Il suicidio è sempre un atto complesso, non è mai un solo fattore a provocarlo.
Io sono sempre molto attenta ai modi, per esempio Alexander McQueen, che cuciva per professione, si è impiccato, dunque si è dato la morte con un nodo.
D’accordo, prima si era riempito di alcol e di antidolorifici e di chissà che altro, però il gesto finale è stato quello.
Che il cattivo russo finisse per suicidarsi, lo avevamo capito tutti.
Sì, ma come.
Io avrei scommesso su un colpo di pistola.
Invece si è buttato dalla finestra, una brutta morte, ingombrante e nemmeno certa.

Le Bureau des Légendes, 5/9
Con la moglie e il figlio sconvolti. Giustamente, ma mi meraviglia come le mogli cadano sempre dalle nuvole, fanno una vita agiata e protetta e non si chiedono mai come il marito porti a casa i soldi.
A me il dubbio sarebbe venuto, con i mariti, i dubbi è sempre meglio averceli.
Che c’entra, pure con le mogli.
Insomma, un po’ di dubbi ci vogliono.
Poi, l’impatto con le cose è meno violento.
Comunque mi sono lasciata da parte l’ultimo episodio. Mi sono forzata a vedere il penultimo perché mi sembrava cretino mollare lì e l’ho trovato bellissimo, si sente la mano di un grande regista, di un autore, ho letto un po’ di proteste e non ero per niente d’accordo.
Ma lasciateli esprimere, gli artisti.
Immagino che voi abbiate sempre sotto mano i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.

Roland
Se immagino male, cercate di rimediare, guardate che lo dico per voi.
Una delle figure è, direi ovviamente, l’attesa: «Tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato, a seconda dei minimi ritardi (appuntamento, telefono, lettere, ritorni)».
«Sono innamorato? – Sì, poiché attendo».
(Io mi accorgo dei miei innamoramenti dalla gelosia. A ciascuno il suo tormento).
(Chissà che direbbe oggi Roland Barthes dell’attesa di un WhatsApp. E delle spunte, che compaiono, non compaiono, compaiono dopo una settimana, non compaiono per niente).
Credo che nella vita ci siano storie d’amore molteplici, voi pensate solo alla relazione che si ha con un figlio, con una professione, con un romanzo, con il cinema.
Dunque, ci siamo.
Provo nei confronti della mia serie il medesimo sentimento del mandarino di cui racconta Barthes. Lui è innamorato di una cortigiana.
Lei, che è cortigiana fino all’osso, altrimenti che cortigiana sarebbe, gli dice: «Sarò vostra quando avrete passato cento notti seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra».
Per prima cosa, parliamo un momento di sgabelli.
Io in casa ne ho tre, tutti e tre importanti.
Ma il più importante è quello che vi mostro. Inglese degli anni ’60, viene da un laboratorio scolastico e l’ho preso in internet da un negozio di modernariato di Londra.

Il mio sgabello prediletto
È arrivato che sembrava il monolite di 2001 Odissea nello spazio, avvolto in strati infiniti di plastica nera.
Solo, più grosso.
Ed è bellissimo.
Inoltre, mentre gli altri due sgabelli sono stanziali, lui è nomade.
Nel senso che di destinazione sta in cucina ed è riservato alla prima colazione e al pranzo ma che, volendo, si sposta.
Lo presto di rado e controvoglia e ho passato momenti esilaranti di fronte a persone che allo sgabello preferivano la sedia.
Allora non hai capito proprio niente.
Ma torniamo al mandarino.
Che aspetta. Ma che «alla novantanovesima notte, si alzò, prese il suo sgabello e se ne andò».
È probabile che faccia anch’io così con la mia serie.
Arrivata al quarantanovesimo episodio, la mollo lì.
E chi se ne importa di come finisce.
(Anche perché lo so benissimo. Ho letto tutto quello che c’era da leggere in proposito. E non ho granché voglia di vederlo su uno schermo).
Una volta ho assistito a una degustazione in cui il sommelier che la guidava non sapeva perché si chiamava tappo Stelvin.
Mi meraviglio, lo so io, che non sono sommelier manco per niente.
E poi ci si arriva d’intuito, Stelvin, dal produttore che l’ha inventato.
Per intenderci, è il tappo a vite, comodissimo.
La quantità di uomini incapaci di usare un cavatappi da sommelier aumenta di giorno in giorno.
Ma guardatevi un tutorial, ma fate pratica aprendo qualche bottiglia, andiamo, su.
Comunque, col tappo Stelvin, almeno salvate la faccia e la serata.
Quanto ai collezionisti, mi chiedo se ne abbia.
Ho un fratello più piccolo, diventato col tempo più giovane, che da ragazzino aveva scatole e scatole di tappi a corona.
Che ci faceva.

Tappi a corona anni ’60
Ci faceva i treni.
Quando lo immagino, ora che vive altrove, proprio come quello dell’aquilone di Pascoli, me lo ricordo sdraiato sul pavimento della sua stanza, che dava schicchere formidabili ai suoi tappi per allinearli e farli marciare.
Che cosa ha studiato.
Si è laureato in Ingegneria dei trasporti.
Belli, i sogni che abbiamo da ragazzi.
E, ancora a proposito di vini, l’engouement, nel senso della fascinazione, per i vini del Sud Africa continua.
Anzi, ho scoperto uno spumante magnifico. Si chiama Krone Borealis e fa riferimento alla corona che sarebbe stata lanciata in cielo dopo essere stata posata sulla testa di Arianna, abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso ma prediletta da Bacco.
Quando si dice, chiusa una porta, si apre un portone.
(Voi pensate solo Teseo a confronto con Bacco: un eroe da strapazzo di fronte al dio dell’ebbrezza).
Stasera, ho deciso, me ne compro una cassa.
E ci brindo a tutto ciò cui mi viene in mente di brindare.
La mia rivista pubblica settimanalmente quattro schede di ricette.
Io le leggo sempre devotamente, la narrazione, da sola, mi appaga.
Provo solo quelle più semplici, per esempio ho confezionato la suggerita Salsa allo yogurt, perfetta per il pollo.

La mia salsa allo yogurt
Una volta lessi un’intervista a una rampolla di una delle più grandi maison di cioccolatieri del Belgio. Lei diceva che il cioccolato non deve mai avere più di tre ingredienti.
(Quando vi va, guardate quanti ce ne sono nella Nutella).
Ho tentato di applicare la medesima regola nella cucina, ma non ci si riesce, anche il sugo pomodoro e basilico sballa, nel senso delle carte quando oltrepassano il punteggio massimo.
Almeno: olio, aglio, pomodoro, basilico, una punta di zucchero e sale.
E voi pensate che io ci metto pure il peperoncino.
Ma con la mia salsa la regola dei tre ingredienti è rispettata: yogurt greco, limone verde e pepe.
Una delizia. Talmente tale che ieri ho finito la scorta di yogurt ma non di pollo e che, dunque, oggi sono dovuta uscire, interrompendo la giornata di lavoro che mi ero ripromessa, per fare rifornimento.
Quando volete fare qualcosa, scrivere, disegnare, creare, la regola è una sola: mai guardare se quello che volete fare voi è stato già fatto.
Se uno entra in quest’ottica, dopo Mozart, diciamocelo, nessuno avrebbe più composto musica.
Invece.
Se così fosse stato, non avremmo mai avuto Brahms o Puccini.
E non sto nemmeno a dirvi quanto io ami, di amore vero, geloso, dispotico e disposto all’attesa, l’uno e l’altro.
(E manco sto a dirvi quanto amo Mozart).