Roma è una prigione ora che tu non ci sei
Rosso è il colore dell’amore…

 

Avevo iniziato un ciclo che avevo intitolato United Colors.
Ero partita dal bianco, che trovate qui .
Sono passata dal nero, il mio colore prediletto, che trovate qui .
E ho fatto una sosta dal rosa, che per me è una specie di firma e che sta qui.

Poi la vita mi aveva portata altrove, ma forse dentro di me ero convinta che, per parlare del rosso, avrei dovuto aspettare l’estate.
Eccola.
E, allora, ecco il rosso.


Un pleonasmo, a stare a sentire Michel Pastoureau, il più grande storico dei colori di tutti i tempi.
Il rosso è il colore archetipico e in più di una lingua per dire colore e per dire rosso si adopera la medesima parola. Ci sono anche culture in cui bello e rosso si dice nel medesimo modo. E altre ancora in cui ricco e rosso  si corrispondono.
Dunque, colore rosso = bello = ricco.
Con ogni probabilità le connotazioni di questo colore sono così potenti perché esso è legato al sangue e al fuoco e tutto il mondo cristiano riconduce il sangue a Cristo per il suo sacrificio, così come riporta al fuoco la forza della Pentecoste e dello Spirito Santo.
Dunque, fin qui siamo alle prese con un colore che indica forza, energia e redenzione, tutte valenze positive.
E fin qui noi abbiamo parlato del sangue e del fuoco buoni.
Ma c’è anche l’altra faccia, con il rosso sangue dell’impurità, della violenza e del peccato e il rosso fuoco di Satana con le fiamme che ardono all’inferno.
Rossi sono i capelli di Giuda e tutta la gente rossa di pelo è da sempre considerata sospetta.
Da quanto detto deriva l’interpretazione che nei secoli è stata data del rosso: pericolo, proibizione (il semaforo rosso che vi ho messo in apertura), gioco dell’infanzia, marmellata, caramelle, festa, gioia e poi, ovviamente, erotismo e amore.
Controllate un corpo di donna e guardate dove esso è rosso, dai vermigli della bocca (così si chiamano) a scendere.
C’è un telefono rosso, ci sono quartieri a luci rosse, sono rossi gli aperitivi, fino al XIX secolo erano rossi gli abiti da sposa nelle società rurali, se siete sensibili alla poesia che ogni tanto ha l’infanzia, godetevi questo estratto dal cortometraggio del 1956 di Albert Lamorisse in cui un palloncino rosso diventa la nota squillante in una Parigi grigia comme il faut.

Croce rossa, dunque, ancora il sangue.
Rosso del mercurocromo, disinfettante ora fuori commercio ma quanto mai eloquente.

Una volta ho trovato un rossetto rosso mercurocromo.
Rosso, colore della guerra.
Sangue chiama sangue.
Rosso era l’abito indossato dal boia e molte uniformi militari fino al secolo XIX sono state rosse.

Matita rossa che sottolineava un errore. Per una volta, veniale, quello terribile era segnalato in blu.
Dovremo tornare sull’argomento.

Camion pompieri giocattolo, con sirena

Fuoco, dunque, pompieri, dunque camion con sirena, sempre rosso, fosse questo il motivo per cui ai ragazzini piace tanto, dal vivo e come giocattolo.

Una volta sono rimasta fuori dalla porta di casa mia perché la serratura si era inceppata, i pompieri non sono venuti, speravo in un intervento flamboyant, mi hanno dato il numero telefonico di un fabbro, meglio così, non ci ho rimesso la porta blindata, si sa come sono focosi certi uomini.
Sono finiti i tempi in cui i pompieri volavano in soccorso delle donne in difficoltà e tiravano giù i gatti dagli alberi.

Fil rouge, dunque, filo rosso, che in inglese è common thread, dunque, filo comune e in italiano filo conduttore, che è quello della marina inglese, che è intrecciato per tutto il sartiame della flotta britannica e che lo rende riconoscibile tutto, «dalla fune più grossa alla più sottile».
Ce lo ricorda l’amata Francesca Rigotti.

Rosso, colore pesante e presente. Ciò che è rosso si vede subito.
Ho indossato il rosso in passato, avevo una maglia, un tailleur in ottoman, un cappottino con delle grandi tasche, gli ultimi due con i bottoni d’oro, ho fatto fuori tutto e non potrei mai più mettermi addosso qualcosa di simile. Ho salvato un foulard natalizio, quindi, rosso, di una grande firma per la bellezza della seta e perché mi inteneriva il motivo, con tutte le teste di Babbo Natale uguali alle decorazioni che si mettevano sugli alberi: lo porto due giorni l’anno e impiego gli altri trecentosessantatré a riprendermi.

Renato Guttuso, Funerali di Togliatti, 1972

Rosso politico, rosso comunismo.
L’opera più bella, in questo senso, l’ha realizzata Guttuso con i suoi Funerali di Togliatti, con la memoria del gigantesco corteo funebre di otto anni prima, tutti i grandi del comunismo in rigoroso bianco e nero e il mare di bandiere rosse che infiamma Roma.
Se voi poi considerate la tecnica e le dimensioni della tela, un collage su carta applicata a quattro pannelli di legno che fa m 3,40 di altezza e m 4,40 di larghezza, vi rendete conto della portata di un simile ricordo, che va oltre lo schieramento politico.

Abbiamo parlato della presenza del rosso. Parliamo anche della sua qualità di materia.
E qui deve entrare in gioco per forza Alberto Burri, che vi avrei voluto mettere in apertura, ma che poi ho deciso di lasciare più in là nell’articolo, perché, appunto, troppo materico. E dirompente.

Alberto Burri, Grande Rosso, 1964

Nei risultati della ricerca del grande artista umbro c’è, certamente, la memoria delle ferite di guerra (Burri era medico e aveva avuto modo di vederle), però voi guardate quest’opera anche quanto corpo non ingiuriato contiene, non so se senza volerlo (non si sa mai quando gli artisti vogliono), ma quel buco nero in tutto quel rosso suscita in noi l’idea di un sesso femminile, con tutte le sue luci e tutte le sue ombre.

Se volete qualcosa di più spirituale, vi ho preparato Mark Rothko, uno degli artisti più alti del secolo scorso, certo, Rothko bisogna vederlo di persona, le sue sono tele grandi, incombenti, con una superficie trattata con estrema finezza, sulla quale fluttuano i colori, che ondeggiano davanti ai nostri occhi.

Mark Rothko, Red on Red, 1969

Io, che sono la persona meno meditativa che io conosca, davanti a Rothko capisco che cosa significa astrarsi spiritualmente,  capisco la necessità, davanti alle sue opere, di una contemplazione che quasi ci libera dal corpo, oppure che fa salire il corpo a un livello superiore, raramente raggiungibile.
Come muore Rothko?
Tagliandosi le vene, cioè nel sangue.
(Ammesso che ci sia morte che nel sangue non avvenga).
Un uomo cupo, alcolizzato, depresso, sospettoso, che pagava un prezzo emotivo altissimo per la realizzazione di queste tele, che voleva comunicare la tragedia e l’estasi.
E ci riusciva perfettamente: l’incontro con lui è stato uno dei momenti più elevati della mia professione e lui rimane l’artista davanti al quale ho più pianto.

Rubens è un esuberante, uno che si svegliava tutte le mattine alle quattro, parlava cinque lingue e aveva un’ottima conoscenza del latino, il perfetto gentiluomo, che considerava tutto il mondo la sua patria e chiamava la pittura  la sua «dolcissima professione».
Ovvio che uno come lui apprezzi il rosso.

Sir Peter Paul Rubens, Adorazione dei Magi, 1624

E il suo rosso che meglio mi ricordo, e quello di cui da un pezzo volevo parlarvi, è quello squillo che sta nella sua Adorazione dei Magi del bel museo di Anversa, sua città d’elezione.
Di quale squillo sto parlando?
Lasciate perdere i rossi in primo piano e guardate in alto, su, fino ai cammelli. Uno dei cammellieri ha in testa uno zucchetto rosso.
Voi dovete credermi. In quella sala di quel museo, in quella città singolare, un po’ stramba, dove parlano una lingua che, a detta di qualcuno, più che una lingua è un errore di pronuncia, ebbene in quella sala di quel museo la cosa che più si vede entrando è proprio quello squillo di rosso.

Indimenticabile.

Rosso Fiorentino, Ritratto di giovane uomo, 1518

C’è un pittore che si chiama Rosso Fiorentino e voglio farvi vedere il mio dipinto prediletto.

Sì, lo vedo anch’io che il ragazzo è torvo, mi piace per questo.
(Guardate le sue dita: questo è il Manierismo).
Come diceva una mia amica cui non piacevano gli uomini, e lo diceva sospirando, alle donne piacciono sempre i mascalzoni.
Mi sembra del tutto normale, una donna, nella vita, ha bisogno di tutto tranne che di annoiarsi con un onestuomo.

Insomma, questa idea che le donne debbano essere messe in guardia dai filibustieri, come se fossero tutte Cappuccetto rosso.
Ho detto rosso?
Ma perché nella favola di Perrault la ragazzina è vestita di rosso?
La narrazione è antica, risale al medioevo, per cui è possibile che la pupetta si sia fatta bella per andare dalla nonna e abbia indossato il suo abito migliore.

Fleury François Richard, Le Petit Chaperon Rouge, 1852

E poi, certo, il rosso annuncia la crudeltà del lupo, la morte della nonna, il sangue che sta per scorrere.
Povera, povera Cappuccetto.
Manco per niente.
Pastoureau, che è un impertinente, avanza l’ipotesi che la ragazzina voglia sedurre il lupo e che non veda l’ora di ritrovarsi a letto con lui.
(Non ditelo alla mia amica cui non piacciono gli uomini. E tantomeno i lupi, immagino).
Le riflessioni su Cappuccetto rosso sono infinite. Una delle più simpatiche, che ho letto ultimamente su un testo di psicoanalisi della gola, una di quelle cose che mando giù per farmi venire appetito, ci fa notare che lei porta alla nonna un «petit pot de beurre», che è un vasetto di burro.
Ciò viene ripetuto quattro volte nella favola, dunque, è un dettaglio importante.
Il burro viene dal latte. Le femmine producono latte. Gli uomini non si svezzano mai dalla madre, basta osservarli con un po’ di attenzione. Cappuccetto rosso, allora, si fa portatrice di latte per il lupo, che si è sostituito alla nonna, che è madre due volte, dunque, due volte portatrice di latte.

Basta, eh.
D’accordo.
E poi stavamo parlando del rosso.

Mi riprendo subito e vi ricordo quanto sono frequenti nella nostra cultura i pomodori.

Nouvelles Images, Tomates

Che dovrebbero essere rossi. Poi è vero che ne hanno fatti di tutti i colori.
Ve li mostro in un trionfo visivo di produzione Nouvelles Images, perché con loro il quotidiano assume un altro aspetto.

Rosso pomodoro.
Arrossire.
Io non arrossisco, non sono timida e certe volte mi dispiace, quando vedo qualcuno arrossire, anche gli uomini adulti, mi sembra di leggere nel loro cuore.

Il mio peperoncino, rosso comme il faut

Ho sul mio balconcino una pianta di peperoncino che mi è stata consigliata al vivaio. Mi ha detto il titolare che era bruttina ma piccante.
(Ho pensato che si poteva dire pure di una donna).

La innaffio da un mese. Secondo quello che dice il cartellino, che ha pure un fotografia, il peperoncino, Jalapeno messicano, dovrebbe essere verde.
Ho aspettato la fioritura.
Poi il frutto.
L’ho raccolto.
L’ho messo nel sugo.
Mi aspettavo una cosa piccantissima e invece non sapeva di niente.
Ho detto guarda che ti butto.
Evidentemente la piantina si è spaventata e, non so come abbia fatto, ha prodotto un peperoncino rosso.
Stasera è proprio la sera giusta per assaggiarlo.

Vi saluto con un video con questa strana bambola.
Lo vedo da me che è scadente, ma non ho trovato di meglio e poi la canzone è bella, triste, e interpreta alla perfezione il mio stato d’animo attuale: quel sentimento di vuoto che ti prende quando qualcuno è partito (sei partito) e Roma diventa una prigione.

Se poi domani piove, tanto meglio.
Intanto, rosso è il colore dell’estate.

Lo era negli anni ’70 e rimane tale.