetta Appannaggio maschile.
Con tutto che.

Agli uomini, invece, non invidio i capelli, nei confronti dei quali, se fossi maschio, avrei preoccupazioni costanti, perderli, non più riconoscerli, insomma, starei continuamente in ansia.
Alle donne questo stare continuamente con le mani nei capelli è risparmiato, è facile che una donna si porti in testa la sua capigliatura dall’infanzia più tenera alla tomba, anzi, secondo qualche episodio narrato nella decadenza, anche oltre.
Ma ne parleremo più in là.
Adesso, proviamo a  procedere con ordine.


Ci sono eccezioni che confermano la regola. Violinista, attore quando  capita, uomo di spettacolo che mette insieme la modernità più moderna, tatuaggi, anelli, collanine, con tutta la panoplia dell’eroe romantico, dalle tenebre al mistero, David Garrett ha i capelli più belli del mondo.
Su questo non ci sono dubbi.

David

La sua versione che prediligo è in biondo, pure con lo chignon. Ora, per farsi uno chignon, di capelli bisogna averne lunghi e tanti, i capelli legati devono essere pieni e pesanti.
Nel film Il violinista del diavolo, nel quale interpreta, ovviamente senza controfigura, Paganini, lui è scuro, ma, insomma, il film è bellissimo lo stesso, lo rivedo tutte le volte che sto un po’ così e il così mi passa.

Il violinista del diavolo, 2013

C’è una scena magnifica in cui lui in una taverna si fa prestare il violino da un violinista e quello lo sente suonare e gli lascia il violino e scappa sconvolto.
La medesima cosa è successa al padre di Picasso, che aveva prestato alcuni dei suoi arnesi da artista al figlioletto e che, quando ha visto come lui disegnava, gli ha regalato tutto e ha smesso di dipingere.
Poi è successo pure, e lo racconta Thomas Bernhard ne Il soccombente, a un pianista amico di Glenn Gould che, schiacciato dal confronto, si impicca.
Poi pure Andy Warhol ha scelto strade alternative ai pennelli quando ha visto come dipingeva Lichtenstein.
Insomma, quando uno è bravo, è bravo.
Poi, se è pure dotato altrimenti, ben venga.
L’unico problema con uno come David Garrett, ammesso che ce ne sia un altro come lui, è quello che ha dovuto affrontare Dita Von Teese con l’ex marito Marilyn Manson: lui stava in bagno più ore di lei.
Ora, si capisce che la cosa è concettuale, anche perché figuriamoci se quelli non stavano in un appartamento con doppi servizi.
E non è una questione di principio. Piuttosto, è di stile.
Insomma, anch’io, pure se ho doppi lavandini nella mia stanza da bagno in un appartamento normale, non sopporterei che un uomo si accampasse nel mio territorio di elezione per più ore di me.
Posso pure capire per truccarsi, come faceva quel Marilyn là.
Ma per acconciarsi i capelli.
Andiamo, su.

Prima non c’era. Ora c’è la cera. All’inizio fu il gel. Dal mio parrucchiere lo portavano tutti, lui e i ragazzi maschi. La ragazza femmina, no, lei aveva un taglio superclassico, quindi dei capelli en petard o en bataille non sapeva che farsene.
Ci volle poco a capire che ci dovevo stare, quello era un clan, un club, una setta, per entrarci dentro dovevi procurartene un flacone: nero, slanciato, con su la scritta HOLD MY BODY, proprio così, tutto in lettere maiuscole, un po’ stava bene nella mia stanza da bagno, un po’ era tutto un programma.
E gel fu.
Imparare a usarlo non fu poi troppo difficile, il gel per definizione è gel, quindi non è né liquido né solido, si lavora un po’ con le mani, poi, sui capelli, ti ci diverti.
Il gel ci avrebbe dato dei dispiaceri.
Come quella volta che non si trovò più in commercio, almeno in Italia.
Cominciammo tutti a grattare il fondo del barile, trovammo delle confezioni sopravvissute alle penuria, pagandone qualcuna a cifre da mercato nero.
Quando venni a sapere che a Londra era disponibile, non ci pensai nemmeno un momento, mi misi in viaggio e ne feci scorta.
Riapparve il Italia, come in un romanzo, con una nuova confezione, una nuova consistenza e un nuovo odore.
Il ritrovarsi, come succede ogni tanto, fu esaltante.
Da quel nuovo incontro uscirono nuovi tagli e nuove forme.
Fa male ai capelli?
Decisamente, no.
Oddio, non è vero quello che mi diceva all’inizio un’amica, lo togli con la spazzola, io l’ho sempre e solo tolto con un passaggio di circa venti minuti sotto l’acqua calda, però capii al volo la sua intenzione, lei voleva farla facile e convincermi.
Ma già mi aveva convinta il mio parrucchiere.
La storia fra me e il gel è stata solida, ben strutturata, creativa, scolpita, modellata.
Fino a che, venti giorni fa, mi arriva la comunicazione: «Si passa alla cera».

Come, si passa alla cera.

Di tentativi già ne erano stati fatti, con risultati poco convincenti, non mi piaceva l’odore di fragola in testa, la tenuta non mi sembrava niente di che, se devo tradire, tradisco alla grande.
Casomai solo sulle punte.
No, questa è diversa.

E cera fu.
Dal mio parrucchiere la portano tutti, lui e i ragazzi maschi. La ragazza femmina, no, lei insiste con il suo taglio superclassico.
La cera, ormai, la porto anch’io.
Ora, lavorare la cera è una cosa difficile, è quasi solida, densissima, devi trovare la giusta quantità e scaldarla bene prima di usarla, se, tuttavia, impari ad azzeccare la dose, l’effetto è spettacolare.
Inoltre, ha ragione il mio parrucchiere, i capelli trattati con la cera si muovono.
Esiste anche colorata, ma non esageriamo.
L’importante è continuare a far parte del clan, del club, della setta.
E divertirsi con i capelli.
Buona regola è: meglio evitare sul corpo tatuaggi, piercing, espansioni, tutto ciò che ti porti dietro tutta la vita.
Invece con i capelli puoi fare quello che ti pare. Pure se un taglio venuto male lo paghi con sei mesi di disagi.
Ma la cera, no, quella te la togli dalla testa con una passata di shampoo e di acqua calda.

Magari fosse così anche per qualcos’altro.

La mal peignée (la mal pettinata). Denise è un magnifico personaggio de Au Bonheur des Dames di Zola, il suo romanzo dell’attività moderna, della gioia dell’azione, del piacere dell’esistenza.
All’inizio arriva a piedi dalla gare Saint-Lazare, viene da Cherbourg e tiene per mano il fratellino Pépé, mentre l’altro fratello, Jean, la segue.
Ha viaggiato in terza classe.

Trova lavoro al Paradiso delle Signore, il grande magazzino che divora mano a mano tutti i piccoli commerci locali, le danno anche una stanza, «una stretta cella mansardata, che si apriva sul tetto con una finestra à tabatière  (ovvero, che aveva la medesima inclinazione del tetto), ammobiliata con un lettino, un armadio di noce, un tavolo da toletta e due sedie».
Nemmeno troppo male, per una miserabile come lei, in fuga da Cherbourg, in lutto per il padre appena morto, accolta dalla grande città che tutto divora con ferocia e gelosia.
Mme Aurélie, presa da compassione, le sistema un po’ l’abito che è la sua divisa e di cui lei si vergogna, le tira la cintura sul davanti, le toglie la gobba che faceva sul dorso.
Tutte le demoiselles addette alla vendita sono vestite della seta regolamentare e hanno infilata fra due bottoni del corsetto una matita con la punta all’aria. Si intravede anche, che esce a metà dalla tasca, un quadernetto per gli appunti.
«Parecchie osavano dei gioielli, degli anelli, delle spille, delle catene; ma la loro coquetterie, il lusso per il quale lottavano nell’uniforme imposta dalla loro toilette, erano i loro capelli nudi, dei capelli debordanti, aumentati da trecce e chignon quando non bastavano, pettinati, arricciati, sparsi».

«…lei era tutta sola, in quella grande casa, dove nessuno l’amava, nella quale si trovava ferita e perduta…e le due grandi lacrime che tratteneva facevano danzare la strada in una nebbia».

Al momento, la sola bellezza di Denise sono i suoi capelli: «Di un biondo cenere, le scendevano fino alle caviglie;  e, quando si pettinava, le davano fastidio, al punto che si accontentava di arrotolarli e di tenerli in una massa, sotto i forti denti di un pettine di corno».
La grazia selvaggia di quella criniera, per la quale lei sarà malignamente chiamata la mal peignée, sarà domata e la sua goffaggine sopravvissuta le procurerà le attenzioni niente meno che del proprietario, quell’Octave Mouret che presto sarà preso, nei suoi confronti, prima dalla curiosità, poi da un desiderio insaziabile, che farà la trama e la struttura del romanzo.

La Danaide di Rodin. Dovendo scegliere un’immagine di apertura, ho fatto riferimento a un catalogo di una mostra magnifica, della quale andremo a parlare.
E ho scelto questa.
La figura, dalla genesi complessa, fa riferimento a un primo ciclo mitologico: le cinquanta figlie di Danao che, su ordine del padre, hanno ucciso i loro sposi la sera delle loro nozze e che per questo sono condannate in eterno a riempire di acqua anfore senza fondo.
Il compito è vano e il supplizio non ha mai fine.
Mettere cose in un recipiente che non le contiene. In questo periodo l’immagine sembra rappresentarmi bene, ci pensavo proprio l’altro giorno.

Però poi c’è Rodin, scultore immenso, capace di confrontarsi con Michelangelo e Bernini e di proporre qualcosa di altro.
E la bellezza della nuca di lei, della schiena marmorea che fa sentire la carne, e le allusioni all’acqua, da sempre legata alla sessualità femminile.

E quei capelli, sciolti, offerti, versati verso di noi.
Rapida sintesi di questo nostro primo approccio ai capelli e premessa al seguito del nostro discorso.