
Albrecht Dürer, Autoritratto in pelliccia, 1500
Devo farla finita con questa pratica, uno, non serve a rompere il ghiaccio, due, è pure noiosa.
Questi ragazzi non sanno raccontarsi, quando dico loro a inizio corso venite uno per uno a presentarvi a me e ai compagni, sono guai.
Un po’ hanno poca dimestichezza con l’italiano, un po’ non ci hanno mai pensato.
Inutile suggerire una scaletta, mamma, papà, fratellini, animali di casa, che corso fai, che musica senti.
Ma di che cosa parlate con gli amici.
Già, di che parlano.
Provate anche voi con una persona con la quale siete in confidenza, dimmi chi sei in cinque minuti, che sono un’eternità.
Non è facile, lo capisco, è un esercizio intellettuale, devi fare pratica.
Però, che c’era scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi.
Conosci te stesso.
Questo, c’era scritto.
Mica c’era scritto Fatti un selfie.
Come tutti sanno, l’autoritratto più bello della storia dell’arte.
Lui, l’artista più grande del Rinascimento nell’Europa settentrionale, un talento immenso, l’incisore insuperato che l’amico Erasmo, grande conoscitore dell’Antico, chiama «l’Apelle delle linee nere», essendo Apelle, del quale conosciamo solo leggende, di quella Grecia antica uno dei massimi pittori.

Monogramma di Dürer nel francobollo commemorativo
Albrecht Dürer da Norimberga crea per sé anche il magnifico monogramma, si fa un logo insuperato anch’esso, quante, quante meraviglie.
Già qui ha le idee chiare.

Albrecht Dürer, Autoritratto con i guanti, 1498
La novità è assoluta, in tutta la pittura tedesca non si era mai visto un autoritratto autonomo come questo. Lui sfida il suo ambiente, si rappresenta giovane, bello, elegante, altezzoso, un gentiluomo coltivato, appassionato dell’Italia.
Ha ventisette anni, l’età d’oro di un uomo.
Rilancia un paio di anni dopo rappresentandosi come vedete in apertura: l’Autoritratto in pelliccia di Dürer ce lo mostra frontale, nell’atteggiamento devozionale di Imitatio Christi, però con dettagli che niente hanno a che fare con questa pratica edificante, anzi, il riflesso dell’atelier negli occhi, l’affermazione del potere creativo che innalza l’artista all’altezza del medesimo Creatore, il talento ricevuto in dono che ha in sé i tratti del trionfo e quelli della tragedia.
Le dita adunche benedicenti, i lunghi capelli biondi che vibrano alla luce, descritti uno per uno a pennellate sottili, così come la frangia del taglio della manica e tutti i peli della pelliccia.
Lo andavo a vedere tutte le sere.
Fra i convegni d’amore più emozionanti della mia vita.
A Monaco per un Erasmus, avevo capito in cinque minuti che la loro Accademia era organizzata meglio della nostra (altrimenti non sarebbero stati tedeschi), mi ero cercata un’alternativa e mi andavo a riempire gli occhi di arte.
Un’ora circa prima della chiusura andavo al mio appuntamento, legavo la bicicletta bianca che avevo preso a noleggio al palo vicino all’ingresso della Alte Pinakothek, i custodi nemmeno mi chiedevano più la tessera di docente, salivo e mi sedevo davanti a lui.
Lo dico sempre, quando siete all’estero, fatevi un innamorato indigeno, è il modo migliore per capire come vive la gente del posto.
Io mi ero fatta l’innamorato più bello.
(Prima di farci un selfie, ricordiamoci di questo risultato straordinario).
Guardiamo pure insieme un momento l’omaggio che rende Mapplethorpe a Dürer fotografando Patti Smith.

Robert Mapplethorpe, Patti Smith, 1986
Dovete solo girare l’immagine, la destra al posto della sinistra, proprio come farebbe uno specchio, e avrete un’identificazione che la sa lunga sulla cultura della New York degli anni ’80.
Dico spesso che Mapplethorpe, grande ritrattista, è stato il Raffaello di quella fase storica in quella città, all’epoca centro del mondo.
E Raffaello, allora, come se la cavava, alle prese con se stesso.
Anch’egli bello, un gentiluomo di successo, si dice che fosse amato da tutti, anche dagli animali.
(Ma non da Michelangelo).

Raffaello, Autoritratto, part. della Scuola di Atene, 1511
Quando finisce di dipingere il grande affresco con la Scuola di Atene, ha ventotto anni. Si ritrae mentre entra da destra, vestito di un ricco abito rosso, con l’amico e collega Sodoma, insieme ai filosofi e agli intellettuali antichi.
Qui lui è proprio come uno se lo immagina, un giovane di splendore inaudito, di animo nobile eppure, secondo la leggenda che lui stesso contribuì ad alimentare, licenzioso, lavorava a opere immense e immensamente ardeva per questa e per quella donna.
Vi metto anche l’insieme della Scuola di Atene, così ce la guardiamo e collochiamo il Divino al suo posto.

Raffaello, Scuola di Atene, 1509-11
Ma la vita alla corte papale non deve essere stata facile nemmeno per uno così abile.

Raffaello, Autoritratto con un amico, 1519
Mi diceva una compagna di università, guarda come si è ridotto, qui non sono solo passati otto anni, qui è passato anche altro.
Il ragazzo ha lasciato il posto a un uomo adulto, scuro in volto, che appoggia paternamente la mano sulla spalla dell’amico, che gli sta mostrando qualcosa.
Si tratta forse di Giulio Romano e potrebbe esserci un passaggio di consegne generazionale.
La sua mano destra, nascosta sotto l’altra mano che ha una postura dimostrativa, starebbe a indicare un atelier pensato in termini di modernità e di efficienza, con molti artisti ma con un unico stile, del resto come avrebbe potuto una persona sola gestire tutta quella mole di lavoro.
Una soluzione professionale moderna.
Doppio ritratto complesso, sofisticato, dinamico, pensiamoci quando ci facciamo un selfie in compagnia.
Le donne la mattina si guardano allo specchio mentre si truccano e gli uomini mentre si radono.
E se gli uomini portano la barba, mettiamo, corta, hanno talmente tanto da fare fra macchinetta regolabile e olio idratante, che finisce che si guardano parecchio pure loro.
Siamo attuali, dunque individualisti, concentrati su noi stessi, attenti a ogni cambiamento del nostro sguardo.
Ci riprendiamo ossessivamente in fotografia marcando così la nostra solitudine, come se non avessimo nessuno che ci guarda.
Ben prima di noi, il più ossessivo di tutti è stato Rembrandt.
Lui ha prodotto un’autentica autobiografia attraverso i suoi ritratti: circa quaranta in pittura, trenta in incisione e poi tanti disegni.

Rembrandt, Autoritratto, 1628
Nessuno prima di lui e pochi dopo sono stati a questo livello.
Una delle cose più interessanti è che alcune di queste opere figurano fra i suoi capolavori, dunque, non si tratta di momenti di riflessione personale, c’è una ben diversa esposizione al mondo.
Ho visto la mostra degli autoritratti di Rembrandt a L’Aja, ho avuto questa possibilità, sono stata fortunata. Non solo ho visto la mostra, ma l’ho vista nel suo paese, cosa che significa tanto, voi pensate alla luce, tutto può cambiare, ma la luce resta quella.
L’aria, il cibo, gli odori, l’impressione di stare nel suo atelier con lui era fortissima.
Non un momento di noia, ci si può ripetere senza provocare nell’altro alcun tedio.
Questo è il punto.
Rembrandt cambia stile e si ritrae in modi differenti: giovane, splendido, in costume, allegro, preoccupato, invecchiato, ridente. Si raggiunge con lui un livello di intimità inusuale, lui ci è familiare, noi lo conosciamo bene, considerando le centinaia di anni che ci sono fra noi e lui, ecco un altro dei miracoli dell’arte.
Noi siamo nella stanza con lui, lui guarda noi, noi guardiamo lui, in qualche modo lui ci insegna a guardare noi stessi. È onesto e diretto.
Ogni tanto ride, prima o poi devo fare una lezione sul riso nell’arte, è talmente raro, non è facile incontrare questo sentimento, da anni sto raccogliendo immagini.

Rembrandt, Autoritratto, 1628
Si ride per tanti motivi, lui ride anche di se stesso, oppure indaga i cambiamenti che avvengono nell’architettura di un volto quando interviene una risata.
Voi pensate a una faccia, pensate a quante cose ci sono dentro, sono espressivi anche gli animali, io ho avuto una gatta che quando era sorpresa faceva gli occhi tondi, non ho mai capito come le venissero fuori, i suoi occhi felini bellissimi di botto le diventavano due biglie e lei sembrava di pezza.
Voi pensate a quello che può esprimere un volto umano.
Recentemente ho chiesto alla ragazza rumena che mi è venuta ad aiutare in casa durante le vacanze della domestica perché pubblicava di sé foto così brutte, come fai a non vedere la differenza fra quello che ti rimandano lo specchio e gli occhi delle persone che incontri (lei è una bella ragazza) e l’immagine di te che invii al mondo, lei non ha nemmeno capito che cosa le stavo dicendo, facciamo smorfie nei selfie così, tanto per cambiare, altrimenti le foto sono tutte uguali.
Rembrandt è uguale solo a se stesso.

Rembrandt, Autoritratto, 1659
La sua faccia fa quello che dovrebbe fare una faccia, raccontare la vita che ha vissuto. Nel particolare che vi mostro dell’Autoritratto di Washington si vede come ha costruito la sua immagine, le pennellate sono densissime e libere e noi sentiamo la sua mano che muove il pennello, la luce va e viene continuamente, lui è anticaravaggesco, visto che Caravaggio definiva in modo molto netto il passaggio fra il chiaro e lo scuro, qui ci sono continue emozioni che trascorrono sul volto, è un uomo che ha avuto un sacco di guai, ha perso la moglie amatissima, è stato costretto a dichiarare bancarotta e a vendere tutta la sua collezione di oggetti d’arte e di curiosità per pagare i creditori, la vita si è accanita su di lui come si accanisce ogni tanto.
La nobiltà assoluta dell’artista è aver trasformato l’accanimento in opera d’arte.
Penso anche all’obbligo di noi donne di avere sempre una faccia liscia, alla quantità industriale di creme, oli e sieri che io stessa utilizzo, penso che le donne si dovrebbero occupare di questo, imporre invece del genere femminile delle professioni il diritto di avere una faccia che dichiari che vita si è fatta.
Casomai un’altra volta, casomai una vita altra.
Nell’ultimo autoritratto che vi mostro, quello di Colonia, l’artista è anziano e si prende tutte le libertà dell’età adulta. Certo, lui ci guarda, però prima ha guardato se stesso nello specchio, ha le borse sotto gli occhi e sentiamo i peli delle sopracciglia.

Rembrandt, Autoritratto ridente, 1665
A sinistra un’immagine difficilmente identificabile.
Ma che ha tanto da ridere?
Ipotesi infinite degli storici dell’arte, che stanno lì e inventano favole per cercare di afferrare l’inafferrabile.
C’è il dio Terminus davanti a lui, che gli dice che ormai è fatta.
Si ritrae come Democrito, il filosofo ridente.
Si ritrae nei panni del collega antico Zeusi, che si mise a ridere a crepapelle vedendo un’anziana donna, ridicola e raggrinzita.
Che vi dicevo, non si può smettere di mettersi le creme, il rischio, prima o poi, è di far ridere gli artisti.
E chiudiamo con il mio autoritratto preferito di Vincent.

Vincent, Autoritratto con l’orecchio tagliato, 1889
Lui è un altro che si è indagato a lungo, facendosi stranito, miserabile, solo, sconfitto, orgoglioso, certe volte al cavalletto, altre con il cappello, matto, disperato, dolente.
Troppo bevuto.
Troppo fumato.
Qui c’è stata quella notte maledetta dell’antivigilia di Natale in cui stavano lui e Gauguin nella casa di Arles e lui ha avuto una crisi di follia.
Vincent si taglia un orecchio e lo vuole donare all’amico.
Prendete e mangiatene tutti.
Arrivano i gendarmi, Gauguin manda un telegramma al solito fratello Theo, che arriva di corsa. Il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, Gauguin e Theo rientrano a Parigi.
Nella quiete dopo la tempesta, Vincent si fa questo selfie.
È tranquillo, un po’ distante, addirittura fuma la pipa e le volute di fumo invadono quel magnifico sfondo astratto.
Complicata la vita, forse, meglio, complessa.
E talmente ricca da sentire il bisogno di tradurla in un’immagine di sé in quel momento.
Lo facciamo anche noi, alcuni lo fanno senza pensarci, scattandosi continuamente fotografie che servono solo a intasare la memoria, quella propria e del telefono che hanno in mano.
Semplicemente, pensiamoci un attimo in più, vediamo che succede quando ci guardiamo in faccia, quando consegniamo al mondo un’immagine di noi che deve raccontarci a chi ci guarda.
Quando ci facciamo un selfie, opportunità straordinaria, supertecnologica, che traduce in un clic uno stato d’animo che gli artisti hanno impiegato ore, anni, secoli a tramandarci.