HIC HUMILITER QUIESCIT: la tomba di Gian Lorenzo Bernini in Santa Maria Maggiore
La cosa si è imposta come un’evidenza. Prima della fine dell’anno volevo andare a rendere omaggio a Gian Lorenzo Bernini sulla sua tomba.
Per motivi diversi: la mostra a lui dedicata in corso alla Galleria Borghese; la necessità di avere sempre presente uno la cui grandezza ha fatto grande Roma; il contatto con una personalità così brillante che mi servisse da viatico per passare al nuovo anno.
Piove. A Roma piove da giorni, piove come piove ogni tanto a dicembre, il cielo grigio piombo, nel tempo sospeso delle vacanze di Natale.
Dico vado alla stazione e prendo la mia rivista settimanale francese, poi compro il pane al Mercato Centrale, poi arrivo a piedi a Santa Maria Maggiore, ci sarà una fila interminabile.
La fila c’è e, subito, si fa interminabile sul serio. Dietro di me, due donne che si somigliano, nella mancata avvenenza fisica, nell’abbigliamento inguardabile, zaini, cappelletto di lana, occhiali da vista grandi e identici, scarponi da montagna, giacconi senza forma. Vengono dal Nord Italia, non riconosco da dove, che cosa sono, sorelle, amiche, madre e figlia. Va’ a capire.
Ascolto i loro discorsi, è inevitabile, forse domani smette di piovere.
Dopo poco salta in fila un grande gruppo con guida turistica e auricolari: sono neri, indossano ciabatte e vestagliette a fiori, con sopra giacche a vento, stanno sotto la pioggia, sono fuori posto come solo i turisti sanno essere, che ci stanno a fare.
Sopporto il fastidio che mi sale dalla mia condizione di romana e di professionista dell’arte, d’accordo, hanno tutti il diritto di godere di tanta bellezza, ma perché, in queste condizioni, il diritto mio viene meno, ricacciato indietro dal chiasso, dall’elenco di date e di nomi che la guida strilla nel microfono, come si fa a darle ascolto.
Qui, prima o poi, dovremo ritornare sui modi del viaggio, per prima cosa, in coppia, il viaggio incubo, la trattativa continua, il faccia a faccia ininterrotto, lei che vuole vedere i negozi e lui che si scoccia, uno che vuole visitare una galleria con i quadri, l’altro che i quadri non li sopporta.
Il viaggio in gruppo, più o meno numeroso, per quest’ultima soluzione ci aveva già pensato Jacques Tati nel suo Playtime del 1967, una visione avveniristica, un pullman di turisti americani, in gran parte donne, che all’Aeroporto di Orly entra in orbita intorno a una rotonda, gira, come girano le macchinette di una giostra, la musica è la medesima.
Poco tempo fa ho sentito un antropologo dire alla radio che il turismo di massa non è una cosa disdicevole, l’alternativa per tutta questa gente che si sposta è starsene a casa davanti alla televisione, a quel punto, certo, meglio lo spostamento, anche se vorrei discuterne lo stile e i tempi, come si possa sopportare quell’onda anomala di arte, arte dalla mattina alla sera, arte tutti i sacrosanti giorni del viaggio, quando sicuro sicuro a casa propria non si è mai messo piede in un museo.
Piove e la Polizia fa controlli sotto una tenda, è tutto fradicio, il nastro del metal detector è pure lurido, faccio una battuta agli agenti, che mi fanno passare, mi dicono, anzi, di tornare a trovarli, non ne possono più di controllare turisti, sarebbero contenti di fare due ulteriori e simpatiche chiacchiere.
La basilica di Santa Maria Maggiore è bellissima.
Bella tutta, a partire dalla facciata, festosa, tutta movimentata, un colpo di genio di Ferdinando Fuga, che tra il 1741 e il 1743 conserva i mosaici medioevali della costruzione antica e li protegge con una Loggia, che si apre come un sipario, lasciandoli visibili anche di notte, quando sono illuminati e l’oro risplende.
È bellissimo il campanile, il più alto di Roma, romanico nella base e nella sostanza anche se completato successivamente; una delle mie visioni predilette a Roma sono proprio i campanili delle chiese, sentinelle che spesso si ergono accanto alle cupole barocche, hanno il colore rosso-bruno del laterizio, con le cornici marcapiano in rilievo, e poi gli ordini diversi di aperture, quello di Santa Maria Maggiore ha le bifore, con gli archetti e le colonnine marmoree.
Ma la cosa che più amo in essi sono gli inserti colorati di scodelle e terrecotte, accenti gioiosi e variati, non li riducono all’ordine nemmeno le facciate di marmo, spesso si tratta, come in questo caso, di travertino, una cosa che più romana non è possibile, quando inseguo le scodelle dei campanili e le trovo mi sembra sempre di raggiungere la pentola con le monete auree ai piedi dell’arcobaleno.
(Quanto sei bella, Roma mia, quanto sei bella).
La facciata di Ferdinando Fuga lega anche fra loro i due corpi laterali della basilica, di epoche diverse.
È bellissimo, subito, di botto, entrando, l’interno: brilla l’oro, si dice il primo venuto dalle Americhe, del soffitto, attribuito a Giuliano da Sangallo; il respiro è quello di un salone che Stendhal definì ‘di una magnificenza veramente regale’; il pavimento regolato dai mosaici dei Cosmati; le grandi colonne monolitiche che scandiscono le navate; il baldacchino dell’altare maggiore, con le colonne di porfido; i mosaici, che si suddividono in tre insiemi distinti, nave principale, arcone trionfale, abside.
La basilica di Santa Maria Maggiore, una delle quattro patriarcali di Roma (insieme a San Pietro, San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura), è l’unica ad aver conservato, se non il volto antico, almeno il suo andamento, la formula paleocristiana è perfettamente leggibile, la sua dignità, il suo rigore non sono stati cancellati dagli interventi successivi.
La tomba di Gian Lorenzo Bernini è terragna e si trova a destra dell’altare maggiore.
‘Sarebbe stato meglio per la scultura se Bernini non fosse mai vissuto’.
E grazie tante, lo ha detto un, chiamiamolo, autore, così facciamo prima, tedesco dell’Ottocento.
Scultore, architetto, pittore e designer, scenografo, costumista, artista supremo del Barocco italiano.
Fosse solo questo.
Un prodigio, a 20 anni è presidente dell’Accademia di San Luca e viene elevato alla dignità di cavaliere; è il favorito di otto pontefici; si arricchisce, come pochi altri artisti hanno saputo fare, è ricevuto, par inter pares, nella più alta società dell’epoca.
Quando a 67 anni, cioè nel 1665, si reca, su invito di Luigi XIV, a Parigi, viene accolto con un apparato che mai era stato dispiegato prima e che mai sarebbe stato utilizzato dopo.
Lui dimostra, ça va sans dire, una ‘sicurezza perfetta’. È il suo primo viaggio all’estero e non ci pensa per niente a rimanere là, insofferente come è del cerimoniale rigido e di tutto il resto, però è importante che si sappia che il viaggio c’è stato.
Figlio dello scultore Pietro, da lui educato inizialmente, dimostra da subito una completa maturità esecutiva e di progetti, a Bernini non serve, per crescere, tutto il tempo che serve a noi.
Lavora per quasi 50 anni a più imprese, tutte complesse.
È uno carnale, una volta insegue addirittura il fratello con la spada sguainata fino in chiesa per una questione di donne.
È un ‘focoso individualista’, tutti gli rendono omaggio, quando Cristina di Svezia, arrivata a Roma, gli fece l’onore di andarlo a trovare a casa sua, l’artista si presentò ‘con quell’abito medesimo grosso e rozzo, col quale soleva lavorare il marmo’, da lui considerato il più degno in quanto ‘abito dell’arte’.
La grande signora, soggiogata, chiese di poter toccare ‘l’abito stesso con le proprie mani’.
Sul letto di morte, il Maestro ebbe il braccio destro paralizzato. Non si scompose e disse che quel braccio aveva tanto lavorato, poteva pure riposarsi.
Quando gli chiesero se voleva confessarsi, rispose che non ce ne era bisogno, presto avrebbe avuto a che fare con un Signore che mica sarebbe stato a guardare a quei quattro baiocchi che aveva in sospeso con lui.
Il perfetto gentiluomo pieno di urbanità, l’uomo di mondo ‘versatile, privo di affettazioni, bene educato e affascinante’, mai stato malinconico in vita sua, contrariamente a tanti altri artisti, che con la malinconia si trovano da sempre a fare i conti, buon marito e padre nonostante tutto, profondamente religioso eppure capace di esprimere una sensualità che anche oggi ci travolge, basta guardare le sue opere, prima fra tutte la Santa Teresa, quello che disse in un momento di ira al Perrault, l’architetto preferito di Colbert, che era indegno ‘di legargli le scarpe’, l’artista o omaggiato da tutti gli altri artisti, oppure oggetto di fierissime gelosie, ebbene, il Sole di Roma, il Sagittario (era nato il 7 dicembre) sempre trionfante, il signore indiscusso del lussureggiante barocco, insomma, l’uomo che fu tutto questo, Gian Lorenzo Bernini, è sepolto in una tomba terragna, ovvero calpestabile.
E sulla pietra tombale campeggia la scritta IOANNES LAURENTIUS BERNINI / DECUS ARTIUM ET URBIS/ HIC HUMILITER QUIESCIT (Gian Lorenzo Bernini / gloria delle arti e della città / qui umilmente riposa).
Umilmente.
Una lezione grandissima, un’indicazione esistenziale di cui fare tesoro, il senso preciso della vita e dell’arte.
Nelle giornata grigio piombo di dicembre, umida di pioggia, con una strana ma eloquente assenza dei turisti, che pure stavano a sgomitare fra loro e a fotografare tutto, dalle reliquie della culla di Betlemme conservate in teca d’argento, alle zampe dei banchi, fino a se stessi, con sullo sfondo la massiccia presenza di una colonna o quella più garbata della cancellata, mi sono chinata sulla tomba del maestro, l’ho accarezzata, commossa e vi ho deposto un bacio.
Rossella
1 febbraio 2018 — 9:22
Che dire?
Cosa aggiungere se non che sei grande, e che riesci a raccontare in modo unico cose condivisibili, intelligenti e dal sapore dolcemente ironico.
Grazie (e non ti fermare mai)
Rosella Gallo
1 febbraio 2018 — 12:04
Rossella, ti ringrazio moltissimo, sono molto contenta di questo nostro ulteriore contatto, un saluto affettuoso e riconoscente
lucia fenicia
1 febbraio 2018 — 22:47
Grazie Rosella e’un meraviglioso arricchimento del tuo discorso. Ci stai viziando.Ringrazia anche il tuo giovane collaboratore. P.S. Abbiamo perso l’aereo per Bordeaux acc. Addio ostriche e Rolla! A lunedi
Rosella Gallo
2 febbraio 2018 — 9:02
Lucia, mi dispiace tantissimo per l’aereo e Rolla, per le ostriche è un vero peccato, per i bretoni, grandissimi coltivatori, sono ottime nei mesi con la ‘r’ e per loro pure gennaio (janvier) rientra nel gruppetto. Grazie del tuo commento, riferirò a Nicola, che, comunque, sa sempre tutto quello che succede sul blog, a lunedì!
sabina ciuffa
2 febbraio 2018 — 15:02
Professoressa, che dire? Sono felice di averla conosciuta, le sue lezioni ogni martedi mi rendono bella e ricca la giornata!
Rosella Gallo
3 febbraio 2018 — 9:15
Grazie, Sabina, fa piacere anche a me, e molto, fare il corso con voi e per voi, a prestissimo, quindi
Romana
3 febbraio 2018 — 7:58
Carissima Rosella. Finalmente anche io a distanza posso godere delle tue lezioni, un piacere immenso! Non smettere!!!😊
Rosella Gallo
3 febbraio 2018 — 9:14
Romana carissima, ma guarda tu, mi viene da pensare, come diventa piccolo il mondo quando si è in qualche modo vicini, proprio come lo siamo noi. Ti ringrazio tantissimo per la lettura, un saluto da Roma a Francoforte, e ogni pensiero affettuoso a voi tutti
Marina Nigra
6 febbraio 2018 — 18:14
classe-cultura-sentimento
Una Sherazade che continua ad incantarmi ed arricchirmi.
Grazie con tutto il cuore
Rosella Gallo
6 febbraio 2018 — 20:42
Marina carissima, questa me la segno e me la rileggo nei momenti neri, oltre ai tordi, ai grilli e a tutti i nostri discorsi, anche la grazia squisita e generosa di un commento da favola. Di tutto questo (e di molto altro) ti sono riconoscente
Francesco Fantastico
22 marzo 2020 — 18:16
Sto rivedendo su rai play le puntate su Bernini, curate da Tomaso Montanari. Vorrei non finissero mai, come avrei voluto non fosse finito mai, come posso chiamarlo? Articolo? Non lo so. Grazie Rosella.
Rosella Gallo
22 marzo 2020 — 20:41
Francesco, grazie. Stimo tantissimo Tomaso Montanari e il cavaliere Gian Lorenzo Bernini è uno dei miei amori più grandi, amo andarlo a omaggiare sulla sua tomba e parlare di lui. I testi di un blog sono chiamati articoli o post, ma poco importa, l’importante è che arrivino all’altro e che abbiano una risposta. Di tutto questo ti sono grata, molto