
Alexander Vlahos (@vlavla)
«Oh, dio, enormemente! I costumi e la parrucca, e i tacchi. Tu arrivi con i tuoi jeans e la tua t-shirt…e un’ora e mezzo più tardi tutti appariamo come se fosse la Francia del XVII secolo. È pazzesco. La parrucca cambia la forma del viso e cambia anche il modo in cui ti muovi…»
(Alexander Vlahos, alias Philippe d’Orléans, in un’intervista del 2016)
Il mio studio è una stanza di 11 mq con una finestra che affaccia su un cortile molto Rear Window di Hitchcock. Ha tre librerie; una sedia; una scrivania con tiretto e segreto che, volendo, blocca con una leva nascosta tutti i cassetti; tre tavoli di appoggio; uno sgabello che mi sono portata in aereo dalla Finlandia; computer; fotocopiatrice; una scala rossa.
In questo spazio mette piede solo chi, i piedi, li ha già messi entrambi nel mio cuore: perché ne sono gelosissima.
In esso sono collegata al mondo via internet e in rapporto, se serve, con i miei due giovani grafici e con un paio di angeli custodi, che mi aiutano tecnologicamente.
Mi capita di lavorare in gruppo, cosa che apprezzo molto per l’arricchimento e lo scambio reciproco, ma il cuore della professione, ricerca, studio, organizzazione, creazione, si svolge in solitudine radicale.
Dunque, mi domando come sia, se eccitante, stimolante, vincolante, disturbante, normale, lavorare in trenta, tutti insieme, facendo in pratica una cosa sola.
Per esempio cucendo gli abiti per il re e per la sua corte.
Non dico che mi piacerebbe fare la costumista. Non saprei da che parte incominciare con ago e filo.
Sarei, però, una brava spalla, un supporto storico, andrei bene per scegliere le immagini. E ci mancherebbe pure.

Madeline
È però probabile che una costumista ami ogni fase del suo lavoro e che quindi preferisca vedere con i suoi occhi, prima di mettere le mani in pasta.
Non lo sapevo, ma Madeline Fontaine da un pezzo mi abitava.
Lei ha infatti creato il guardaroba di Amélie, quelle maglie strizzate e corte, la gonnella, l’abituccio e soprattutto quelle meravigliose scarpe con i lacci, autentica dichiarazione di guerra in una creatura piena di grazia.

Amélie
Per non parlare dei colori, soprattutto i gialli, i rossi, i verdi, ciascuno dei quali è chiamato a descrivere uno stato d’animo: il giallo racconta la gioia, spesso sostituisce il bianco e satura le immagini di Parigi; il rosso è l’amore ed è la passione, che la giovane donna dall’infanzia difficile va cercando; il verde, anch’esso diffuso dappertutto, è la pace, la natura, la calma.
Insomma, il fantastico mondo di Amélie, anche per via di chi ha disegnato i costumi e ne ha scelto i colori, rimane una delle invenzioni più poetiche degli ultimi tempi, surreale, introspettivo, ottimista.
Da trent’anni in carriera, pluripremiata, Madeline Fontaine si vede offrire la commissione dei costumi di Versailles, a detta di molti, soprattutto di coloro che si sono riempiti gli occhi senza badare ad altro, il vero richiamo della serie.
Lei muove i primi passi nella letteratura e nell’arte. L’idea è di interpretare, modernizzare, evitare, lo dice con simpatia, di farsi dei nemici imponendo agli attori e al pubblico abiti oggi improponibili.
I corpi dei nostri giorni sono diversi, tutto deve essere alleggerito e deve diventare più flessibile.

Philippe e Chevalier
Anche la lavallière, quella meravigliosa cravatta che si conclude con un fiocco, e lo jabot, quella cascata di merletti. Che pure sono spettacolari, guardate come le indossano bene Mon Frère e il suo amante e casomai, come me, state già passando in rassegna tutti gli uomini che conoscete per vedere se qualcuno le porterebbe con la loro medesima disinvoltura.

Alex
E non mi venite a dire altri tempi, perché i tempi per l’eleganza sono sempre i medesimi e mi sembra che quando Philippe rimette gli abiti suoi consueti, i miei, i vostri, la lavallière la indossa sempre meravigliosamente.
Il busto è un problema a sé. All’epoca realizzato anche in legno, osso di balena o metallo, è definito «pura architettura».

Eugène Atget, Boulevard de Strasbourg, Corsets, 1912
Sarebbe stato folle replicarlo, andava dal petto all’ombelico, soffocando chi lo indossava.
Quindi anche il corsetto è oggetto di revisione.
Intanto, per capire che cosa ci siamo persi, vi mostro una magnifica foto di Atget, fotografo che divenne tale superati i quarant’anni. D’accordo, siamo in un’epoca molto più vicina a noi, però gli strumenti di tortura del corpo femminile sembrano sempre i medesimi, le spalle offerte, la vita strizzata, chissà come ci si sentiva indossando la biancheria intima, forse in un altro corpo.
Propongo una consolazione con una nota sulle gonne, che sono pirotecniche e riempiono i giardini di onde sinuose e di offerte.
Sotto, le signore indossano tre strati con tre sottogonne che si chiamano la discrète, la friponne e la secrète. Penso di dover tradurre solo la seconda, o, meglio, di suggerirvi il senso, che è briccona, sbarazzina, birbona.
Insomma, ci siamo capiti.
Oltre al gusto di sfogliare una donna come una cipolla, strato dopo strato, prima di poterla consumare cruda, c’è anche il senso di quello che lei indossa che la dice lunga su come si trascorreva il tempo a Versailles.

Etienne Allegrain, Promenade de Louis XIV dans les jardins de Versailles, 1688
Come per Amélie, anche qui i colori sono pensati accuratamente. Del resto, proviamo a riflettere, ciascuno di noi ha un colore prediletto ed è probabile che il mondo ci veda in quella tinta.
Mon Roi, giustamente, è vincolato all’oro, al blu e al rosso.

Louis
Qui lui indossa un giustacuore, ovvero una giubba virile lunga fino al ginocchio e stretta in vita, che ha generato anche un brevetto, accordato a una decina di aristocratici, che avevano il diritto di portare i suoi medesimi ricami.
Colbert ha anche promulgato una proibizione relativa a essi, colpevoli di richiedere la fusione di troppi pezzi d’oro e d’argento per fare dei fili.
Vengono così sostituiti da nastri e da frous-frous, che si chiamano proprio così e che capiamo facilmente che cosa sono.
Con i colori del Re entra in gioco un altro elemento, quello che si chiama décor, e che corrisponde grosso modo alle scene.

Katia
Vi presento, dunque, Katia Wyszkop, la responsabile di tutte le meraviglie dentro le quali agiscono i personaggi.
I colori da lei pensati per gli ambienti sono molto forti, provocatori, suggestivi e, proprio per questo, capaci di imporre ai costumi un carattere più liscio e più calmo.
Insomma, la costumista alleggerisce ulteriormente gli abiti, creando un ulteriore décalage storico, e se pensate che décalage in francese è il fuso orario ma che è anche un modo di stare al mondo, non del tutto allineati, un po’ per proprio conto, entrerete ancora meglio anche voi nella parte: quella dello spettatore che sta lì e che prova un sentimento costante di stupore.
Tornando ai colori, Mon Frère ne porta di più guerrieri del fratello, senza dimenticare il suo spiccato lato femminile; Henriette, la sua prima moglie, inglese, è anche amante del Re, quindi i colori sono in triangolo, capaci di descrivere anche visivamente la complessa relazione; Madame de Montespan, la favorita, indossa dei bronzi, dei bruni e dei cognac, che stanno benissimo con il suo incarnato, che lei, storicamente, amava far ulteriormente risaltare noleggiando diamanti dalle dame di compagnia bien placées, che chissà se significa che sono messe bene perché hanno denaro o perché sono molto vicine alla coppia reale; Béatrice, la dama fatta decapitare dal Capo della Polizia, è un personaggio scuro e doppio, quindi indossa tenute rosso carminio, bordeaux e nere.
Come avrete capito, la tavolozza è complessa, almeno tanto quanto è complessa la vita. E niente, dico niente, in un cinema così complesso anch’esso, è casuale.
E attenzione, quando vi vestite e scegliete un colore, ormai avete imparato che non c’è una sola delle vostre decisioni che sia anodina e che non abbia conseguenze.
Cento costumi sono realizzati dall’équipe di lavoro; altri duecento sono creati partendo da prototipi e con una lavorazione in serie.
Ogni abito richiede circa dieci metri di stoffa.
Si capisce che trenta persone che lavorano full steam nell’atelier hanno un bel daffare. Pensate pure che attaccano solo due settimane prima che inizino le riprese perché è allora che arriva la sceneggiatura e che stanno con la preoccupazione della taglia, per cui non tutti gli attori indossano la medesima e ogni abito deve diventare un su misura.
Quando compaiono i battaglioni di soldati spagnoli, aggiungete pure che le divise si devono macchiare di sangue, così certamente non possono essere noleggiate, la produzione rischierebbe di pagare una fortuna per quelle con dei danni.
Dunque, sotto ancora con il lavoro.
E le stoffe?
Un’impresa enorme. Chilometri di tessuti da trovare, cercati in Francia e in Europa, oltretutto con l’obbligo che siano di grande qualità, dato il livello di tutta la produzione e l’abbondanza dei primi piani.
- Particolari costumi Versailles
La costumista passa per dei grossisti, trova piccole cose dagli antiquari, ricami minuti «che fanno vibrare la Storia»; si utilizzano tessuti molto antichi; un amico che aveva lavorato a lungo alla Comédie Française si occupa dei costumi del Re, tirando fuori una stoffa dal suo armadio quando si tratta di fare per lui un abito da ballo con i fili d’oro.
Le interviste parlano di soie brochée sur fond doré et gris; di petits damassés en soie; di tissu piqué per una sottogonna.
Lei dice che la macchina da presa li ama, lei dà la sensazione di una persona appassionata del suo lavoro, che ha un’attenzione maniacale per i dettagli, che sta male quando sullo schermo si accorge di un errore, che alla fine vede solo quello che è andato storto, lo dice ridendo, ma capiamo che non è facile mandare giù l’amaro del boccone.
E il trucco? Curato da Mathilde Humeau, è tutto cipria bianca, guance rosa e mouches, ovvero nei, di quelli finti che, a seconda di dove erano posizionati sul viso, significavano qualcosa.

Mouches
E le parrucche?

Louis e la sua Ninfa
Qui sta il colpo di genio. Dimenticate tutto quello che avete visto al museo e abbandonatevi a un mondo in cui gli uomini hanno tutti i capelli lunghi, prendono il bagno, si tuffano nell’acqua, combattono, fanno l’amore, mangiano, bevono, cospirano, vanno a cavallo con le chiome al vento, in una naturalezza che completa alla perfezione l’operazione di semplificazione e attualizzazione dei costumi.
Un miracolo di inventiva che, abbinato allo splendore fisico di personaggi che eravamo abituati a pensare diversi, enormi, carichi di ornamenti, vecchi, questo, sempre e per tutta la loro esistenza, ci incanta.
E le polveri in tutto questo?
Si capisce che la vita non è facile, che a Versailles può essere pure noiosa, che sopportare il peso della storia richiede di avere spalle larghe e umore sostenuto.
Dunque, ecco entrare in scena, insieme all’alcol, sostanze diverse, che vanno da miscugli d’erbe che accendono i sensi, rendono più intensi gli incontri erotici e fanno trascorrere in lietezza il tempo, a veri e propri veleni.
Cui aggiungiamo filtri d’amore e altre stregonerie.
Insomma, che cosa c’è di più moderno dell’alienazione e del tedio di vivere?
Questo è il senso della riuscita e del successo di questa serie. Non dico aver portato il Re che si credeva il Sole alla nostra altezza o di aver fatto arrivare noi alla sua.
Dico che c’è stato movimento da entrambe le parti, che lui è stato reinventato moderno e che noi siamo stati sollecitati nei nostri sentimenti più nascosti, che è stato tirato fuori il nostro lato amante dello sfarzo, dell’intrigo e dell’avventura, che è stata interpellata la nostra incapacità di vivere senza una narrazione all’altezza dei nostri sogni.
Eccoci serviti: Louis e la sua corte fanno ormai parte di noi, in tre stagioni e trenta episodi, che io ho gustato praticamente tutti insieme, uno dopo l’altro, senza saper aspettare e senza doverlo fare, tutti loro sono entrati nel nostro immaginario, elegantemente abbigliati, con addosso e intorno colori che la dicono lunga su chi sono e che cosa fanno, d’accordo, un po’ spalleggiati da sostanze non del tutto lecite, splendidi per grandezza ma anche per tragedia, eroici, irresistibili.
Fantastici.

Mon Roi