Fra me e lui è una cosa seria.
Voi sapete come sono le cose serie.
Soprattutto di questi tempi liquidi, con relazioni che si liquefanno appena ti volti un momento.
Già fatto?
Con lui, invece. Pure se mi volto, lo ritrovo sempre. E ogni volta il fuoco riavvampa.
Più violento.
Dunque stamattina mi sveglio per tempo, faccio colazione e mi faccio une beauté.
E vado al mio appuntamento.
Tutto mi faceva pensare che sarebbe stato facile, la temperatura fredda ma già primaverile, il 64, che non prendo mai per via dei borseggiatori che lo affollano, praticamente vuoto, una strana fila, un po’ sgranata, che pensavo si sarebbe risolta rapidamente.
E invece no.
Perché pure la mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale, che inaugura oggi, deve fare i conti con il virus.
Decido di farmi un biglietto in fila, ci riesco con una ventina di passaggi, benedetti siano i telefoni.
Sono sempre organizzata, ma tu come fai a pensare che con questo andirivieni di notizie, scuole, università, musei, una mostra sia diversa.
Infatti lo è solo relativamente e comunque sto dentro e mi hanno detto subito tutti i ragazzi che stanno lì con le trasmittenti in mano che non sanno bene come finisce.
Comunque, comincia.
Se c’è una cosa che non sopporto più è la storia dell’arte paludata, quella con la musica classica di fondo, con il clavicembalo dleng dleng e le signore perbene che sottintendono che ti occupi di arte perché ti annoi e vuoi distrarti.
Del resto non sopporto più nemmeno la storia dell’arte pop, quella con le opere sulle tovagliette di plastica e i magneti per il frigorifero.
La mia storia dell’arte è rock ‘n’roll, sbalza, risale, prende il vento e s’innalza, tale e quale a un aquilone, non annoia, appassiona e ha il cuore che batte al ritmo del cuore degli artisti.
Quello di Raffaello si arresta il 6 aprile del 1520, dopo una settimana di febbre.
Era nato trentasette anni prima il medesimo giorno.
Quando si dice, la precisione.
Il mondo lo piange subito e subito lui diventa divino.
Del resto se lo merita: straordinariamente dotato, una specie di Mozart, rimane orfano di padre pittore a undici anni (e si dice che abbia preso in mano lui la situazione) e a diciassette è indipendente.
Pittore, architetto, designer, bello, dotato di grazia e capace di gentilezza, potrebbe essere pure oggi un buon modello.
Certo, qualche dote devi averla.
Se vogliamo tentare la strada della sintesi, cosa che con lui ci sta benissimo perché lui è un artista complesso capace di fare semplice, possiamo dire che incarna alla perfezione la pienezza del Rinascimento, che è una civiltà di raffinatezza, di intelligenza, di sapienza di vita, in cui l’uomo continuamente sublima le sue qualità, sia fisiche che spirituali.
Dolce di carattere, paragonato a Gesù Cristo, amato anche dagli animali, diventa molto ricco ed è un gran signore.
La mostra rigira la sua vicenda al contrario, nel senso che parte dalla fine, con un riallestimento della tomba dell’artista in Pantheon.
Poi risale il corso e termina con i suoi primissimi anni di attività.
Niente da dire, è una scelta, forse eccentrica, comunque è una scelta.
Allora scelgo anch’io il mio verso, però riparto dall’inizio e vi racconto qui poche opere che sono in mostra e che prediligo.
Poi avremo modo di tornare a parlare del resto.
Il cavaliere e il suo sogno. Una cosa deliziosa, piccola piccola, voi pensate che è più piccola di 3 cm del lato corto di un foglio A4.
Un incanto.

Raffaello, Il sogno del cavaliere, 1503
L’ha dipinta da ragazzo e c’è un ragazzo che dorme e mentre dorme forma con il corpo una curva leggera, così come è ricurvo lo scudo sul quale è appoggiato e sono curve le colline del paesaggio.
Raffaello è marchigiano di nascita e si muove praticamente solo nell’Italia centrale: Urbino, Perugia, Firenze, Roma. Tutte zone di colline, morbidezza del paesaggio in cui non c’è niente di aspro.
Nemmeno in lui c’è niente di simile.
Il dipinto è allegorico, nel senso che fa vedere una scena e ne indica altre.
Chi è il giovane cavaliere? Forse Ercole al bivio, forse ancora Ercole, ma fra le Esperidi. O forse siamo alle prese con un soggetto derivato da un poema latino.
Poco importa. Importa lui che dorme e importano le due donne, una che gli tende una spada e un libro, che corrispondono alla forza virile e alla sapienza, e l’altra che gli porge un fiore: la bellezza.
L’alberello è al centro.
Raffaello è il centro.
Il giochino delle date di nascita e di morte forse è stato messo su usando due calendari diversi, ossia, barando con il tempo.
Trovo questa cosa bellissima, come trovo bellissima la leggenda della perfezione che lui si porta dietro.
E comunque lui mi dà sempre un infinito senso di pienezza e di calma.
Insomma, fra noi è una cosa seria anche per questo.
E poi perché siamo del medesimo segno zodiacale, anche se lui ha risolto tutti i nodi che io ancora un po’ mi porto dietro.
Chissà, forse, frequentandolo, pure l’ancora un po’ si scioglie.
Via delle Belle Donne. Una bella donna è diversa da una donna bella. Guardo anch’io le belle donne, forse guardo meno le donne belle, che un po’ mi annoiano. Insomma, dipende da quello che dicono quando aprono bocca.
Le belle donne di Raffaello sono molte, anche se con alcune predilezioni, anche se poi era lui stesso a dichiarare che per dipingere una bella donna, in quel caso, Elena di Troia, aveva dovuto prendere pezzi di una e dell’altra, perché nessuna di quelle che aveva sottomano era perfetta.
E quante ne vuoi.
Di solito, fra l’altro, il risultato è mostruoso, certe volte sono belle pure le imperfezioni, diciamo che danno carattere.
- La Fornarina, 1
- La Fornarina, 2
- La Fornarina, 3
Fra le belle donne di Raffaello, la mia prediletta è la Fornarina.
Sono una fedelissima della leggenda secondo la quale lei sarebbe stata la figlia del fornaio di Trastevere, la sua amante e la donna che gli portò Agostino Chigi quando stava alla Farnesina alla Lungara, si era stranito e gli era passata la voglia di dipingere.
Funzionò, la Fornarina.
Infatti, lui dipinse cose fantastiche.
Vedi tu che cosa può fare una donna per un uomo. Anche se, anzi, soprattutto se, è una fornaia.
Lui la ritrae con il velo che la svela, gli occhi scurissimi, un pendente con una perla scaramazza sul turbante e, soprattutto, il bracciale di smalto blu con il suo nome scritto sopra.
Nel senso che lui si firma sul corpo di lei, meglio di un marchio, meglio di un tatuaggio.
Il seno, bellissimo, i capezzoli delicati, dedico tutto a quelli che non sentono la sensualità di Raffaello.
Così, casomai, si scaldano.
Anche la modella che posò per La Velata potrebbe essere stata la Margherita che abbiamo detto, il tipo di donna è quello, scura, gli occhi che ti trapassano.

Raffaello, La Velata, 1516
Lei ha un abbigliamento molto complesso, l’abito, la collana, i fiocchi sulla blusa, il corpetto rigido, la fioritura al limite dell’incredibile della manica, il bracciale.
(Quanto tempo ci vuole a spogliarla).
E poi il velo del titolo e il pendente agganciato a esso.
Entrambe queste donne si offrono coprendosi. Forse dovrebbero dar loro un’occhiata quelle che si offrono diversamente.

Venere pudica
Il gesto, del resto, è quello della Venere pudica, una versione della quale è ugualmente in mostra, ben sistemata fra le altre due.
Un angolo tutto loro, come ben si addice alle signore, che spesso apprezzano lo stare insieme.
Se poi ti guarda un uomo.
E se quell’uomo è un artista, poi.
Vergine madre, figlia del tuo figlio. Raffaello è stato con Giovanni Bellini il più grande autore di Madonne con Bambino.
Una serie infinita, continue variazioni sul tema, invenzioni inesauste, citazioni sofisticate, studi diversi.
Altro che sempre la solita storia.

Raffaello, Madonna del Granduca, 1504
In mostra ce ne sono alcune, fra le quali scelgo la Madonna del Granduca per una serie di motivi.
Qui Raffaello è appena arrivato a Firenze e a Firenze ci sono Leonardo e Michelangelo, uno con i suoi valori atmosferici, l’altro con i suoi valori plastici.
Un ulteriore grande talento dell’artista è che sa prendere le cose giuste da tutti. Magari ne fossimo capaci anche noi.
Qui si vede che ha guardato Leonardo, si capisce dal passaggio dall’ombra alla luce, con lei che sembra affiorare dal buio e venire verso di noi reggendo il Bambino.
Aveva ragione, il Granduca Ferdinando III d’Asburgo Lorena, granduca di Toscana in due riprese fra ‘700 e ‘800, che ne fu proprietario e che l’amava talmente tanto da non volersene separare.
Lei sembra l’incarnazione della lezione raffaellesca per cui le figure sacre sono esseri splendidi, sani, integri nel senso più alto del termine, al punto che non abbiamo alcun dubbio sulla loro santità.
Anche qui parliamo di calma, il tempo è sempre sereno, l’anima è tranquilla, è mostrato il risultato e non il processo che porta alla quiete.
Che poi prima ci sia stata tempesta, figuriamoci se non è vero.
Infatti le madonne di Raffaello è come se avessero conservato tutte un legame, seppure minimo, con la vita terrena.
Alla quale apparteniamo anche noi. E sono certa che è proprio per questo che possiamo apprezzarle senza sentirci rifiutati o schiacciati.
L’artista grande non ti rifiuta né ti schiaccia.
È come il pepe, che tutto esalta e che tira fuori ogni profumo e ogni sapore da qualunque cibo tocchi.
Ma insomma, com’è la mostra? La mostra è una mostra dei nostri tempi, difficili e poco luminosi, con evidenti problemi di prestiti, esuberante, sovraffollata, piena di roba diversa.
Un brodo speziato e colorato, anche se non sta bene paragonare una mostra a una minestra.
Un brodo allungato con tutto ciò che poteva servire ad allungarlo, ricostruzioni, fotografie, riproduzioni in 3D, la collana che ti dice che La Velata indossa una collana, però non è quella, io non indosso collane perché porto solo orecchini e sempre il medesimo anello, però le collane le apprezzo, al collo delle altre donne.
Così come apprezzo la mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale, così come capisco che cosa ci sta dietro, insomma, me lo immagino.
Anche se io amo le mostre secche e ricche, quasi un ossimoro e che cosa è un ossimoro è chiaro, lo sanno anche i miei studenti, anche se non ho mai capito perché capiscono ossimoro e non capiscono cose pure più semplici, che ne so, caduco, voluttà, sdilinquirsi.
L’ossimoro mette insieme concetti diversi, quindi il secco e il ricco, ma secondo me la storia dell’arte e le mostre, ossimori dovrebbero essere, roba ricca, ma rigorosa, seria, con una struttura solida e inattaccabile, pure nel loro rigore, pure nella loro secchezza.
Voi sapete quando si dice: fatti, non parole.
Ecco.
Comunque, Lui è una meraviglia e ogni occasione è buona per parlarne. Soprattutto quest’anno, il cinquecentesimo dalla sua morte, che ci offre la possibilità e l’occasione di un pensiero monografico di fronte a tanti frammenti, tutti che frammentano pure noi, tutti che ci fanno a pezzi.
Fra me e Raffaello è una cosa seria.
Io ho fatto la Scuola di Perfezionamento di Storia dell’Arte Medioevale e Moderna a Urbino, dove Lui è nato e dove tutta la sua leggenda è cominciata.
Lo raccontavo stamattina via WhatsApp a un mio collega e amico e l’ho fatta là per un milione di motivi: perché già lavoravo con la Soprintendenza, perché quella di Roma, di Scuola, già mi aveva fatto perdere un anno ad aspettare nei corridoi della facoltà i professori che poi non arrivavano.

Raffaello, Autoritratto, 1506
Perché già avevo attaccato in Accademia, quindi il Perfezionamento era proprio una cosa fra me e i miei artisti, non sto dicendo che non mi sarebbe stato utile come titolo, sto dicendo, però, che, quel titolo, volevo averlo soprattutto per fatti miei.
Altri due anni con otto esami e una tesi dopo quell’altra laurea.
E sei degli esami, sto escludendo Storia dell’arte contemporanea, erano dedicati a Raffaello.
Quando si dice, l’orgoglio più o meno nazionale.
E l’orgoglio, in questa situazione, mi sembra una cosa bellissima.
Sono italiana e mi piace Raffaello.
E vado a salutarlo sulla sua tomba al Pantheon.
E gli dedico delle lezioni.
E ho in una cartella un centinaio di biglietti di ingresso per la sua mostra alle Scuderie del Quirinale perché ho organizzato quattro visite guidate.
E stamattina, la mostra, sono andata a vederla.
Appena aperta, ovvero all’inaugurazione.
E uno dei ragazzi con la trasmittente mi ha detto alle ore 13:00 che già avevano fatto seicento (600) ingressi, che sono tantissimi.
E che, quindi, il virus non spaventa chi ama o vuole amare Raffaello.
E poi questa è Roma, Roma mia vista scendendo la scala di uscita delle Scuderie del Quirinale, Roma con la cupola di San Pietro di sfondo e la gru in primo piano, Roma dove è venuto a lavorare Raffaello, mietendo successi e pensando pure di disegnarne la pianta, sto dicendo che Raffaello aveva in mente l’idea grandiosa del rilevamento della pianta di Roma antica, insomma, che lui voleva essere una sola cosa con l’Antico e con la città che lo ospitava.
Sto dicendo che quando sono uscita, nonostante il brodo e il resto, provavo anch’io quel sentimento bellissimo di fusione che ogni tanto si prova: con la propria città; con un romanzo; con un uomo che ritorna, che si aspetta o che è di passaggio; con un artista la cui portata è talmente alta, che essa sbalza, risale, prende il vento e s’innalza.
Tale e quale a un aquilone.
Tale e quale alla mia storia dell’arte.