
Henri Matisse, Odalisca allungata, 1926
La felicità di vivere. Quattro incontri dedicati a Henri Matisse 3/4
lunedì 4 lunedì 11 lunedì 18 e lunedì 25 giugno 2018
ore 18:00 – 19:00
Saletta di via Gaspare Spontini 17 00198 Roma
Avessi sbagliato tutto.
Avessi fatto meglio a fare la mercenaria, l’avventuriera, la spia tipo Mata Hari.
L’odalisca.
Ma che fa esattamente un’odalisca? Nel mio immaginario, niente. E sta pure segregata nell’harem, cioè solo insieme ad altre donne, praticamente, non essendo io mai stata in un collegio, la vendetta della vita che poi ti infila in un pollaio.
La noia sconfinata e perenne, peggio delle vacanze in montagna, peggio dei pomeriggi interminabili di agosto ad aspettare che qualcosa succeda, fosse pure la riapertura della scuola, peggio di Napoleone a Sant’Elena, guardatevela su un atlante, 16 chilometri di lunghezza e 12 di larghezza, ci puoi fare il giro completo in bicicletta anche tre volte al giorno.
L’incubo del deserto e del nulla.
Per noi gente di azione, la punizione più grande.

Raffaello, La Fornarina, 1518
Pura fantasia maschile, che ha trasformato la schiava addetta al servizio in tavola e in camera in Turchia in un sogno di pigrizia e godimento, l’odalisca percorre a modo suo, voluttuosamente, tanta storia dell’arte.
Tutta colpa di Raffaello, che non so come ci sia arrivato, visto che stava fra Urbino e Roma, certo, posti esotici, ma bisogna vedere in che senso.
Ma lui ci è arrivato benissimo.
Grande estimatore di donne, che però non erano mai come lui voleva («carestia e di buoni giudici e di belle donne»), il grandissimo artista trova in Margherita, figlia del fornaio di Porta Settimiana, la sua modella.
La ritrae con la testa avvolta in un turbante che farà scuola, con un gioiello con la scaramazza, che anticipa nella forma la morbidezza delle spalle; gli occhi sono neri, grandi; lei compie il gesto della Venere pudica, si copre con un velo trasparente il pube e il seno, con il risultato di indicarci la direzione nella quale guardarla. Sullo sfondo c’è un cespuglio di mirto e un ramo di melo cotogno, simboli di amore coniugale e di fertilità.
Il dettaglio più bello è il bracciale di smalto blu e oro infilato oltre il gomito, con su scritto Raphael Urbinas, la firma dell’artista, certo, ma anche un attestato di proprietà.

Parmigianino, La schiava turca, 1532
Al Divino Raffaello risponde Parmigianino con la sua Schiava turca di poco successiva, maliziosa, ammiccante, bizzarra, anche lei con un’acconciatura eloquente, e a nulla serve sapere che era composta dei soli capelli e di una retina di fili d’oro intrecciati, detta balzo, in voga all’epoca, visto che il titolo, settecentesco, ci riporta al nostro oggetto di desiderio.
Ventaglio di struzzo, camicia in teletta di seta, abito blu dalle grandi maniche con intagli.
E quella mano.
E l’emblema sul cammeo al centro della testa, Pegaso, il bianco cavallo alato: nato dal sangue sgorgato dalla testa di Medusa spiccata da Perseo, fu cavalcato da lui quando liberò Andromeda dal mostro e da Bellerofonte quando ammazzò la Chimera.
In quanto a donne, pure qui, tutto un programma.

Giorgione, Venere di Dresda, 1507

Édouard Manet, Olympia, 1863
Tecnicamente ogni nudo femminile allungato languidamente può essere interpretato come un’odalisca. Rientrano nella categoria la Venere di Dresda di Giorgione, quella di Urbino di Tiziano, forse anche l’unico nudo dipinto da Velázquez, con la dea ritratta alla sua toletta.
Non aggiungerei altro, ché poi le donne diventano aggressive, moderne ed è probabile che una come la Olympia di Manet nell’harem ci sarebbe stata stretta.
Non è nuda, anzi, ha impiegato un sacco di tempo a vestirsi, la dama turca di Liotard, il pittore svizzero che trascorse in momenti precoci quattro anni a Istanbul, ritornandone vestito da turco e con un repertorio di immagini straordinarie.

Jean-Étienne Liotard, Dama turca e ragazza sui trampoli, 1738-42
Questo suo pastello squisito restituisce la bellezza dei costumi tradizionali e, soprattutto, ci suggerisce la mollezza delle giornate, il gustoso farniente (sapevate che il termine italiano è utilizzato in inglese senza bisogno di tradurlo? Fosse una prerogativa tutta nostra, quella di starcene a girarci i pollici), le relazioni femminili che si intrecciano, la servetta e la signora, sembra di stare in un’opera di Mozart.
A questo proposito vi offro come colonna sonora nella lettura di questo articolo l’ouverture de Il ratto dal serraglio, dove si racconta di come Konstanze sia stata rapita dai pirati e venduta al Pascià, di cui diventa la favorita.
(E se fosse successo a me, avrei dovuto fare per tutta la vita l’odalisca?).
Piatti, sonagli, triangolo, la vicenda è introdotta come meglio non si potrebbe, insomma, come fa sempre Mozart.

Jean Auguste Dominique Ingres, Baigneuse de Valpinçon, 1808
Ma c’è poco da fare, fra tutti coloro che hanno lavorato sulla rêverie della schiava, Ingres è quello che meglio raccoglie l’eredità di Raffaello. Del resto l’immenso artista francese ammirava l’Urbinate al di sopra di tutti gli altri e quando si ferma a Roma, e si ferma tanto, può finalmente guardarselo quanto desidera.
Grande disegnatore, praticamente un calligrafo, pieno di contraddizioni in quanto borghese ma votato a una sensualità dirompente, considerato il guardiano delle leggi e dei precetti classici eppure così manierista da trasformare i corpi solo per il gusto di renderli più sublimi deformandoli, Ingres trascorre una vita lunga e feconda lasciandosi ossessionare da alcuni temi.
Fra tutti, quello dell’odalisca è il più ricorrente.

Jean Auguste Dominique Ingres, La Grande Odalisque, 1814

Jean Auguste Dominique Ingres, Le Bain turc, 1862
Ci torna sopra fino alla fine dei suoi giorni, vorrei dire anche oltre, visto che Le bain turc, la sua tela più erotica ed estrema, fu rivelato al grande pubblico ben dopo la sua morte.
Fantasia di nudi, di harem e di Oriente, rappresenta un bagno pubblico così come lo aveva sentito descrivere, tutto in carne morbida e arabesco, creando in questo modo un precedente, anzi, un intero repertorio di motivi che a coloro che sarebbero venuti dopo fu naturale riprendere.

Picasso, L’Aubade, 1942
Lo fa Picasso, e lo fa da par suo, stravolgendo, insultando, citando, trasformando la mollezza dell’odalisca con la schiava che fa musica (una schiava al quadrato) in un incubo carcerario. Sì, perché l’opera è stata dipinta durante l’Occupazione e porta su di sé il senso di soffocamento dell’ambiente chiuso, del resto harem significa «luogo inviolabile», e se c’è inviolabilità, essa interessa il fuori e il dentro, insomma, lì non si entra ma, anche, da lì non si scappa.
Pure Picasso sarebbe tornato più volte su questo tema, del resto le donne sono uno dei soggetti più frequentati dal maestro, che con loro intratteneva rapporti da vampiro, da vittima e da carnefice, tutto insieme, quando si dice un uomo che non annoia.
E lo fa Matisse, con il suo contributo al nostro tema di oggi, in una inesauribile invenzione di corpi abbandonati e offerti, sempre sontuosamente (anche se parzialmente) abbigliati di stoffe.
Stoffe dappertutto, come abbiamo già visto, motivi decorativi che confondono lo spazio, tessuti indagati in un trionfo di sensualità e di promessa, fantasma realizzato, il sogno del maschio più sogno di tutti.

Henri Matisse, Grande odalisque à la culotte bayadère, 1925
In francese c’è il phantôme, che è il fantasma nostro con il lenzuolo addosso, e poi c’è il phantasme, che è il desiderio che vira all’ossessione.
Ecco, quello.

Brassaï, Matisse e Wilma, 1939

Matisse e Zita, Nizza, 1928
Ci sono delle foto scattate da Brassaï a Matisse che ritrae la sua modella Wilma Javor che trovo paradossali.
Lei, giustamente, nuda, lui, professorale, con gli occhiali e l’aria da Freud. E con il camice. Come se quell’indumento fosse corazza e protezione dalla malìa di lei, l’artista calato nella sua parte, la necessità dell’arte che trascende la smania.
E ci sono foto dell’artista che lo ritraggono con l’odalisca.
Ora, l’odalisca a Nizza, almeno a me, fa strano, le uniche odalische che io ho incontrato dal vivo sulla mia strada stavano su un palcoscenico di teatro ma, ora che ci penso, la mia amichetta delle elementari a Carnevale si mascherava in questo modo. Era buffa, con il naso a patata e gli occhiali da miope, insomma, pure lei a me sembrava un po’ fuori posto, quando ho conosciuto le sue consorelle, erano un po’ diverse.
Ma Matisse con l’odalisca ci sta benissimo, più lo guardo e più sto al gioco, è un po’, come dico sempre, come quando in poltrona, al cinema o a casa tua, vedi un film che sulla carta è assurdo, ma che poi ti fa entrare dentro perché è fatto benissimo, e tu ti scordi di dove stai e ti fai portare dalla marea di sentimenti che ti suscita.
Ecco, qualcosa di simile.
È l’artista, che tutto trasfigura e rende possibile, anche l’allucinazione inconfessabile dell’harem, perenne miraggio maschile, delirio, visione onirica che può trasformarsi in incubo, andiamo, su, che te ne fai di una schiava.
Leggo su un annuncio ebay che è in vendita un costume da odalisca consigliato per una donna di più di 18 anni, il peccato, come è noto, è appannaggio dei maggiorenni.
Trovo un tutorial tutto contento dove una sartina ti insegna a farti la tua maschera e dice che ti trasformerai nella Sherazade de Le Mille e Una Notte, voglio proprio vedere se gli strass, le pantofoline e il velo ti danno la favella.
Basta digitare un paio di parole esotiche sulla barra di ricerca e ti si apre un mondo di paccottiglia e di corsi di danza del ventre.
Evidentemente il sogno non è morto, solo, ha cambiato di forma.
Allora tanto vale tornare alle origini e abbeverarci alla fonte sicura di coloro che il sogno l’hanno sognato alla grande e ancora più fantasticamente l’hanno raccontato.
Poi, a fare l’odalisca, c’è sempre tempo.
Un post scriptum. Dopo qualche giorno dalla pubblicazione di questo articolo, mentre sto studiando Matisse, sento alla radio in una pausa una bella, vecchia trasmissione dedicata ai personaggi dei fumetti e grazie a essa torna in mente anche a me che Narda, l’eterna fidanzata di Mandrake, principessa del paese di Cockaigne, che non devo stare io a tradurre per voi perché significa proprio Cuccagna, è vestita da odalisca.
Quando si dice, piove sul bagnato.

Phil Davis, Narda, principessa di Cuccagna, 1935